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INFONDO AL PRIMO CAFFE'
di ANTONIO PALLOTTINO
È sempre il linguaggio, nell'accezione semiotica di significante, il tratto peculiare della scrittura di Antonio Pallottino. Che si tratti delle effrazioni insorgenti dallo scarto tra senso e significante di Dei tuoi colori mi decompongo, o dei cortocircuiti che sprizzano dalle ellissi semantiche straripanti in ardite metafore de L'Acetosa sollevò il capo, è sempre sulla hjemsleviana "forma del contenuto" che gravita il senso dell'arte di questo poeta apparso alla ribalta degli anni Duemila. Ma non e certo per mero esercizio retorico che Pallottino c oncentra il suo particolare modo di essere in una perentoria ed esatta identificazione del proprio io col senso della propria scrittura. E che in quella si riflette non il suo modo di vedere il mondo, ma il suo modo di essere. A queste condizioni la forma dello scrivere sia in prosa o in versi conta poco. E questa sua opera, che solo per convenzione ora chiameremmo narrativa, lo conferma. |
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Non che gli manchi materia del raccontare. O che gli man chi quel necessario radicamento nella realt à che occorre per un genere narrativo convincente. Basti pensare agli spunti ben più che realistici del Prologo, oppure a Gioco di specchi, Signorina a due zampe, Signor Uno, che oltre ad una buona dose di realismo presentano per contorno un fondo di sarcasmo ed ironia amara di profonda matrice esistenziale. Il cambio di genere, dalla lirica alla narrativa, non deve ingannare. Pallottino resta un poeta. C'è chi ha teorizzato che il genere cui si va ad ascrivere una certa scrittura definisce la forma stessa del rapporto con la realtà. Ciò che aveva dato a Bachtin il destro per argomentare la natura ideologica di ogni parola rappresentata. Ma ciò conferma quanto lo stesso Hegel pensava della lirica moderna, fondazione soggettivistica dell'individuo di fronte alla società e che perciò stesso fini sce per distinguersi verticalmente da ogni genere letterario, ponendosi come espressione separata ed assoluta dell'io. E a questo che non ha ancora rinunciato Pallottino. Egli è ancora uno di quelli che preferisce cercare il senso del suo universale attraverso un'individuazione senza riserve, anziché con l'esercizio della classica "malinconia all'ombra del potere" di nietzscheana memoria. Difatti anche in questi racconti il suo scopo non è tanto quello di raccontare il mondo, ma ancora di esprimere il suo mondo. E in questo egli si dimostra ancora scrittore nuovo per il suo peculiare modo di stabilire un rapporto tra il suo segno e la realtà. Dopo le traversie che questo rapporto ha vissuto nella novecentesca scrittura; e, finalmente, dopo che con la generazione di scrittori degli anni '80/'90 del '900, dalla realtà, dalle radici, dal vero e non so da che altro, si è approdati ad una sfera dell'indefinibile, in una dimensione insomma nella quale, per agio dello scrittore, spesso la realtà si confonde con l'irrealtà definendola sogno, ma comunque per intendere un segno del fantastico guidato dalle emozioni, si e aperta così una nuova dimensione, o meglio un nuovo spazio della letteratura che spesso definisce mondi che oltrepassano anche la più povera delle facoltà conoscitive come la percezione e vengono definiti invisibili. Forse per questo qualcuno per ironia porta all'estremo il gioco fino a legittimare una sorta di spazio semantico che egli definisce "srealtà ".
Pallottino, che già nelle sue precedenti opere ha dato prova di intuito, avverte il sentore di nuovi spazi per così dire neologistici, ove costruire nuovi mondi dell'olire. E tenta, come pochi del resto oggi e con scandalo, quello che la letteratura non ha mai osato oltre l'espressionismo (per fare un parallelo con le arti visive), nel tracciare le vie nuove del senso. Alcuni di questi racconti, vedi Panchina e Zeta, infatti si collocano in un interstizio nel quale tra fatti e rappresentazione dell'impossibile aprono alla costruzione di nuove dimensioni della fantasia e della scrittura, che è difficile non ascrivere ad un genere di scrittura che, solo per prendere in prestito un termine (sempre in ordine a quel parallelo con le arti visive), potremmo definire di impronta surrealistica. E qui viene in evidenza l'importanza del linguaggio. Anche la realtà descritta infatti sembra subire il viraggio della forma tendente ad insinuarsi in meandri della fantasia che attraverso le deformazioni di una lente prismatica sfocia in un furore immaginativo oltranzista. E viene il sospetto che l'autore mimetizzi, proprio attraverso il suo stile arduo ed ermetico, ben altro mondo dal nostro, da quello cioè che ci si aspetta sul piano del senso comune del discorso. Per lui la realtà è tutta assorbita nel quadro proiettivo della sua fantasia, sicché il terreno di radicamento comune, la cosiddetta terra sotto i piedi, perde a poco a poco consistenza e ci si trova librati in un'altra dimensione, irreale, o quasi, certamente non nella normale realtà, ma in un mondo fantastico visibile solo all'intelligenza del lettore che sia disposto a seguirlo nella sua metamorfosi. È l'effetto che consegue alla lettura di brani come Panchina o Zeta. Nel primo, un quadro di normale vita quotidiana, una paseggiata nel parco sconfina e si trasforma in un mondo altro in cui si scatenano forze misteriose al cui senso non possono accedere se non i due privilegiati protagonisti, il barbone e il bambino. Nel secondo invece è la costruzione meticolosa e paziente di un percorso che si rivela alternativo a quello del mondo reale, in cui il senso più profondo della vita sembra assumere, a differenza che nella esistenza quotidiana, la luminosa evidenza di un principio finora mai considerato e mai pensato. Ed è come una folgorazione della mente, portata a dimostrazione, come, induttivamente, attraverso la trafila delle prove, alla ricerca della bara giusta per esserci seppellito nel momento giusto. Per il resto. Storie folli, di personaggi strampalati agli occhi della convenzione, ma che evidenziano verità inconfessabili o mistificate del modo di pensare comune. Situazioni esistenziali, dovute alla propria pochezza sociale o morale, i cui risvolti sono risolti nel colpo d'ala della fantasia che cerca sempre un risarcimento contemplativo ai problemi sollevati. Comunque, implicitamente una denuncia evidente della realtà in certi aspetti paradossali eppur omologati insensibilmente alla vita quotidiana di ogni giorno, al senso comune. Come dire che tra realismo e sogno fantastico la via di uscita è forse sempre nella direzione del simbolo e dell'allegoria.Che la sostanza di tutto questo discorso sia lirica e non narrativa, lo dimostra l'approdo cui sono costretti i risvolti dei fatti narrati, ma soprattutto il fatto che qui è la realtà che assume la struttura di un itinerario inferiore, anziché il contrario. Essa si sostanzia dei risvolti della mente, assume consistenza e rilievo dall'avvitamento del discorso in una ragnatela di metafore paratatticamente collegate in un arabesco continuato di immagini e icone. Sicché più che come realtà essa si configura come la proiezione esteriore del mondo dell'autore, vista in ogni particolare ripiego dell'animo. Per cui i suoi personaggi e la relativa contestuale atmosfera di riferimento, sono tutti assorbiti dal linguaggio e dalla sue evocazioni, in una espressione scenica che richiama tanto il teatro recitato pirandelliano o forse più alla lontana, certi monologhi dostojevskijani. Linguaggio polifonico senza dubbio, capace di rendere nel recitativo la pluralità dei personaggi e le dinamiche del contesto narrativo. Anche per la sua corposa aderenza al parlato di cui sa rendere informa elevata gli echi idiomatici. Un parlato che, dal punto di vista sintattico ha questo di peculiare: che per rendersi informale avverte la necessità e la sollecitazione degli incisi e dei risvolti, di precisazioni e approfondimenti non richiesti, dei retropensieri insomma, per cui si giustifica anche la necessità dell'intoppo, della digressione, tra l'irrazionale e il nevrotico che rende tipico il soggetto della rappresentazione. La impostazione formale comunque segue lo schema del monologo. Un monologo senza pause, né dialoghi in discorso diretto. Il discorso preferito è l'indiretto libero, che si avvolge attorno al nucleo dell'aneddoto, per poi svolgersi liberando nel suo nocciolo una gnome.Monologhi dell'autore, o di personaggi altri dall'autore che l'autore ha espulso da sé ponendosene solo come garante dal di fuori? Il monologo spinto a ruota libera fino all'estremo effetto di un teatro pirandelliano, teatro moderno, scopre la sua affinità con la sua poesia, quella de L'Acetosa, tesa alla rappresentazione, agli scenari e alla oggettivazione statuaria, evidenziale degli eventi nella loro drammaticità. Nella discorsività, rotta, tormentata, sinuosa, sussultoria, vi è la struttura psìchica e morale dei personaggi tormentati dal loro stesso modo di essere di cui sono inconsci e irresponsabili, e chi sa forse dello stesso autore, che cerca, nel risvolto dei propri pensieri e delle proprie manie il filo rosso di un'idea, la linea di un sentiero interiore che si vuole sovrapporre agli eventi. Per cui lo spostamento continuo della prospettiva dai fatti alle riflessione e alla rappresentazione dei moti interiori dell'io narrante, sono il riflesso di un'inquietudine segnata dalla cifra del mistero o dell'assurdo. Pallottino cosi racconta il suo mondo che oscilla tra la dimensione del possibile e dell'impossibile, tra reale ed irreale, in uno spazio semantico connotato da una temperie di mistero.
Luigi D'Amato
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