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Personaggi - ernesto fortunato

 

ERNESTO FORTUNATO PIONIERE DELL'AGRICOLTURA

 

A circa ottantacinque dalla sua scomparsa resta un valido punto di riferimento


di Michele Traficante

 

 

"Ed ecco come egli espresse la sua opinione: che chiunque sapesse far crescere due spighe di grano o due fili d'erba, dove non ne cresceva che uno, sarebbe molto più benemerito dell'umanità, e servirebbe molto meglio il proprio paese, che tutta la genìa dei politici e dei politicanti messi insieme". Prendendo in prestito quest'espressione da "Viaggi di Gulliver" di Jonathan Swift, Giustino Fortunato rappresentò il carattere e l'opera del fratello Ernesto. Fu un pioniere della rinascita agricola di un'area, quel di Gaudiano di Lavello, già cara alla malaria per l'infido Aufido, don Ernesto Fortunato, il cui ricordo, a distanza di quasi ottantacinque anni dalla sua scomparsa, resta vivo in quanti s'interessano di tecnica e d'innovazione nel campo agricolo.

Apparteneva ad una famiglia - come scrisse Giustino Fortunato - "immune da quella infingardaggine di spirito e di cuore, da quel diritto alla infingardaggine, il quale a lungo formò e costituì il carattere del nostro proprietario terriero". La presenza dei Fortunato a Gaudiano risale alla metà del '700 quali fittuari delle terre concesse loro dai vari vescovi di Melfi. Nel 1814 acquistarono da un censuario del Tavoliere alcune terre nella zona di Monte la Quercia. Nel 1818 acquistarono in enfiteusi perpetua dal Tavoliere di Puglia 237 versure di terre a pascolo nella Posta di Monte la Quercia. Tra il 1837 e il 1838 acquistarono dai fratelli Faraone di Rionero 380 tomoli di terreno a pascolo e 50 tomoli di seminativi ancora nella zona Posta di Monte la Quercia.

Anselmo Fortunato (1782 - 1843) nel 1839 possedeva, sempre a Gaudiano, un fondo denominato "Coppe di Maltempo". Nel 1839, con atto notarile del 14 maggio, il vescovo di Melfi, mons. Luigi Bovio, cedette in enfiteusi perpetua ad Anselmo Fortunato tutte le terre della Mensa vescovile poste nell'ex feudo di Gaudiano e particolarmente Mezzana, Geggiola, Geggiolella, Valle Principe, Lampeggiano, Maggesaria, Finocchiaro, Finocchiello, Bosco di Gaudianello. Nel 1842 i Fortunato acquistarono dagli Spagnoletti di Andria una vasta tenuta di terre a coltura e a pascolo della estensione di circa 450 versure, che divenne il centro di tutta l'azienda lavellese. In tale tenuta, intorno al 1851, è iniziata la costruzione della palazzina residenziale, ricostruita, su progetto dell'arch.Scelso di Napoli, da Ernesto Fortunato sul finire del 1800. I Fortunato operarono in questa masseria fino al 1861. Dopo tale data, per l'imputazione di connivenza per i moti legittimisti dell'aprile 1861, Pasquale Fortunato (1814 - 1879), scarcerato nel 1861, con i figli Giustino ed Ernesto si trasferì a Napoli, dove tutta la famiglia rimase fino al 1873.

La masseria di Gaudiano negli anni dal 1870 al 1873 fu tenuta in fitto da Raffaele D'Aloia di Minervino Murge per la soma annua di 1.205 ducati.

Con l'allontanamento dei Fortunato da Rionero anche l'azienda di Gaudiano subì un forte degrado con non lieve pregiudizio delle finanze di famiglia.

Così sul principio del 1873 Ernesto Fortunato, appena ventiduenne, benché avesse conseguito nel 1870 la laurea in giurisprudenza (come il fratello Giustino) chiesto ed ottenuto l'autorizzazione dal padre, andò a prendere possesso, per la diretta conduzione, dell'azienda di Gaudiano "con la visione limpida e sicura dei nuovi doveri, col deliberato proposito di essere qualcosa, di essere innanzi tutto se stesso".

 

Ernesto Fortunato, nato a Rionero in Vulture il 22 luglio 1850 (di due anni più giovane di don Giustino), dopo aver trascorso alcuni anni in convitto col fratello maggiore e conseguita la licenza liceale nel 1865, s'iscrisse all'università conseguendo la laurea in giurisprudenza. Fece pratica forense con l'avvocato Zeuli, già degnissimo magistrato, dimostrando grande acume giuridico nella gran causa demaniale sostenuta dal vescovo di Melfi contro il comune di Lavello.

Ma la sua vocazione era altra, diversa la sua scelta di vita. Dedicarsi interamente alla conduzione diretta delle terre di famiglia a cui fin dai primi anni aveva mostrato predilezione, seguendo l'orma paterna e a ricordo degli antenati.

E si "inchiodò" a Gaudiano, nella pestifera Val d'Ofanto, "con la visione limpida e sicura dei nuovi doveri, col deliberato proposito di essere qualcosa, di essere innanzi tutto se stesso". Oltre quarant'anni dedicati alla rinascita dell'azienda di famiglia, apportando impensabili innovazioni di cultura e di gestione, facendo dell'azienda modello di Gaudiano punto di riferimento per tanti studiosi di cose agricole. Egli intuì, innanzi tutto, che la cerealicoltura estensiva, largamente praticata dalla maggior parte degli agrari meridionali, non era la carta vincente. Diede vita, pertanto, ad un notevole settore zootecnico, provando e riprovando incroci con animali di particolare resistenza e di sicura riuscita. Soprattutto gli ovini (dai 2000 ai 2500 capi), i suini, i bovini (Ernesto Fortunato possedeva circa 700 capi da lavoro e da latte allo stato semibrado) costituivano la spina dorsale dell'impresa. Dal 1876, con un sapiente lavoro d'incrocio, prima con stalloni purosangue e poi con cavalli da nolo Hachknej, disponendo di 80 fattrici, ottenne una pregevolissima razza equina, la Fortunato appunto, ogni anno acquistata in blocco dall'esercito. Non mancavano mandrie di bufali che pascolavano nelle tenute lungo l'Ofanto. Apportò innovazioni pure nel campo agricolo. Di pari passo con la ristrutturazione zootecnica, procedeva l'ammodernamento delle coltivazioni erbacee e arboree. Introdusse presto l'uso di concimi, di sementi selezionate, di macchine agricole. Mise a coltura, dopo vari esperimenti, l'erba medica ed altre foraggiere. Aumentò l'estensione delle tenute con ulteriori acquisti: nel 1890, la tenuta Scioscia, di 126 ettari per la captazione, tramite acquedotto, di acque sufficienti alle necessità dell'azienda; nel 1895, la tenuta Spagnoletti, contigua a Scioscia, di 89 ettari pagata 104.604 lire ad ettaro perché in essa passava la strada provinciale Lavello- Minervino; nel 1909, le tenute Falcone, Casa Colonica, Tratturiello, di 163 ettari pagate 10.000 lire circa l'ettaro; nel 1911, la tenuta Coppicelle di Todisco di circa 202 ettari.

Ernesto Fortunato istaurò rapporti inusuali, per quei tempi "boriosi e crudi",

con i lavoratori. In mezzo ai braccianti, a cui a mensa offriva pane bianco "inappagato e secolare loro sogno", egli stava da "maestro e compagno e alla sua tavola, abitualmente, erano solito sedere i soprastanti. Cordiali e mansueti erano con lui i braccianti minervinesi, che pure avevano fama di irrequieti e violenti. Erano note le pratiche contrattuali che egli intratteneva con i suoi lavoratori. Anzitutto la consuetudine, tradizionale nella famiglia, di pensionare i propri dipendenti con uno stabile rapporto di lavoro e addetti sia alla gestione delle case e del patrimonio, sia alla lavorazione dei terreni, quando non fossero più abili al lavoro. Ma soprattutto c'era la corresponsione di salari relativamente più elevati che in ogni altra parte della Basilicata. A Gaudiano i salariati fissi annui erano circa 80 e provenivano da Minervino Murge e da Lavello, i primi stabilmente residenti nell'azienda. I braccianti avventizi, specie nei periodi di punta, raggiungevano le mille unità. Ma non si preoccupava solo delle necessità materiali dei suoi dipendenti don Ernesto, ma anche del loro elevamento morale e spirituale. A parte la somministrazione massiccia del chinino contro la malaria (acquistato a proprie spese dalla farmacia Kernot di Napoli), i fratelli Fortunato, nel 1899, fecero costruire, nei pressi della palazzina residenziale, una graziosa chiesetta (arch. Gustavo Scelso di Napoli) dedicata a San Pasquale Baylon, a ricordo del padre, solennemente benedetta l'8 giugno 1900 dall'allora vescovo di Melfi e Rapolla, mons. Giuseppe Camassa, per la regolare celebrazione delle funzioni religiose.

Qui, nel 1902, potè ricevere il presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Zanardelli, fra le piante bonificate, il gran bosco di Gaudiano infoltito, le mandrie ricostituite, i campi verdeggianti di colture antiche o di nuovissimo esperimento, gli ampi caseggiati adibiti ad abitazione dei coloni o a deposito degli attrezzi agricoli o a depositi, e le nuove cantine e, infine, nuovi volti dei contadini.

Infaticabile, don Ernesto, viveva per la sua azienda e non si risparmiò per assicurare continuo progresso e miglioramento del patrimonio di famiglia, consentendo a don Giustino di dedicarsi agli studi e alla politica. "Gran merito il mio - confessava il grande meridionalista rionerese - studiare, viaggiare, andare a Roma, sedere in una poltrona a Montecitorio, fare il signore. Il merito è di mio fratello Ernesto e alla gente che lavora con lui a Gaudiano. Mio fratello, sì, laggiù, solo nella steppa...".

Uomo schivo, libero, tutto preso dal suo impegno di agricoltore "illuminato", don Ernesto rifiutò onori e incarichi prestigiosi. Nel 1896, ricusò di essere commissario del Banco di Napoli; nel 1900 di essere senatore su proposta di Salandra; nel 1906 col Gianturco, ministro dei Lavori pubblici, quella di membro del Consiglio delle ferrovie dello Stato; nel 1912, su proposta di Francesco Saverio Nitti, ministro dell'agricoltura, la nomina di cavaliere del Lavoro.

Un giorno, qualche tempo prima della guerra, scriveva a don Giustino "... mi sono riconosciuto in un personaggio del "Come vi piace" dello Shakespeare, in quello che dice: Io sono un onesto assiduo lavoratore, io mangio quel che raccolgo, guadagno quel che porto, non odio e non invidio la felicità di alcuno, beato del bene altrui: e il mio più grande orgoglio è quello di vedere le mie pecore pascolare, i miei agnelli succhiare".

Questo fu l'uomo che rigenerò la langa malarica della Valle d'Ofanto e che venne a mancare il 6 dicembre 1921 per un male incurabile all'occhio sinistro che lo costrinse, nel 1913, ad abbandonare la sua Gaudiano, ove era appena morto all'improvviso il fratello Luigi (1857 - 1913), l'unico dei fratelli a prendere moglie (sposò nel 1880 Isabella Giusso, da cui ebbe il figlio Pasquale, morto ad appena 5 anni e la figlia Antonia che sposò il principe Antonio Alliata di Palermo).

Dopo la sua morte fu compianto ed onorato da molte personalità e dal popolo minuto che riconobbero in Ernesto Fortunato un benefattore, un vero galantuomo, un vero signore.

Il consiglio comunale di Rionero in Vulture, con delibera n° 39 del 26 aprile 1925, a riconoscimento degli alti meriti dell'illustre concittadino, intitolò la strada, già Savonarola, che rasenta il giardino del palazzo, già Savonarola, ad Ernesto Fortunato. La targa stradale, nel 1946, sindaco Michele Preziuso, per una pretesa rivalsa proletaria, giudicando Ernesto Fortunato, un gretto "terriero", venne trasportata e la strada intitolata a Giacomo Matteotti. Nello stesso anno anche la locale scuola di avviamento professionale a tipo agrario, già intolata a Mauro Di Battista, ufficiale della Milizia distintosi e perito nella guerra d'Africa nel 1935, venne intitolata a Matteotti.

Nel 1952, la maggior parte della tenuta di Gaudiano, dell'estensione di circa tremila ettari, fu espropriata dall'Ente Riforma e assegnata a diversi coloni. Il centro residenziale e circa 200 ettari dell'azienda rimasero agli eredi Alliata, i quali, circa 50 anni fa, vendettero ad alcuni privati cittadini di Lavello che si sono letteralmente spartiti i vari locali della palazzina che il caro "piccolo santuario" di don Giustino.