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I racconti di Pasqualotto

 

 

Luci nel Presepe

Non si seppe mai perché quel pomeriggio Francesco fosse uscito di casa subito dopo pranzo e avesse preso direzione verso via Monte Vulture, la strada tutta in salita che porta al cimitero e di lì, una salita ancora più impegnativa, conduce, tra curve a gomito ed altre più mansuete, verso il pizzuto del monte Vulture alto 1327 metri sul livello del mare, o 1333 metri come un altro libro in uso nella scuola elementare correggeva. Quale dei due il valore più esatto?

Francesco si era posto più volte la domanda: dar retta al suo libro più recente della prima media che frequentava od invece quello dell'anno precedente? Aveva provato a chiederlo anche ai suoi insegnanti, ricevendone spallucce da qualcuno, o non farti problemi per i sei metri di differenza da un altro, od ancora pensa alle cose più serie anziché dimenarti su numeri senza senso da quel professore della media che ostinatamente non diceva una sola parola che fosse una in lingua italiana, tutto sacrosanto dialetto.

- Parla come ti ha fatto mammeta - ripeteva, incurante della curvatura che il nuovo tempo dava invece alle mamme in ansia a pronunciare più parole in lingua italiana rispetto a quelle dialettali.

Era un ragazzo abbastanza preciso. E si era impegnato a volersi dare una risposta rigorosa appena gli studi gliel'avessero consentito. Punto e basta. Il problema era solo rimandato a nuovi tempi.

Questo pensava mentre una energia misteriosa lo conduceva verso l'alto, avendo egli appena superato l'incrocio della strada del cimitero e ora procedeva sulla via del Vulture spinto da un impulso senza senso e senza una meta stabilita. Si era alzato da tavola, aveva mangiato qualche boccone da solo, quel che la mamma aveva preparato prima di andare fuori casa per lavoro, qualcosina s'intende, un'ora di pulizia qui, due ore come baby sitter lì e raggranellare qualche decina di euro. Il marito si era industriato a raccogliere olive e spartirsi col proprietario la metà del raccolto. S'era alzato da tavola, Francesco, a posizionare le luci intermittenti nel piccolo presepe preparato il giorno precedente. Tutti i suoi compagni di scuola avevano in casa un presepe e al fianco un albero di Natale, e sia il presepe che l'albero luccicavano di luci, di bagliori e di fiammelle che intenerivano il cuore propizio per buoni propositi. Non dico l'albero, ma almeno il presepe! Il suo non era ancora pronto. Mancavano le luci. Già, appena ora lo rammentava: quella serie di luci era fulminata ed anche lo scorso anno il presepe era rimasto al buio. E Francesco era uscito di casa con un groppo alla gola in procinto di trasformarsi in pianto.

I suoi occhi erano umidi, ma non piangeva. Piuttosto erano arrossati per il freddo pungente che stringe in una morsa chi si disponesse ad inerpicarsi sulla dorsale del monte dopo la prima neve dell'anno. Aveva appena smesso di nevicare, grossi nuvoloni incombevano minacciosi, il gran freddo frenava fenomeni atmosferici e tuttavia Francesco saliva sulla dorsale. E già in alto alla sua sinistra vedeva i costoni del Vulture ammantati di un bianco leggero sormontati da brezze di nebbia misteriose come l'impulso ad andare avanti, più su, fino a lambire l'abetina che fiancheggia la strada, più su, in un forte odore di bosco, di bianco, di freddo, di gelo, più su, dove finalmente un pianoro rinfranca dallo sforzo e la fatica di salire il costone del Vulture. Quel pianoro è un sollievo. Sembra fatto apposta quale luogo di riposo di ristoro di quiete. Perché questa quiete? Non fischia il vento tra i rami degli abeti, non si odono rumorosi segnali di un tempo in procinto di trasformarsi a neve, i colli imbiancati non si vedono, mascherati da quella fitta abetina dai lunghi rami dolcemente ondeggianti, quasi ti lambiscono, sembrano volerti toccare, è una pace irreale opposta ad un tempo che promette burrasca ma qui la tensione si quieta, Francesco assapora il respiro, pago, come se avesse trovato ciò che più desidera: luci nel presepe di Gesù. Laggiù in fondo, si eleva umile e risoluta una grande croce di legno fissata su pietre squadrate che attrae, chiama, invita. Francesco è lì, sotto la croce imponente, si siede sulla pietra vulcanica, il cuore gli batte forte forte, si asciuga la fronte, poi lentamente respira più piano, sempre più piano, guarda in su, sorride, una dolcezza lo assale, e una somma di sentimenti felici e tiepide emozioni lo accarezzano mentre intorno tutto è silenzio. Sembra una parte di Paradiso. Sorride. Ha capito.

Ridiscende il costone del Vulture verso casa. Il tempo è tornato mansueto.

A Natale il suo presepe sarebbe stato gradito al buon Gesù anche senza luci. Perché il buon Gesù è fatto così: si accontenta del cuore dei bambini.

Rionero, 20 dicembre 2011
Pasquale Tucciariello