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Scrivono di Lui

La morte è buona

di Rocchina Matteo

L'opera nel suo primo atto ricorda tanto i freschi e spontanei dialoghi platonici rivisitati con il tocco della quotidianità del Socrate senofonteo. Ma, a rammentarci che di drama si tratti, sono i frequenti interventi del coro e, soprattutto, le battute di Pizia (la scena prima in cui ella campeggia interamente è un vero e proprio prologo). Dalla scena terza del secondo atto la musica cambia, e l'originale invocazione di Pizia, rivisitazione della richiesta di soccorso del poeta epico, apre il sipario alla tragedia vera e propria: il processo a Socrate, il suo congedo dalla vita. Il dramma finisce con una conciliazione: di fronte al problema della morte, Socrate esclama (fine atto terzo, scena prima): “La morte è buona e sacra”. Accettazione della morte, anelito alla redenzione; conciliazione, dunque. Goethe disse il 6 giugno del 1824 al cancelliere von Müller: “Il tragico si fonda sempre su un contrasto inconciliabile. Appena la conciliazione avviene o è possibile, il tragico scompare”. A dare retta al grande drammaturgo tedesco finirebbero di essere tragedie alcuni dei più noti drammi di Eschilo, Sofocle e soprattutto di Euripide. Ma, come osserva A. Lesky nella sua monumentale Geschichte der Griechiscehn Literatur (vol. I p. 348, EST, 1996, in traduzione), “Nulla è più tragico di Oreste che nel compiere la stessa azione è insieme un devoto che piamente obbedisce e un criminale abbandonato alle Erinni. Eppure alla fine dell'Orestea c'è quella conciliazione che secondo Goethe fa scomparire la tragicità”. Credo che Socrate del collega P. Tucciariello sia tragedia nella misura in cui ognuno di noi senta dentro di sé il concetto di ‘tragico'. Duemilatrecento anni ci separano da Aristotele e qualsiasi definizione, oggi, per un'opera scritta oggi, sarebbe obsoleta.

Nel 406 a . C. moriva il grande Sofocle. A quattro anni dalla sua morte, nel 401, veniva rappresentata, postuma, l'ultima sua tragedia, l' Edipo a Colono . È la tragedia del congedo dalla vita, quasi un saluto del tragediografo alla sua amata Atene. Questo spiega il tono dimesso e crepuscolare di numerosi passi del dramma. Edipo, nel congedarsi dalla vita, serenamente si incammina verso il luogo del suo eterno riposo; la redenzione, dunque la conciliazione tra le sue colpe e il suo destino da eroe, si concretizza nel recupero della vista (cfr. vv. 1540-43: “Verso il luogo dunque - il cenno presente del dio mi incalza - andiamo e non indugiamo più. O figlie, seguitemi verso quel luogo: io infatti a mia volta mi rivelo la vostra nuova guida , come voi lo foste per il padre”). Come Edipo, anche Socrate si incammina verso un destino di pace nella consapevolezza della propria innocenza; le ultime parole del filosofo nel dramma di Tucciariello (“Profumi, odori mai provati / Bevo nettare d'ambrosia / odo suoni armonie / Mani … sfiorano leggere / Vedo … un cielo trasparente) rappresentano la realizzazione fisica della sua apoteosi. Non si può non ricordare l'atmosfera di tersa beatitudine che aleggia nello splendido ‘elogio dell'Attica' (idilliaca descrizione del luogo che darà quieta sepoltura all'eroe) che costituisce il primo stasimo del citato Edipo a Colono (vv. 668-80, trad. G. D'Annunzio, Maia , 4608-20):

All'ottima delle contrade 
Terrestri, Ospite, sei giunto,
di bei cavalli feconda,
il biancheggiante Colono
ove plora in conche virenti
il melodioso usignolo
piacendosi della vinata
edera e della sacra selva 
molto fruttifera, immune 
dal sole e dai venti iemali, 
che Dioniso effrenato 
ama trascorrere, e intorno 
gli sono le iddie sue nutrici.