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SAGGISTICA

 

 

 

 

 

Il movimento cattolico
tra la fine del 1800
ed il primo ventennio del 1900

di Pasquale Tucciariello

 

Quando mai s'era visto che la Santa Sede fosse stata presa a cannonate, per giunta dagli Italiani, specificatamente dai Piemontesi!

Certo s'era assistito, nel tempo, che papa Bonifacio VIII fosse stato oggetto di oltraggio nella sua dimora di Anagni – si è parlato di uno schiaffo, fisico, si intende – ad opera di un alleato del re di Francia, perché lo stesso re francese voleva tassare di sua mano gli ecclesiastici francesi per sue necessità finanziarie abbastanza impellenti. Ma questo episodio risale ai primi anni del 1300. Invece le cannonate alle mura della Santa Sede sono del 1870, esattamente il XX Settembre (il mio paese . Rionero e non solo Rionero - ha intestato all'avvenimento addirittura una piazza centrale!).

 

Il re di Francia Filippo IV “Il bello” si era limitato a sottrarre un po' di soldi al clero francese (in verità col trasferimento della Chiesa da Roma ad Avignone in Francia mise anche a morte i Templari per mettere le mani sul tesoro). I Piemontesi invece nel 1870 mettono le mani su una intera città, elevandola a capitale d'Italia ma di una Italia sfacciatamente piemontese e marcatamente a direzione settentrionale (si ha notizia che un decennio prima Garibaldi entrando in Sicilia abbia reso più leggero il tesoro del Banco di Palermo e subito dopo Vittorio Emanuele proclamatosi re d'Italia, chissà per emulazione, abbia portato con sé l'oro del Banco di Napoli a Torino a riparo delle dissanguate finanze rese tali dalla II Guerra di Indipendenza.

Fatto sta che quell'episodio (il furto di una città e di un regno – lo Stato Pontificio – successivo a quell'altro furto di città e del Regno di Napoli), la presa da Porta Pia il XX Settembre 1870 di Roma e del Lazio e la spoliazione del beni della Chiesa tornati a tutto vantaggio degli aristocratici e liberali e democratici e massoni, determinano una Questione Romana e una Questione Cattolica le quali, insieme, renderanno improcrastinabile una presa di coscienza da parte delle più avvedute sensibilità cattoliche tese sì a volere l'unità del territorio italiano entro una struttura politico-istituzionale comune, ma a patto che essa fosse anche condivisa.

 

Tale non è l'occupazione di Roma da parte delle truppe piemontesi.

Qualche esempio per tutti.

Il barone Vito D'Ondes Reggio, eletto deputato in Sicilia nel 1861 e mandato a sedere nel Parlamento Subalpino di Torino, eletto nel 1865 in altri sette collegi siciliani, appena informato, lo stesso giorno 20 settembre 1870, dell'entrata delle truppe italiane a Roma, rassegna le sue dimissioni da deputato e si ritira definitivamente in Sicilia, lasciando palesemente intendere che tutto così sarebbe cominciato.

Il teologo Margotti, direttore di alcune importanti riviste (l'Arminia, l'Unità Cattolica) ammonisce i cattolici militanti e li invita ad agire, organizzarsi. Un ammonimento rimasto famoso:

“Preghiamo Iddio che la rivoluzione muoia domani, ma lavoriamo come se essa dovesse vivere per sempre”.

 

Le forti idealità che sostenevano almeno una idea di azione, comunque tutta da pianificare, erano chiare a tutti: affermazione la Chiesa di Pietro in regime di libertà e democrazia, negare le pratiche massoniche come incontro di vertici italiani e stranieri per la soluzione di conflitti regionali, rifiutare il liberalismo e il socialismo perché ideologie anticlericali che non aggregano ma dividono.

Al primo congresso cattolico italiano del 1871 partecipano tre formazioni in forte crescita: la Società della gioventù cattolica italiana con sede a Bologna, l'Unione cattolica per il progresso delle buone opere in Italia con sede a Firenze, la Federazione Piana con sede a Roma fortemente voluta da Pio IX.

Il secondo congresso cattolico del 22 settembre 1875 si tiene a Firenze. Emerge la necessità di fondare un Comitato permanente, e poi quella di istituire un Comitato parrocchiale in ogni parrocchia sotto a direzione del parroco, e poi la costituzione di comitati diocesani quali collegamenti con i comitati parrocchiali, poi si pensa di costituire comitati regionali. Più tardi – siamo nel 1881 – si deciderà di chiamare questo gran movimento cattolico in via di organizzazione Opera dei Congressi e dei Comitati cattolici in Italia con lo scopo di riunire i cattolici e le associazioni cattoliche in Italia in una comune e concorde azione.

I leaders cattolici sono nomi noti, almeno per quelli come me che si sono formati alla scuola di militanza cattolica sorretta da idealità piuttosto ferme: Salviati, Acquaderni, Venturosi, ma soprattutto Paganuzzi, avv.. Giambattista Paganuzzi, il più inflessibile, apostolo infaticabile, figura pulita, generoso, capace.

A un congresso cattolico tenuto a Bergamo nel 1877 Paganuzzi ammonisce: “Senza l'Opera dei Congressi e dei Comitati periferici non è possibile movimento cattolico che meriti il nome di italiano. Potrà essere romano, milanese, napoletano, fiorentino. E invece la necessità induce a chiamare sotto uno stendardo i cattolici italiani per opporsi agli attentati scellerati onde la rivoluzione minaccia la fede non soltanto a Milano, a Roma, a Firenze, a Napoli ma in tutta intera l'Italia cattolica. Il pericolo è comune, universale: dobbiamo costituirci in un solo esercito senz'armi se non vogliamo esser vinti, presi alla spicciolata”.

L'Opera dei Congressi viene affiancata da altre importanti organizzazioni cattoliche. Ma la dimensione sociale del movimento cattolico in Italia è ancora incerta, imprecisa, insicura. Si avverte evidentemente la necessità non tanto di raccordi tra il centro e le periferie, quanto di una sorta di statuto comune, un comune proclama, un indirizzo certo ma anche autorevole a cui tutti potessero fare riferimento. Ovviamente si guarda al papa, quel grande papa Leone XIII asceso al soglio pontificio nel 1978 e subito interessato alla questione politico-sociale sorta dopo l'occupazione di Roma.

 

La svolta matura con la sua enciclica del 15 maggio 1891, la Rerum Novarum.

In essa si afferma che la Chiesa non può gradire il conservatorismo ottuso dei liberali e neanche il rivoluzionarismo socialista. Anzi, essi si presentano come due sistemi ideologici anticlericali, dichiaratamente ostili ai principi della cristianità e il suo corpo di valori. E la chiesa comincia a far capire da quale parte sta. O meglio, da quale parte non sta. Né con la destra e né con la sinistra. Piuttosto, afferma una teoria sociale di tipo solidarista, basata sull'incontro e la comprensione dei ruoli tra capitale e lavoro, ossia quella che Alcide De Gasperi individuerà, dopo la seconda guerra mondiale, nella nozione di interclassismo.

La Rerum Novarum di Leone XIII diviene il primo organico documento della Chiesa e dei cattolici in chiave sociale. E' un iniziale superamento della Questione Romana aperta con l'occupazione di Roma; ed è un tentativo di andare oltre la nozione del Non Expedit pronunciata dal suo predecessore Pio IX, poi divenuta Non Licet. Che significano: non è opportuno, è sconsigliabile e dannoso, non è lecito che i cattolici si impegnino nella vita politica italiana. Il loro impegno significa dar fiato ad uno Stato e un suo sistema di politica ove i suoi alti dirigenti sono massoni e anticlericali.

Non è un divieto divenuto tale per una legge. Ne mancano le condizioni. Ma l'invito a non entrare in politica attiva è forte e pressante.

Il più convinto assertore di questa linea in chiave laica è proprio Paganuzzi. E Paganuzzi è una voce autorevole. Del resto, l'esempio del barone Vito D'Ondes Reggio, divenuto deputato siciliano e poi italiano che sdegnosamente si era dimesso lo stesso giorno dell'occupazione di Roma era un segnale forte, era l'indicazione di una scelta per tutti. Qui, nel Sud, tutti gli intellettuali cattolici lo avevano conosciuto anche di persona, dalla Sicilia, alla Sardegna, alla Campania. Questi erano i suoi percorsi privilegiati per spiegare il suo “gran rifiuto”.

Mons. Gioacchino Pecci, arcivescovo di Perugia divenuto dal 1878 Leone XIII, tuttavia non se la sente di cancellare il Non Expedit, nonostante la portata storica e straordinariamente innovativa della sua enciclica. Confessa ai suoi fedelissimi di avere non poche perplessità. E pur negando la possibilità della creazione di un partito cattolico nazionale, prima fa intravedere la possibilità di cancellare il Non Expedit, poi risponde con una enciclica, quasi volesse dire: Guardate che i cattolici non sono ancora un mondo perché non hanno ancora una struttura od una capacità organizzativa.

Ed è proprio questo che l'avv. Paganuzzi sostiene: la necessità di pianificare una azione, di organizzarsi, di essere esperti.

“Se non siamo uniti, se non siamo forti, ci prenderanno una alla volta, e ci faranno a pezzi”.

Questo accadeva quando i cristiani erano cristiani sul serio!

Bisognava cominciare a muoversi, magari a tappe. E i cattolici lo fanno con l'Opera dei Congressi, con i Comitati parrocchiali, diocesani, regionali e col Comitato nazionale permanente in un raccordo tra il centro le periferie.

 

Comincia a sciogliersi il primo nodo della difficile coesistenza fra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica. Il cammino sarà ancora lungo e difficile per tutto il cinquantennio che va dal 1870 al 1922, la marcia su Roma e la presa del potere di Mussolini, complice un pavido re piccolo piccolo, Vittorio Emanuele III.

Per la verità, io aggiungerei un'altra data che prolunga un'era storica e ne apre un'altra. E' l'11 Febbraio del 1929, data storica perché viene firmato il Concordato tra la Stato e la Chiesa.

Quel cinquantennio, o quel sessantennio, sono però l'inizio di una storia, di un grande ed anche difficile ma anche esaltante ma anche drammatico percorso dei cattolici nelle strutture sociali economiche culturali politiche burocratiche amministrative.

Si era cominciato con l'Opera dei Congressi, primo organico raggruppamento cattolico di carattere sociale che aveva dato vita a una serie di attività quali le casse rurali, le società operaie, le banche cattoliche, le società di assicurazione.

Siamo nel 1894, XII Congresso cattolico italiano di Pavia, Regolamento delle unioni cattoliche rurali.

Solo qualche articolo.

 

“Nelle varie zone o nei centri agrari si fondano – per la protezione e il miglioramento della classe rurale – gruppi professionali col nome di Unioni cattoliche rurali. Ne faranno parte i proprietari fondiari e gli agricoltori di qualunque categoria: coloni, fittaioli, livellari, agenti o fattori di campagna, lavoranti giornalieri. Per essere ammessi all'Unione gli aderenti debbono dare propva di sentimenti cattolici, di retto spirito di famiglia, di buona condotta. Vi si manterrà spirito di solidarietà tra le varie componenti che giovi al comune benessere e miglioramento del ceto campagnolo. I componenti svilupperanno la fede e la morale nelle campagne opponendosi in modo speciale alle insidie delle sette ed alle propagande della incredulità e del socialismo”. Bisognerebbe leggerli tutti quei 21 articoli.

Ebbene anche questo regolamento delle unioni delle casse rurali italiane è il risultato di quella enciclica papale che ha segnato senz'altro l'inizio di una storia del movimento cattolico in Italia. Quella è l'aria che si respira, quello il clima in cui si sono formati i sacerdoti italiani e gli spiriti più eletti.

Quelle società, quelle aggregazioni operaie, rurali, intellettuali fioriscono rigogliosamente e si vanno traducendo prima sul terreno ideologico, in forza ad un ragionamento che bisogna fare la mente prima di passare all'azione. Uno dei sette saggi della filosofia greca precedente a Socrate ammoniva: Fa' in modo che l'azione non corra davanti al pensiero.

 

Quella forte presa ideologico-dottrinale su gran parte della popolazione italiana si tramuterà – in forma organizzativa – nella prima formazione della Democrazia Cristiana di Romolo Murri.

I partiti laici e più ostinatamente conservatori cominciano a parlare di pericolo clericale. Veramente lo fanno anche oggi quando esponenti della Chiesa o intellettuali laici parlano di tentativo strisciante di scristianizzazione dell'Italia e dell'Europa, specie nella occasione della mancata menzione delle radici cristiane dell'Europa nel preambolo della Costituzione Europea. Ricorderete con me che a questo proposito il Santo Padre Giovanni Paolo II “Il Grande” invitava a non strapparsi i capelli certo, ma ammoniva che l'evento negativo per la cristianità deve risolversi in una forte presa di coscienza di un qualche stato di minorità nel quale ci troviamo, ossia della consapevolezza che bisogna rimboccarsi le maniche e riprendere a lavorare, in spirito di umiltà, di unità per affermare nella società i valori nostri che oggi progressivamente si vanno soffocando.

 

Il 1894 è l'anno della nascita della Democrazia Cristiana. Essa si svilupperà negli anni successivi per esaurirsi tra il 1904 e il 1906.

Sono anni di modificazioni profonde del tessuto sociale italiano; sono palpabili i mutamenti nella gestione del potere pubblico e dell'economia in generale. Sono in atto trasformazioni, c'è più volontà di fare e di operare. Comincia in pratica il periodo in qualche modo felice e fecondo che successivamente verrà chiamato Belle Epoque. Nessuno avrebbe scommesso su una guerra imminente. E invece covavano sotto le volontà di potenza dei governi europei che si armavano in vista di una ulteriore espansione coloniale soprattutto verso l'Africa, facendo intendere ai cittadini che interi paesi africani fossero ricchi di materie prime. Anzi, compito dell'Europa era quello di portare civiltà, meglio dire civilizzazione quasi si trattasse di un impegno disceso metafisicamente sull'Europa per i destini che essa non poteva non imporre ai popoli di pelle nera sottosviluppati.

 

Ma sono gli anni anche delle contraddizioni sociali. Moti e sommosse popolari e operaie mostrano qua e là le contraddizioni di un sistema sociale ed economico che in Italia provocano fortissimi squilibri. Spesso si tratta di lotta per il pane.

Nel 1898 a Milano la polizia e l'esercito intervengono duramente per reprimere una sommossa nata spontaneamente per lucro di pane. L'esercito impiega i cannoni addirittura. Rimangono a terra 100 morti, oltre 500 sono i feriti. Vengono accusati anche i cattolici. Ma si tratta solo di una accusa interessata, mancano le prove accertate.

 

Nel 1892 era sorto il Partito Socialista che operava specie nel Nord quale primo catalizzatore della base sociale. Lo stesso non si poteva dire dei cattolici. Erano ancora divisi. Alcuni continuavano a reclamare il Non Expedit, altri invitavano all'impegno ad entrare in politica, altri ancora avevano coniato il motto: Né eletti e né elettori. Certo, la Rerum Novarum è illuminante per tutti. Ma la Chiesa non è ancora convinta per il gran passo, nonostante la rivista di don Romolo Murri e l'adesione di un altro sacerdote, in verità ancora piuttosto giovane in quegli anni, don Luigi Sturzo, siciliano di Caltagirone, ma non per questo uno sprovveduto. Don Luigi Sturzo è già un talento che si mostra.

Tuttavia, i cattolici sono messi di fronte al grande problema: predisporre una strategia autonoma per un recupero del proletariato e delle masse contadine che si erano sottratte all'influenza della Chiesa a causa del suo Non licet. Occorreva recuperare un mondo popolare cattolico. I socialisti esercitavano una potente attrazione su quel mondo.

 

Sorgono in molte città italiane (Roma, Napoli, Palermo, Cagliari, Milano, Torino, Bologna) molti gruppi cattolici. Ci sono laici e ci sono sacerdoti. Ed è proprio il sacerdote marchigiano Romolo Murri a scrivere la prima pagina del primo partito cattolico, la Democrazia Cristiana, attraverso il periodico di cui è direttore, la Vita Nova. Scopo del giornale è quello di testimoniare – con la presenza e lo studio – la volontà di combattere contro lo stato borghese e liberale per affermare invece la volontà di cambiamento e di rinnovamento. Queste le attese e gli sforzi dei giovani cattolici, laici e sacerdoti insieme, dentro un unico progetto condiviso.

Il loro programma, lo si vede subito, si presenta come un ampio rinnovamento delle strutture politiche, sociali ed economiche dello stato liberale: libertà sindacale, introduzione del sistema proporzionale nelle elezioni, istituzione del referendum quale ulteriore forma del diritto di iniziativa popolare, decentramento amministrativo (si trattava di scardinare la struttura centralistica del vecchio stato borghese), riforma tributaria e fiscale più giusta e vicina agli interessi dei meno abbienti, lotta contro la speculazione capitalistica, tutela della libertà di stampa, possibilità di riunirsi e di organizzarsi liberamente, ampliamento del suffragio universale, disarmo generale.

Don Romolo Murri è alla guida di questo movimento.

 

Leone XIII in una enciclica (Graves de communi) del 1901 stabilisce che il nome Democrazia Cristiana può essere usato dai cattolici, ma limitatamente al terreno sociale quale espressione di desiderio di lotta per la giustizia sociale, dunque non in chiave politica.

Sono anni di grandi cambiamenti e di facili entusiasmi. I cattolici avvertono i tempi dei cambiamenti, alcuni vi si buttano a capofitto. Ci sono personalità di grande rilievo che si apprestano alla lotta per il cambiamento. C'è il prof. Giuseppe Toniolo, docente di economia all'università di Pisa, esponente prestigioso della scuola sociologica cattolica. E' una autorità culturale riconosciuta. Il movimento attraversa quasi tutta l'Italia, più al Nord che al Sud. Ma qui, nel meridione, c'è però un giovane sacerdote nato a Caltagirone – si chiama don Luigi Sturzo – affascinato da quel vento ma non vuole però esserne trasportato. Si vede già che vuole dominarlo, indirizzarlo. Ma ci sono tantissimi altri giovani sacerdoti pronti a buttarsi nella mischia.

 

Sono anche tempi controversi. I cattolici non hanno ancora una comune linea. Ci sono gli intransigenti, legati alla nozione del Non Expedit che ancora non tollerano che lo Stato liberale sia riconosciuto dalle strutture cattoliche e ci sono quelli i quali ritengono oramai giunto il tempo di governare gli eventi e grave sarebbe continuare a starsene sdegnosamente lontani.

Nel 1903 nuovo papa diventa Pio X. Mentre il predecessore Leone XIII sollecitava ad uscire dalle sacrestie, Pio X invece comanda di rientrarne, più disposto per un laicato obbediente e sottomesso all'autorità diocesana. Nel 1904 scioglie l'Opera dei Congressi, organismo nato trent'anni prima, che aveva cominciato a far sentire ai cattolici l'appartenenza ad una unica coscienza sociale.

Don Romolo Murri non obbedisce. Fonda la Lega Democratica Nazionale. E' il tempo in cui un nuovo atteggiamento di pensiero, il “modernismo”, propone alla Chiesa di aprirsi e finalmente si concili con la cultura moderna. Don Romolo è uno degli interpreti del modernismo. Intanto Pio X promulga una nuova enciclica, Pascendi, nel 1907: il modernismo viene apertamente condannato, don Romolo viene sospeso dal sacerdozio. Diviene deputato. Sarà riammesso nella Chiesa solo poco prima della sua morte, avvenuta nel 1944.

 

Il giovane sacerdote siciliano, don Sturzo, nel 1905, in un memorabile discorso tenuto a Caltagirone, propone la nascita di un partito democratico, laico, di ispirazione cristiana, che tenga ben distinte le legittime ragioni del papa e dei vescovi e dunque del clero da quelle dei laici e le loro libere necessità di volgersi verso la politica.

Quel discorso di Caltagirone di don Luigi Sturzo non ottiene l'imprimatur della Chiesa (tutto sommato forse Sturzo neanche questo vuole). Ma non viene neanche condannato.

Sono tempi di grande incertezza. Anche dalla Santa Sede non arrivano segnali certi, sicuri. Non ci sono direttive precise. Si va dall'appoggio ai “cattolici deputati” eletti a titolo personale e non in rappresentanza di un partito, all'appoggio di candidati liberalconservatori, anche massoni, pur di impedire l'elezione del candidato socialista, dichiaratamente anticlericale.

Il movimento cattolico in forma sindacale in quegli anni conosce grandi adesioni. Si contano – censite – 375 leghe bianche con 100mila iscritti solo nel Nord. Nel 1909 nasce il primo sindacato nazionale cattolico degli operai tessili (nel 1906 era nata la Cgl, gli aderenti erano tutti socialisti, divisi tra ala massimalista-rivoluzionaria e ala riformista più disposta ai cambiamenti all'interno del regime). Nelle campagne romagnole nascono le leghe bianche quale necessità di essere presenti ed evitare gli urti e le spinte rivoluzionarie delle leghe rosse. Poi, il cosiddetto Patto Gentiloni del 1913. Sono le prime elezioni a suffragio universale maschile.

 

Il presidente dell'Unione elettorale cattolica, conte Ottorino Gentiloni, propone ai cattolici di votare per quei candidati liberali che si impegneranno, da deputati, ad opporsi all'introduzione della legge sul divorzio, a tutelare l'insegnamento della scuola privata, a riconoscere le formazioni sindacali cattoliche. Vengono eletti 200 deputati individuati dai patti gentilonizi con un grande segnale politico: con i cattolici moderati si vince.

Ma sono tempi di grande incertezza storica e politica, ma anche culturale.

Diciamo anche che è questo il periodo di trapasso di culture, anche filosofiche.

E' la crisi del Positivismo, quella corrente più propriamente filosofica sorta nella seconda metà dell'Ottocento, in tempi di grande rivoluzione tecnologica ed industriale, che aveva la pretesa di estendere il procedimento scientifico, proprio della scienza moderna già introdotta nel Seicento da Galilei, anche alle scienze umane e sociali, come se si potessero sperimentare, quindi in maniera reversibile, anche gli avvenimenti sociali ed umani al pari di quelli fisici. Il Positivismo aveva la pretesa di spazializzare, matematizzare il tempo della coscienza al pari di quello geometrico, matematico dimenticando che 5 minuti non sono mai gli stessi se riferiti ad ambiti e situazioni diversi.

 

E' la grande crisi morale, politica, culturale. Sono tempi di grande trapasso. I grandi della terra non se ne accorgono in tempo, troppo presi dalle stupidità umane fatte di orgoglio, passioni incontrollate, volontà di potenza, sgambetti anche tra alleati. Sono gli anni del grande riarmo. Gli anni della grande guerra – 1914/ 1918 – gli anni della “inutile strage” sentenziata da Benedetto XV (bisognerebbe dare maggiore ascolto ai papi). Una strage costata, per desiderio di egemonia europea e mondiale, ben 8 milioni e mezzo di morti, 20 milioni tra feriti gravi e mutilati, e lo scenario europeo rimasto quasi intatto, pressoché immutato tranne piccoli spostamenti territoriali. Una strage inutile. Ampiamente prevista.

Il Gennaio 1919 segna un'altra tappa importante per i cattolici. In un formidabile discorso fatto “Ai liberi e ai forti”, don Luigi Sturzo fonda il Partito Popolare Italiano.

Ma questa è già storia cattolica di un'era successiva a quella sulla quale io sono stato chiamato dal prof. Don Felice Dinardo per un veloce percorso sulle origini della storia dei cattolici nelle tematiche sociali e politiche ed anche per una qualche mia proposta interpretativa sui fatti.

 

La nascita del Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo è un'altra parte della storia che va esaminata a parte e con più tempo. Appena qualche nota, sul suo discorso del 1905. Scriveva don Sturzo 100 anni fa:

“A me, democratico autentico, convinto e non dell'ultima ora, è inutile chiedere quale delle due tendenze politiche io creda che risponda meglio agli ideali di quella rigenerazione della società in Cristo, che è l'aspirazione prima e ultima di tutto il nostro precorrere, agire, lottare. Io stimo inopportuna la posizione di un partito cattolico conservatore a rimorchio dei liberali. Io credo necessario un contenuto democratico del programma dei cattolici nella formazione di un partito nazionale.(…) Noi però dobbiamo viaggiare da soli, specificatamente diversi come siamo sia dai liberali che dai socialisti, liberi nelle mosse, con un programma consono, concreto, basato sopra elementi di vita democratica. Non la monarchia, non il conservatorismo, non il riformismo socialista ci potranno attirare nella loro orbita. Noi saremo sempre, e necessariamente, democratici e cattolici”.

Pasquale Tucciariello

 

Barile, 19 novembre 2005, Centro sociale. Relazione tenuta in occasione della presentazione del libro di don Felice Dinardo, “Mons. Emanuele Virgilio, Una storia folle di ordinaria santità”

 

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