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06/01/2018

 

 

GUARDAMI NEGLI OCCHI

 

Storia di un immigrato


di Graziella Placido

     Come sta Bobb, si salverà?” chiedono agli avvocati davanti al Cardarelli a Napoli, gli amici di colore tutti africani timorosi per la loro incolumità. Bobb Algiee è un giovane del Gambia ferito gravemente al volto nel centro di accoglienza “La Tenda” a Marcianise dal gestore Carmine Della Gatta ora agli arresti domiciliari per tentato omicidio. Bobb ospite del centro soffriva, chiedeva cure mediche che non arrivavano, accusava dolori lancinanti alla spalla per una caduta dalla bicicletta utilizzata per andare nei campi dalle 6 del mattino alle 19 per 15 euro al giorno. Il ragazzo si è arrabbiato, con un accendino voleva dare fuoco ad un lenzuolo. Poco dopo è arrivato il titolare del centro agitatissimo. Era armato, ha colpito Bobb inerme con il calcio della pistola. Poi, con brutalità e tracotanza, gli ha sparato sulla faccia mentre cadeva.

Così racconta un senegalese testimone oculare di 23 anni che parla quattro lingue, ha studiato legge, una famiglia borghese alle spalle. Si è saputo poi che Della Gatta teneva un arsenale di armi chiuso a chiave in un armadietto metallico nella camera da letto senza porto d’armi. Bobb è terrorizzato, rischia di rimanere paralizzato, non può ingoiare cibo solido, il proiettile si è conficcato tra le vertebre cervicali ed è rischioso estrarlo. Dal Cardarelli lancia il suo grido di dolore non attraverso la parola ma dallo sguardo e scrivendo bigliettini. “Ho dolore, non so dove andrò dopo. Più volte sono stato vicino alla morte, però Dio continua a salvarmi” confida ai suoi avvocati, di cui uno di colore, che lo assistono gratis. Unica eccezione in un quadro desolante. 

 Questo episodio mi ha particolarmente colpito: un ragazzo immigrato colpito a morte da chi, istituzionalmente parlando, doveva garantirgli sicurezza e assistenza. Non una visita istituzionale, non un parlamentare: troppo indaffarati agli schieramenti elettorali, a litigare sullo “ius soli” o ad azzuffarsi sui temi dell’accoglienza, a discutere sulla necessità di aiutarli “qui o a casa loro”. Il volto di Bobb, il suo sguardo è la più forte delle denunce di come è gestito l’attuale fenomeno migratorio. Una folla enorme, senza volto, senza nome in cerca di futuro sfidando la morte con la forza della disperazione nella speranza di sfuggire alla fame, alla guerra e ai controlli delle frontiere. Uomini nei centri di detenzione illegali in cui i clan, gruppi di potenti in possesso di armi, nascondono i migranti in attesa della partenza con la complicità della guardia costiera di zona. Subiscono ogni giorno ricatti, abusi, violenze senza acqua sufficiente né cibo; chiedono soldi alle famiglie per essere liberati.

Bobb, sopravissuto alla traversata nel deserto e alla prigionia, ha visto compagni di viaggio morire nel naufragio del gommone col particolare raccapricciante di alcuni cadaveri divorati dagli squali durante le operazioni di soccorso. Ha assistito a un drammatico soccorso conteso tra la motovedetta della guardia costiera libica con il compito di impedire la traversata e una nave umanitaria tedesca: i libici picchiavano con le corde, prendevano a calci i passeggeri intenti a passare sui gommoni umanitari. Senza parlare, poi, di storie di ragazzi che viaggiano legati sotto i tir, o nascosti nel carrello di un aereo o bambini trovati in qualche valigia.

Questa è la dura realtà dei fatti. Ricordiamo il piccolo Kurdi che il mare aveva spinto sulla spiaggia con la guancia appoggiata sulla sabbia. A quella vista tutti noi spettatori inorridimmo, ma poi volgiamo altrove il nostro sguardo, commossi sì davanti a tanta sofferenza ma incapaci di assumerci le nostre responsabilità. Sono convinta che se Della Gatta si fosse rivolto a Bobb con uno sguardo benevolo, più umano, ora il ragazzo non sarebbe su un giaciglio in un centro a Caserta. Sono convinta che i suoi occhi brillanti sulla pelle scura, il suo sguardo morbido, senza parole (non può parlare) vogliono dire: datemi condizioni di vita decenti, sicure, dignitose per poter recuperare quello che ho perso. Oppure guardatemi. Guardatemi come un essere umano: nient’altro. E questo vale per tutti gli sfollati, i miserabili del mondo. Caro Bobb intendiamo solo dirti che uomini come Della Gatta non hanno alcuna speranza di avere la meglio sul desiderio di uguaglianza, di libertà che negli uomini è forte tanto quanto l’odio e l’arroganza. Ma il ragazzo è stanco, sembra non ascoltare. Avrebbe voluto raggiungere suo fratello a Bologna. Ora è solo, gli restano i suoi avvocati e il suo Dio e vorrebbe solo tornare a casa dove ha lasciato il vecchio padre sfavorevole alla sua partenza. 

Questo accade nell’Europa del 2017 dove da qualche anno si è diffusa una infezione latente per cui “ogni straniero è nemico” scrive Primo Levi nel 1947 nella sua premessa al libro “Se questo è un uomo”. E quando questo accade, ci ammonisce lo stesso Levi, al termine della catena c’è il lager. E quando questo accade è segno, diciamo noi, dell’impotenza culturale e politica non solo dell’Italia. Gli accordi tra l’Europa e il governo libico poco hanno mutato. Il governo Gentiloni ha definito un risultato straordinario il crollo degli immigrati irregolari in Italia ma l’inferno nei capannoni libici continua come prima. Di qui l’aumento dei rimpatri volontari che esso governo vanta: poveri sì ma liberi. Inoltre la retorica dell’invasione alimenta la paura e la narrazione di certa stampa sui cittadini stranieri aumenta il bisogno di muri. In questi giorni di vigilia natalizia soffia un vento bonario: l’apertura di un cordone umanitario che ha prelevato dall’inferno libico un centinaio di detenuti approdati in Italia con un aereo. Non senza polemiche per alcuni, per altri un tacere di coscienza. E’ pur sempre Natale!

Ma come si può generare sviluppo senza comprendere i problemi dei diritti, il loro allargamento a nuovi popoli e a nuove civiltà? Noi rimaniamo in attesa che emergano in Italia e in Europa padri nobili capaci di pensare che forme efficaci di integrazione sono presupposto essenziale per garantire benessere economico a fronte di una popolazione europea che sta sempre più invecchiando. E siamo in attesa che ne prendano coscienza le nuove generazioni che cominciano a misurarsi con il mestiere di vivere e ad appropriarsi di strumenti utili per comprendere il mondo guardandolo in faccia.

 

 

28/12/2017

 

 

Intervista a Natalino Frijia


di Angela De Nicola

Fin dal momento in cui mi è stato proposto di realizzare un’intervista al sassofonista e musicologo Natalino Frijia, non avevo pensato ad altro se non al sentiero mai del tutto esplorato e coloristicamente del tutto imprevedibile del Jazz. Jazz tout-court, Jazz punto e basta, Jazz punto e a capo. Quella sorprendente alchimia musicale che con le sue mille sfaccettature trova sempre annesse nuove vie di realizzazione e di espressione. Ma tant’è; e fin dai primi attimi l’incontro col maestro è stato segnato dalla piacevole sorpresa di una scoperta. E così, quella tesi di laurea che ha meritato la lode presso l’Accademia di Santa Cecilia e che porta il titolo di “Jazz e Musica di tradizione orale: appunti per uno studio comparato” ha fatto in modo che la nostra piacevole “chiacchierata musicale” dello scorso 4 Novembre prendesse una piega che non solo e non semplicemente è da considerarsi “annessa al Jazz” ma che del Jazz può esserne al tempo stesso radice, conseguenza e ampliamento, ovvero la Musica Etnica o che dir si voglia “Popolare”. Natalino Frijia, dunque, non è certo uno sconosciuto nel circuito della nuova via dell’”Etnojazz romano”...

Ascolta l'intervista a Natalino Frijia

 

Leggi il testo dell'intervista

 

 

 

01/12/2017

 

 

Trascendenza della montagna


di Nina Chiari


   Amo il mare, e i pensieri e le emozioni che esso fa vivere in me. Tuttavia, la montagna ha rappresentato una interessante scoperta: ha suscitato in me il senso di meraviglia che prende l’animo di chi, dopo aver compiuto un percorso monotono nella sua prevedibilità, veda comparire dinanzi ai suoi occhi, come per incanto, un sentiero non facile, diverso da quello percorso in precedenza, sentiero che si intuisce sappia condurre ad alte vette.
   Il percorso della bioetica dell’ambiente, infatti, rimane spesso rinchiuso in spazi angusti impregnati di pragmatismo filosofico, ovvero si mostra come un territorio i cui sentieri sono già tracciati sulle mappe disponibili per tranquilli escursionisti.
   Ci si può innamorare della montagna perché, se l’imprevedibilità suscita stupore, l’impervietà rappresenta un appello, una vera e propria sfida rivolta a chi intraprende il cammino.
   E’ questa l’opportunità che la nostra terra lucana ci offre: interpretare la montagna in modo analogico, leggendola in una prospettiva mistica, o almeno così mi piace definirla.
   L’attribuzione di un valore simbolico e trasfigurante alla natura sposta evidentemente il rapporto uomo-ambiente ad un livello molto più elevato: la natura non è più l’altro da sé da rispettare come condizione per la sopravivenza, ma l’altro che io interrogo per definire l’itinerario del mio cammino; la natura non è più solo l’oggetto del mio agire morale, ma diventa addirittura interlocutrice, via di accesso ad esperienze morali e metafisiche.
   Perché all’interno del mondo-natura scegliere come interlocutrice la montagna? Perché la montagna può fornire sollecitazioni a chi intenda intraprendere una strada capace di aprirsi ad una dimensione verticale, nella quale il punto di arrivo, la cima (il limite), possa stagliarsi nell’infinito (l’illimitato) del cielo.
   Le risposte alle nostre inquietudini esistenziali prendono la forma di sollecitazioni morali, riflessioni sulla teologia della natura fino ad assumere la forma di un vero e proprio misticismo.
   Le sollecitazioni morali sono presenti sin dall’inizio: chi si avvicina alla montagna lo fa con i propri mezzi e con atteggiamento umile.
   L’umiltà del montanaro non si traduce in immobilismo, è una umiltà che spinge all’azione, un’azione promossa dalla conoscenza di sé nella consapevolezza dei propri limiti, consapevolezza che suscita pazienza ed operosità: chi percorre un sentiero difficile non ha un passo frettoloso, sa che un’andatura cadenzata è indispensabile per raggiungere la meta, ma sa anche che soste troppo prolungate allontanano i tempi del traguardo, e l’attenzione al tempo cronologico e atmosferico sono molto importanti per chi cammina la montagna.
   L’analogia fra il cammino del montanaro e il nostro cammino nella vita si snoda in diversi percorsi, i sentieri più o meno impervi della nostra esistenza: il sentiero del pensare, il sentiero della nudità, il sentiero dell’amore fino ad arrivare all’esperienza mistica, in cima alla vetta.
   Camminando per un viottolo di montagna, mi torna in mente il sentiero analogico del camminare-pensare così descritto da Tomatis: <<Camminare è fare esperienza, rasentando sempre il pericolo, l’imprevisto, l’invisibile sapendolo provare passo a passo come costantemente accanto a noi. Pensare è accogliere nella propria finita persona l’infinito, l’imprevedibile ed inatteso darsi in noi dell’assoluto, scevro da assoluzioni. Ma allora camminare è pensare e pensare è porsi in cammino…>>.
   E le parole di Tomatis evocano nella mia mente il “pensare senza ringhiera” di Hannah Arendt: coloro i quali sono fermamente convinti dei cosiddetti vecchi valori sono i primi a cambiarli per un nuovo ordine di valori…e questo dispiace perché nel momento in cui si dà a qualcuno nuovi valori – o questa famosa “ringhiera” - questi può immediatamente cambiarli. E la gente si abitua ad avere una “ringhiera” di principi e nient’altro.
   “Pensare senza ringhiera” è un altro modo di dire la qualità essenziale del nostro pensiero: il suo non essere mai concluso, il suo saper osare nella tensione verso l’aperto-infinito. Abitare il limite è già porsi in cammino verso l’illimitato. Pensare senza ringhiera vuol dire usare parole ricche e vive, spesso allusive, parole quotidiane, anche quando si parla della montagna.
   Camminando si appoggiano talvolta a terra le mani, e penso allora al sentiero analogico della nudità: esperienza del limite, del vuoto, della mancanza, dell’indigenza, della povertà e dell’umiltà, risultato ultimo di un operare rivolto al verticale. Perché con le sue caratteristiche di essenzialità, estremità e semplicità, scarsa antropizzazione e trasformazione culturale, l’ambiente montano racchiude in sé ogni aspettativa dell’uomo; proprio negli elementi costitutivi essenziali spogli di orpelli, fino alla pura vita.
La nudità è uno stato antropologico fondamentale, perché rende possibile l’apertura alla trascendenza: è rinuncia ad ogni egoismo, è pura potenzialità. La nudità rende il pensiero simile ad un uomo su una montagna, che fissando lontano scorge al tempo stesso sotto di sé, pur senza guardarle, foreste e pianure. Un pensiero vuoto, che non cerca nulla, ma è pronto a ricevere nella sua nudità l’oggetto che sta per penetrarvi.  
   Per dirla con Simone Weil, la montagna è l’altezza del pensiero nudo, è la conversione dell’anima all’attenzione di ogni forma di vita.
   Ma ogni forma di vita ha bisogno d’amore. E l’amore ascolta ogni voce, ascolta anche il silenzio; attende un sibilo che è già suono.
   Così si raggiunge la vetta, solo grazie ad un modificato rapporto uomo-natura: finché l’uomo non si riconcilierà col creato invece di vagarvi presuntuosamente errante, non potrà ambire alla restaurazione finale di ogni essere in Dio, e di Dio in tutto.
   Alla fine di un itinerario ci si rende conto di aver percorso, su per la montagna, un sentiero metafisico lastricato di suggestioni poetiche, che conducono ad intuire dal visibile l’invisibile e dal contingente l’eterno.
   Mi rendo conto che amare e soprattutto valorizzare e incentivare lo sviluppo di zone tanto impervie ed isolate può considerarsi impresa titanica. Eppure per la Lucania vale la pena fare un tentativo, anche da parte dei visitatori.
   E’ vero, al loro sguardo si profila un paesaggio senza tempo. Sono immagini che inducono ad ironia o tristezza, provocano sentimenti di umana simpatia o forse persino di gioia …. sono soprattutto documenti che sollecitano riflessioni sulle mete raggiunte, le speranze deluse, e sulle attese delle giovani generazioni lucane

                                                                                                               Nina Chiari    

 

 

08/11/2017

 

 

A spasso con Quintilio

Il bisogno di un rinnovamento culturale


di Graziella Placido


                                                                “Ciò che è grande nell’uomo
                                                                 è di creare un ponte  e non uno scopo”
                                                                                        (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

(Ambiente scolastico)
Antonino detto Tony studente di un liceo entra in segreteria per la richiesta di un certificato di frequenza.
Tony - Buongiorno.
Silenzio. Si avvicina ad una delle impiegate china al computer su una scrivania ingombra di carte.
 T - Mi scusi è pronto il certificato di frequenza?  
L’impiegata senza alzare la testa e non degnandolo di uno sguardo - Non lo so, non sono io l’addetta. La sezione alunni non è di mia competenza ma della collega che oggi è assente. Torna domani.
T - Ho chiesto il permesso alla professoressa per scendere giù in segreteria e il certificato è urgente.
Silenzio. Il ragazzo esce. Nel corridoio incontra il dirigente scolastico che lo apostrofa in malo modo e al quale racconta la cosa.
Dirigente - E’ la specializzazione del lavoro giovanotto. Così funziona il sistema della società moderna e ora vai in classe. Il ragazzo non comprende.
Nel corridoio del 1⁰ piano due collaboratrici scolastiche confabulano a voce alta e stizzosa. Tony ode - ore di straordinario… tu ne hai fatto 60, io 100, tu hai detto che… è colpa tua se….
T pensa - Ci vuole una buona dose di humour per inghiottire questo scenario.
Quel giorno, per l’assenza della professoressa dell’ultima ora, la classe esce prima del consueto. Nel rientrare a casa, Tony incontra Quintilio, un suo vecchio e affabile maestro da anni in pensione, che lo saluta con un ciuffettino sulla guancia. Dopo i convenevoli si incamminano verso la villa comunale non molto distante dall’edificio scolastico.
T -  Cos’ è la specializzazione del lavoro e il lavoro straordinario? Non comprendo.
Quintilio - Molte cose sfuggono alla comprensione perché non si scava a fondo alla realtà. La specializzazione del lavoro è una invenzione dell’uomo per produrre sempre più e sempre meglio.
T -  Ma così io rientro a casa senza certificato di frequenza?
Q - Appunto. I lavori specialistici sono la morte dell’anima dell’uomo. Sarebbe meglio se del lavoro considerassimo tutti gli aspetti, dal produrre certificati all’acquisto del materiale al riparare computer.
T -  E il lavoro straordinario cos’è.
Q -  E’ quello che si svolge oltre l’ordinario e oltre le proprie competenze.
T -  Ma le due donne avevano un aspetto litigioso.
Q - Ascolta. E’ vero che il lavoro è un fatto economico ma è proprio il forte legame tra lavoro e denaro a renderci rissosi e a farci sentire come schiavi.
T -  Noi studenti qualche giorno fa abbiamo manifestato contro l’alternanza scuola – lavoro nelle aziende dove senza un minimo di retribuzione ci sentiremmo sfruttati e umiliati. Che ne pensa maestro?
Q lì piantato come una quercia che trae la sua linfa solo dopo aver messo le sue radici, chiosa: - Non è solo questione di dignità.
T -  Mi sembra di capire che lei non è favorevole all’esperienza lavorativa nel corso dei nostri studi.
Q - Esattamente. Oggi l’istruzione è sempre più orientata verso l’aziendalismo. E’ un errore. Il ragazzo deve prima possedere una struttura culturale, cognitiva, ideologica; capire la grammatica delle cose per muoversi da responsabile delle proprie azioni in questa massa amorfa di informazioni; acquisire una necessaria capacità critica per distinguere ciò che gli serve da ciò che asserve, insomma deve mettere prima le radici su uno studio serio che richiede tempo e riflessione. Tony lo fissa con lucida attenzione. Quintilio dopo un attimo di pausa continua: - Questo è essenziale oggi più che mai perché la nostra società vi chiede di cambiare sempre più spesso tipo di lavoro nel corso della vita per rinnovare i modi di lavorare. Se un ragazzo non disponesse di una base teorica generale molto buona non riuscirebbe a fronteggiare questo cambiamento. Il futuro dipende dalla qualità della vostra istruzione che deve formare uomini liberi e non costruire conformisti. E poi voi giovani, dotati di un grande potenziale e di infinite risorse, in poco tempo imparereste qualsiasi lavoro al termine del corso degli studi.   
T lo guarda con candore. E’ riluttante ad affaticare il vecchio maestro con ulteriore domanda. Ma, memore del calore che profondeva verso i suoi scolari e, come stupito e incoraggiato dalla forza invincibile che ha la vita se la si attraversa con intelligenza di cuore immenso, domanda: - Come vede lei l’introduzione dell’uso dei cellulari durante le ore scolastiche?
Q - Internet e i cellulari non sono di per sé delle diavolerie ma il loro abuso allontana da sé stessi e le cose perché non hanno quella struttura di cui parlavamo prima e che deve essere in te. Per la quale ripeto occorre profondità di pensiero, tempo e concentrazione. Voi giovani purtroppo vivete nel frastuono assordante: radio ad alto volume, televisori blateranti, squilli di telefono, rombi di motori, orecchie turate da cuffiette che vibrano di musica, podcast. Frastuono che fa perdere ogni capacità espressiva, ogni possibilità di capire e di essere capiti. Non c’è ascolto. Ragioni per cui molti vivono in un continuo senso di perdita. Sai cosa dice la poetessa Alda Merini? “Chi parla dà chi ascolta prende”.
T - Allora bisogna recuperare ciò che si perde e raddrizzare la situazione?  Che fare?
Q - Sarebbe bene provare un senso di piacere in quello che si fa. L’idolatria del denaro, il consumismo, che ci rende infantili col dirci che la felicità consiste nel comprare un determinato prodotto, ci hanno fatto perdere parte della nostra interiorità. Manca il ri-spetto, l’anima mundi.
T - Interiorità, anima mundi e cosa sono?
Q - Ascolta. Il nostro approccio concreto alle persone e alle cose è mediato dall’anima. La realtà non è solo nelle strutture fisiche, puramente esteriori come il motorino, il cellulare. Sono reali anche le forme della nostra coscienza, delle immagini, ciò che ci fare agire bene o male, con risentimento o perdono, insomma ciò che ci rende umani. Anche il libro che leggi, il foglio su cui scrivi, il cane a cui sei molto affezionato, l’albero del giardino, il canto degli uccelli hanno voci, odori, volti e ci parlano. Tutto questo è sensibilità, è anima. Il mondo rivela sé stesso a chi sa osservare e riflettere.
T dopo un attimo di riflessione: - E’ vero, entriamo in villa a ri-guardare la pioggia delle foglie cadenti, a ri-ascoltare il canto degli uccelli sugli alberi e tutte le meraviglie del creato.
Così il giovane e il vecchio. Il nuovo non respinge la saggezza del passato e il vecchio non si sente inaridito. Entrambi, mano nella mano si dileguano. Un quadretto in cui il nuovo e il vecchio si ri-compongono. Il vecchio diventato un po’ giovane, il giovane diventato un po’ vecchio. Gloria duplex.

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₁ Il pensiero generativo di questo dialogo appartiene a James Hillman celebre studioso americano, scomparso qualche anno fa, che visse la maturità in Europa. Definito poeta dell’anima, aveva allargato l’orizzonte della psicanalisi convinto che la sofferenza individuale affondi nella società, nella incapacità di pensare agli altri con il cuore. “Io non sono se non in un campo psichico con gli altri, con la gente, gli edifici, gli animali, le piante”. Così scriveva. Quello che oggi va curata è, come egli la chiamava, l’anima mundi.
Anima. Parola intorno a cui ruota tutta la riflessione hillmaniana, non ha a che fare con sfondi religiosi, né col dualismo anima - corpo. L’ Anima, per Hillman, è la fede nelle immagini e nel pensiero del cuore che porta ad una animazione nel mondo. L’Anima crea legami, attaccamenti, ponti. La nostra società, oggi, non ha più anima, non conosce più le relazioni tra gli uomini se non come relazioni di interessi e di profitto. Più non si commuove per il dolore del mondo, non sa immaginare altro che non rientra nel calcolo delle utilità smarrendo quel pensiero del cuore di cui erano capaci i Greci. Per i quali la bellezza non è inscindibile dalla bontà e dalla verità. Verità non scientifica o filosofica o religiosa, ma la conoscenza di sé che crea quell’armonia interiore in cui si radica la bellezza.
E poiché per l’uomo greco la bellezza individuale non è raggiungibile senza una Politica della bellezza ecco che per Hillman ritorna il motivo che solo una società ben governata può ridurre la sofferenza di tanti individui. Il suo sguardo lucido e critico sul mondo è così essenziale oggi, dove la confluenza delle culture chiede una disposizione dell’Anima che consenta quella tolleranza e quell’accoglienza che solo il relativismo sa concedere.  
Nella sua lucida analisi sulla figura di Hitler, i cui altisonanti proclami, ridotti ad una massa enorme di dati, coprivano la mancanza di pensiero, di riflessione e l’incapacità di sostenere un dialogo, il Nostro mette in guardia il lettore. “La nostra democrazia dovrebbe imparare dalla lezione di Hitler, perché esiste il rischio che si possa eleggere un giorno al potere il vincitore di qualche superquiz televisivo e si educhino i nostri figli a credere che le autostrade delle informazioni siano la via della conoscenza…… Stiamo attenti perché una educazione che privilegia i fatti invece del pensiero e valori nazionalistici o confessionali, politicamente corretti invece del giudizio critico può produrre una nazione di primi della classe che sono anche psicopatici. Così scrive in “Il codice dell’anima”, Ed. Adelphi.
A ben guardare molti personaggi che oggi governano il mondo quanto di più attuale e profetico! I lumi ci salvino dalla loro insania.

        

 

 

25/10/2017

 

 

DEPRESSIONE E ANSIA SOCIOECONOMICA

(da "Lezioni di economia del tempo". San Paolo - Ottobre 2017 - Lettura Magistrale -) Prof. Antonio ROMANO

di Antonio Romano


La depressione umana quando non legata a patologie, può essere definita come "vivere nel presente i pesi delle pene e degli errori del passato". Come dire, vivere portandosi addosso tutte le negatività ed errori della vita vissuta, insopportabili per la vita presente. 
Depressione, quindi, é il risultato dei pesi e degli errori della vita passata.
Mentre l'ansia umana quando non legata a patologie può essere definita come "vivere nel presente i timori del futuro e del tempo che verrà ". Come dire, vivere, pensando che non avremo tempo per fare delle cose, pensando che fatti da noi non controllabili possano colpire la nostra vita e il nostro equilibrio: vivere insomma nel presente con delle fobie future. 
Ansia, quindi, è il risultato dei probabili pesi per errori e imprevisti della vita futura.

In politica, in economia, nella cultura e nell'educazione sociale di uno stato, queste due condizioni, depressione ed ansia, sono purtroppo impalpabili, non sono avvertite e sono descritte e studiate solo a posteriori. 
Ma perché non sono avvertite, perché si generano, perché non si evitano, perché e chi li crea? La risposta potrebbe essere così formulata:

LA DEPRESSIONE SOCIOECONOMICA, quando é presente platealmente come dinamico movimento sociale e politico, viene descritta a posteriori nelle società moderne, come la conseguenza di errori, di superficialità, di mancanza di programmazione, di mete, di obbiettivi e mancati controlli dei risultati.
In sintesi, la società entra in depressione, non sa neanche di esserlo e addirittura si auto giustifica o considera questa dinamica depressiva come ineluttabile o colpa di altri. Riesce a comprenderla solo quando la depressione socioeconomica si fa severa ed erode i principi basilari dell'economia, della società, della cultura, del senso civico e quindi rende la vita socioeconomica bisognosa di un rimedio o più delle volte, di tanti rimedi messi insieme, al fine di cercare un nuovo e inferiore equilibrio dal quale ripartire. Questo processo di riequilibrio può durare un tempo medio (anni) o molto tempo (decenni) e non sempre, si riesce nello scopo.

L'ANSIA SOCIOECONOMICA, allo stesso modo della depressione, non viene avvertita immediatamente e realmente dalla società e dai governi, se non nel momento di fatti importanti, ripetuti e pubblicamente devastanti, ad esempio, alla presenza di notizie che mettono in pericolo la confort zone di una parte o dell'intera popolazione. Una "legge restrittiva sulla previdenza che sposta l'età pensionabile a 70 anni. Quindi i sessantenni entrano in ansia, perché non andranno in pensione immediatamente. Altro esempio, "la salute non sarà più gratuita, ma a pagamento".  Altro esempio, "la pubblica amministrazione dovrà licenziare il 66% dei dipendenti pubblici". Altro esempio, "cadrà neve per 12 giorni" e tutti entrano in ansia e saccheggiano i supermercati.
L'ansia sociale, a differenza della depressione sociale, viene avvertita anteriormente, anche per "sentito dire" in forma individuale, settoriale e relativa ad alcuni aspetti (una grande banca sta per fallire e tutti corrono a ritirare i risparmi).
A differenza della depressione socioeconomica, l'ansia socioeconomica è avvertita solo dopo annunci e notizie spaventose per le persone o gruppi di persone, tuttavia avvertita anteriormente rispetto alla depressione socioeconomica perché quest'ultima è silente, provocata da errori e superficialità di lungo periodo, quindi per questo la società e la politica, molte volte, non trovano rimedi efficaci, se non l'imposizione di un adattamento sociale a una nuova seppur restrittiva, zona di conforto.

Ovviamente l'ansia socioeconomica si genera, anche e conseguentemente, alla presa di coscienza della società, della depressione economica in atto e in piena esplosione. In quanto ansia sociale, in queste condizioni, la società e i governi reagiscono confusamente e in enorme ritardo sia sulle cause che hanno prodotto la depressione e sia sui rimedi che eliminerebbero o curerebbero l'ansia sociale. Un esempio su tutti: la spaventosa depressione socioeconomica argentina, con il relativo fallimento della organizzazione sociale e finanziaria e la generazione dell'ansia del futuro che ha colpito ben due generazioni. 
Nessuno in Argentina si era accorto dell'inizio della fase depressiva ed inoltre, con enorme ritardo, si sono cercate soluzioni insufficienti per creare le condizioni minime di una ripresa. In sintesi, si é compreso in ritardo il processo depressivo che è stato causato da una insignificante e insufficiente programmazione e a tutt'oggi si devono ancora comprendere quali rimedi essenziali sono necessari in Argentina per ridurre l'ansia sociale e uscire dal tunnel depressivo. 
In Italia, avremmo già percorso la "strada argentina", se non ci fossero stati alcuni vantaggi europei e alcuni vantaggi finanziari, nonché una protezione comunitaria e un complesso di energie e di Know how, capaci di creare un valore aggiunto nella società e nella economia in generale.
Altri paesi, nel dopoguerra, come il Giappone, Olanda, Singapore, Norvegia, Corea del Sud, Svezia, Malesia, Svizzera, Australia, Germania, Canada, Danimarca ed altri, hanno eliminato l'ansia socioeconomica non imboccando la strada della depressione socioeconomica.

Dovremmo meditare tutti su "come evitare gli errori del passato" per non vivere il peso delle loro conseguenze: depressione e ansia sociale.        

 

 

11/10/2017

 

 

SCUOLA, POTENZIALE DI SPERANZA
Efficace quando forma cittadini

 

di Nina Chiari


“Che speranza hanno i bambini? Voi dite ai bimbi le cose belle e che possono conquistare il mondo, ma qui di cose belle non se ne vedono. Devono credere alle vostre parole o abituarsi a combattere e perdere ogni giorno e rialzarsi e pregare, come ho fatto io?”.

Le parole di Marco Rossi Doria sono più che mai attuali. Ogni mattina ti arrivano addosso, insieme ai tuoi alunni, i mille risvolti di situazioni concrete, le trappole interne e i divieti dell’anima di ciascuno; tutto è dentro ai ragazzi che hai davanti quel giorno e che ti guardano e fanno domande.

Nei giorni e nei mesi e negli anni ti chiedi: ma serve la scuola?

Don Milani, nelle prime pagine di Lettera a una professoressa, riporta la risposta a questa domanda di un suo alunno di Barbiana, di nome Lucio (siamo alla metà degli anni sessanta). Lucio rispose che era meglio la scuola del letame delle trentasei vacche che doveva spalare ogni mattina.

Per Lucio, per i figli di operai, di disoccupati, di braccianti e cittadini di quella Italia, la scuola serviva. Per sperare in un altro destino, diverso da quello fatto di fatica e precarietà e privo del sapere necessario per emanciparsi. Però, quel destino sociale era, allo stesso tempo, un universo esistenziale complesso e ricco, pieno di contenuti, di legge interiore e di sapere materiale: esisteva una cultura di chi non possedeva e non aveva potere.

E c’era la narrazione, l’appartenenza, il comportamento che seguiva le parole, il saper dire il proprio sentire in faccia al mondo, sicuri di saper fare delle cose: costruire manufatti, far volare aquiloni, andare a pesca, governare bestie, fabbricare giochi, stare insieme agli altri con lealtà, coltivare piante, raccogliere legna e funghi, fare conserve, conoscere storie, cantare canzoni, riciclare cose usate, risparmiare energia.

La scuola di quegli anni è servita. A Lucio e a milioni di suoi coetanei. Perché moltissimi di quei ragazzi, grazie alla scuola, un destino lo hanno avuto. Meno duro, più dignitoso. Hanno potuto vivere con un piede nel mondo e nelle sue ricchezze, e con l’altro nel futuro. Ma i “Lucio” di oggi non hanno con sé né quelle esperienze ereditate dal tempo né gli strumenti cognitivi ed emotivi che servono per farsi strada nel mondo.

Infatti, la stagione di una scuola che ha mantenuto la promessa della speranza è finita con i primi anni Ottanta. La scuola italiana è stata “di classe” fino alle parole giunte a noi dai ragazzi di Barbiana. Poi, si è aperta una finestra su un futuro diverso. E la finestra è rimasta aperta per quattro lustri. Oggi, si è richiusa. Implacabilmente. Ce lo dicono tutti i dati. Senza appello.

Commette errore grave chi difende oggi la scuola pubblica così com’è, senza capire che va difesa solo se si intende cambiarla e renderla disponibile davvero a tutti e a ciascuno.

Sbaglia chi non guarda in modo severo alle ragioni della sua sconfitta, dovute alle rigidità amministrative e sindacali, prima ancora che ai terribili tagli di bilancio. Sbaglia chi non sa interrogarsi sulle ragioni profonde della perdita della “missione civile” della scuola.

Quando si svolge una professione che riguarda il bene comune ed è pagata con i soldi di tutti per assolvere a funzioni pubbliche, bisogna pur chiedersi cosa si sta facendo e a quale punto del cammino ci si trova nel farlo. E a tratti emergono domande radicali, che salgono alla mente – e all’anima – perché vi è una urgenza, inalienabile e libera: trovare una dimensione di senso. Infatti, un lavoro pubblico non può essere una semplice esecuzione. Soprattutto quando, più di altri, è fondato sulla relazione, sulla cura, con lo sguardo rivolto allo sviluppo delle vite che oggi sono in formazione – quale è il lavoro educativo. Un lavoro rivolto alle persone in crescita deve ricercare, preservare e condividere significati. E deve trovare ispirazione.

L’art. 3 della Costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni sociali e personali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Il giudizio che emerge da questo breve testo è negativo, e resta tale, aggravato dal tempo. E perciò, dal punto di vista dell’etica civile, questo resta il compito da assolvere: modificare la situazione reale attraverso la Costituzione.

Per svolgere tale opera, la domanda da cui partire è: oggi la scuola serve ai ragazzi cosi come è servita alla generazione degli alunni di Barbiana? La dura risposta è che la Scuola in Italia è più “di classe” oggi che ai tempi di don Milani. Ma c’è un paradosso. La Scuola resta il principale potenziale fattore di speranza per chiunque nasce nell’esclusione sociale. Infatti, il rapporto diretto tra più anni di istruzione e maggiore protezione sociale è da tempo attestata. Ovunque in Europa un basso grado di istruzione dei genitori corrisponde ad una minore probabilità degli individui di terminare bene l’intero corso di studi superiori e l’università.

Per quanto ci si sforzi questi nostri ragazzi - che condividono il grande disorientamento dell’adolescenza italiana, potente specchio dello scacco educativo in cui si trova la nostra società – non vogliono e/o non possono sedere nelle aule delle Scuole come sono comunemente organizzate.

Perché questa Scuola non è pensata per loro, non va verso di loro, non è ispirata realmente all’art.3 della Costituzione. Così resta vero il monito di don Milani: il principale problema della Scuola italiana sono i ragazzi che perde.

E’ per questi motivi che occorre capire che la Scuola è necessaria per ridare forza alla funzione emancipativa di questa istituzione.

Occorre entrare nella dimensione quotidiana del reciproco riconoscimento, in un campo con delle regole che permettono incontro e scoperta agli adolescenti e agli adulti. Gli adulti, noi, dobbiamo re-imparare il nostro mestiere di educatori.

Dobbiamo misurarci nel concreto con il loro modo di crescere, con la loro dimensione di cittadini appartenenti ad un contesto sociale e antropologico da cui si

deve ripartire: il linguaggio del corpo, del gesto e dei ritmi, e dei sogni rivelati e delle verità di appartenenza descritti impietosamente, linguaggio dei diritti scoperti e delle difficoltà riconosciute nel poterne davvero godere. Da lì dobbiamo ripartire: per andare verso la cultura universale, quella che permette la cittadinanza.

Vi è una valenza etica in tale approccio, a condizione di lavorare con grande cura dei tempi, degli spazi e dei modi, con al centro la relazione educativa. Nel tempo si moltiplicheranno una miriade di processi e di fatti, rilevatori di educazione e formazione vere, che troveranno le vie per definirsi, identificarsi, crearsi.

Cose che mostrano che si può venire a contatto con le istituzioni e indagarne, da giovani cittadini, le funzioni dichiarate e le reali capacità offerte o le promesse disattese. Cose che mostrano a quali condizioni è possibile orientarsi tra più mestieri futuri, portando a compimento una formazione vera. Cose che saprebbero indicare ad una politica che fosse degna di questo nome che creare un primo lavoro legale o almeno un lavoro da cui si impara, è possibile per ogni ragazzo, solo se lo si volesse davvero. Cose che mostrano che ragazzi lontani dalla Scuola e dalle protezioni sanno produrre una ceramica, una foto, un film, una musica, un giornalino; e che sanno emigrare in modo non disperato, ritornare a formarsi, dopo un lavoro supersfruttato, allontanarsi da una dipendenza o da una violenza.

Ma ogni anno il conto richiesto dal decisore pubblico non è sulle cose fatte e come e quanto e perché. Sono chiesti i numeri e vanno forniti.

Non si pensa alle cose fatte, ma al numero delle persone. Questo mi fa venire in mente una scena che ha, in sé, una valenza paradigmatica: quando, dopo l’avvio della preghiera del Sabato, chi viene chiamato a leggere ad alta voce la Scrittura, si appresta ad andare verso il Tabernacolo per prendere i rotoli della Torah che leggerà, egli deve guardarsi dietro per essere certo che vi sono almeno due uomini nel Tempio. Ebbene: non si conta con i numeri. Perché le persone non sono numeri. Invece, si conta con i versi del Salmo

Nina Chiari                

 

 

10/09/2017

 

 

MILANO CHIAMA MUSICA: I LUCANI “PIETRANUDA
IN FINALE AL ROCK TARGATO ITALIA.

 

di Angela De Nicola


(Potenza) La trentesima edizione di “Rock Targato Italia”, storica manifestazione milanese, antenata di tutti i “contest” musicali che poco o nulla ha a che vedere col marchio ormai un po’ usurato del talent show di massa, porterà una band tutta lucana tra i nomi dei ventuno finalisti pronti a sfidarsi a suon di chitarre e melodie pop-rock i prossimi 2, 3, 4 Ottobre 2017 nello storico Legend Club di via Fermi, nel capoluogo lombardo. I Pietranuda, che i più attenti tra gli addetti ai lavori e promoters locali già conoscono e apprezzano, hanno superato diverse fasi pre - eliminatorie, giungendo col consenso di voto telematico e giurie di qualità, all’ultimo gradino del noto contest, per giocarsi l’importante carta di una seria promozione musicale a livello nazionale e dunque il meritato “salto” che la band, nata attorno alla creatività, all’estro e alla più che decennale esperienza di Mauro Fortarezza, sembra meritare da tempo. “Essere giunti in finale è per noi un grande traguardo a prescindere dai risultati che ora attendiamo partecipando a questo importante rush finale” affermano i componenti della band, incontrati nel corso di un noto appuntamento dell’estate musicale lucana. Ma i Pietranuda, come è giusto che sia, guardano speranzosi all’importante data di Milano. E sperano. “Il nostro” dicono “è un pop-rock non troppo ‘leggero’ perché attento a dare messaggi che non abbindolano la mente con facili riff o tormentoni, ma che sperano di far pensare, forse, un po’ di più. Fin’ora abbiamo utilizzato principalmente brani scritti da Mauro, ma in fase di studio e di arrangiamento ognuno di noi mette del suo.”

Sperano e ci vogliono credere, questi bravi musicisti che dividono le loro chitarre con la normale vita quotidiana fatta di lavoro e famiglia. Ci sperano così come negli scorsi anni ci hanno creduto e sperato band diventate poi note al grande pubblico come Subsonica, Timoria, Marlene Kunz, Litfiba, Negramaro, Le Vibrazioni, nonché autori del calibro di Carmen Consoli o Giulio Casale (Estra) che hanno iniziato proprio da questo prestigioso palco e da quasi sconosciuti, esattamente come sta accadendo in questi giorni ai nostri corregionali. Tra forte propensione per un “hobo” intimista e una più che marcata coscienza sociale, le note dei Pietranuda (che oltre al già citato frontman-songwriter Mauro Fortarezza, vedono Saverio Orlando alla chitarra elettrica, Luca Monaco al basso, Michele Fortunato alla batteria e un giovanissimo Rocco Calabrese alle tastiere) si incidono con facilità nella mente come agglomerato di nuove idee e danno da sempre l’impressione di provenire da persone unite dall’amicizia e dall’amore per la musica suonata anzitutto dal vivo. E si tratta senza dubbio di un pentagramma e di una volontà compositiva che appaiono curate per dare emozioni sul filo di un curatissimo pop ma altresì sull’onda dell’eclettismo vibratile tipico del migliore rock cantautoriale italiano.

La band che nasce ufficialmente nel 2014 e che ha all’attivo due video cliccatissimi sui social (basta cercare su Youtube o su Facebook Pietranuda band) con il suo spirito e con la sua energia tutta lucana, è pronta a far breccia nel cuore della Milano giovane attraverso un mini concerto che proporrà i loro più importanti inediti la sera della loro finalissima del 2 Ottobre, in cui tenteranno di assecondare l’orecchio di una giuria di qualità composta da eminenti esperti ed operatori del settore italiani ed internazionali. Cosa si giocano in concreto questi ragazzi è cosa di non poco conto: cinque mesi consecutivi di promozione capillare di tipo professionale attraverso tv, radio, e nuovi media, showcases e serate live nei migliori locali dello stivale, nonché l’inclusione nella nota compilation disponibile nei negozi e sul marketplace virtuale di I-Tunes, Spotify et similia (passando per una visibilissima tournée nazionale) sono senza dubbio cose che, ovviamente, oltre a mettere gola, mettono anche un po’ di “nodo in gola”. Mauro e la sua famiglia musicale ce la stanno mettendo tutta: confessano di sentirsi da un lato come atleti alle olimpiadi della musica ma senza abbandonare mai quella naturale attitudine da “bravi ragazzi di sempre” che tutti gli amici stimano e conoscono. Perché è dalla quotidianità, magari anche quella periferica ma che da sempre è tesa col suo orecchio e col suo sguardo sul mondo, che nascono le cose migliori, quelle che poi, un giorno come tanti, con la tua chitarra a spasso su strade lucane, decidi di mettere in parole e poi in musica. Rock targato lucania. E Rock targato Italia. Perché “Made in Italy” sia anzitutto qualcosa proveniente dal cuore di una profonda genuinità che anche stavolta con un sano e sincero orgoglio regionale portiamo in alto. Sperando ovviamente in meglio.

>> visita la sezione "Nel Cortile della Musica (Jazz e dintorni)" a cura di Angela De Nicola <<                    

 

 

07/09/2017

 

 

Monticchio. Contemplazione di un degrado

 

di Antonia Flaminia Chiari


 

Ho avuto occasione, grazie all’invito rivolto dal dott. Manfredelli ai collaboratori del  Centro studi Leone XIII, di trascorrere un meraviglioso pomeriggio nel Parco della Grancia, sapientemente organizzato per accogliere i numerosi visitatori. E mi sono perduta in sensazioni di estasi paradisiaca.
Mentre osservavo il meraviglioso paesaggio che si offriva ai miei occhi, consideravo che nell’ambiente dell’uomo il posto dell’albero riveste sicuramente un’importanza primaria, e questo spiega la sottolineatura della sua valenza simbolica nelle religioni e nelle culture.
E’ evidente il legame con la vita. L’albero è l’interlocutore privilegiato per parlare di ecologia, è mezzo per acquisire una profonda coscienza ecologica, quella che mira a ridisegnare il rapporto uomo/natura.
Recitava Hermann Hesse: <<Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi li sa ascoltare, conosce la verità…Essi…predicano a legge primigenia della vita>>.
Come non pensare a Monticchio?!
Stupendo scenario boscoso e quell’acqua, laggiù, che stupisce come un’azzurra lontananza, fa sognare e fa struggere di muta nostalgia.
Saper guardare e ascoltare la natura vuol dire educarsi al silenzio, lasciarsi incantare, attraverso lo stupore e la meraviglia, dal mistero e dalla bellezza che suscita nell’animo. Vuol dire guardare alla natura prima di tutto come paesaggio. E come paesaggio (priorità dell’essere) questo pezzo di mondo invita alla contemplazione dei suoi beni naturali, alla loro difesa e conservazione. Purtroppo esso è oggi ridotto a una mera scenografia che si presenta ai nostri occhi in una forma quasi di poesia.
Lasciare al degrado Monticchio vuol dire cancellare una delle più sublimi poesie. Cancellare questa poesia equivale a devastare l’animo umano, privandolo di luoghi emotivamente significativi.
Monticchio è un luogo che arricchisce lo spirito, ma che dovrebbe incrementare anche il turismo nella nostra Regione. Andrebbe considerata area protetta, perché protezione della natura e comportamenti e attività umane sono elementi sinergici di uno stesso processo che consenta uno sviluppo sostenibile del territorio e del turismo, alla luce di un’etica della responsabilità che non violi i diritti umani né le risorse naturali.
Monticchio si presenta oggi ai nostri occhi come una landa desolata. Le acque del lago richiamano alla memoria quelle del fiume Lete, il fiume dell’oblio, citato da Dante nel Purgatorio; o quelle dell’Acheronte, dato che a riva sostano le barche in attesa di “anime” da traghettare….
Molto si è detto ma nulla si è fatto per realizzare l’integrazione di due fattori fondamentali: ambientale ed economico.
Polifemo è la politica lucana, gigante da un occhio solo, incapace di vedere la realtà. Incapace di stabilire il nesso tra causa ed effetto, lento ed impacciato, avanza affannato nella melma, proponendo azioni inesorabilmente in ritardo. Noi, cittadini lucani, siamo l’acqua che si adatta al percorso del fiume. Siamo Nessuno, perché viviamo in una dimensione non riconosciuta ma imposta, privi ormai di aspettative, eppur decisi ad avanzare a passi incerti ma fieri per rinascere in qualche modo nel profondo, magari impedendo agli incapaci e agli indifferenti di saltare la siepe, almeno questa volta. Cosicché quando qualcuno chiederà a Polifemo: “Chi ti ha ucciso?”, scheletro riempito di tutto quel vuoto che ha ingurgitato, lui non potrà che rispondere: “Nessuno mi ha ucciso”. E noi dobbiamo essere quel Nessuno.

Nina Chiari

 

 

                    

 

 

05/09/2017

 

 

Al direttore del Parco della Grancia
Nicola Manfredelli

 

lettera aperta
di Pasquale Tucciariello


 

Grazie direttore Manfredelli, per avermi fatto visitare e conoscere un luogo della terra comune, per un territorio animato e sapientemente organizzato, per aver presentato il mio racconto su Crocco "Una messa per Carmine". Il Parco della Grancia diventi più ancora ritrovo del popolo lucano e meridionale rinnovando alla memoria i fasti e i nefasti della storia dei quali ne andiamo fieri (dalla straordinaria potenza della Repubblica marinara di Amalfi, al saggio e potente Federico II con i suoi due castelli di Lagopesole e di Melfi, ai Vespri siciliani, al Regno delle due Sicilie con la saggia e cristiana amministrazione della dinastia borbonica, all'apostolo del mezzogiorno Giustino Fortunato e la sua casa palazziata di Rionero in Vulture) e rattristati insieme (l'occupazione selvaggia delle terre del sud ad opera dei piemontesi e dei loro alleati, i fenomeni di inquinamento del nostro territorio). Tornando alla memoria ricostruiamola introducendo verità storiche al posto delle menzogne. C'è una grande menzogna che ancora resiste nelle pagine di storia, quella retorica risorgimentale inquietante che ancora racconta come brigantaggio una narrazione che invece fu la ribellione del popolo lucano e meridionale all'aggressione di Garibaldi, di Cavour, di Vittorio Emanuele II con la complicità interessata degli inglesi. Lo straordinario ed immenso palcoscenico del Parco della Grancia diventi vetrina, delle verità storiche, dei prodotti e delle eccellenze del territorio, di nuove possibilità di sviluppo a vantaggio del popolo meridionale e dell'Italia intera. Grazie.

Pasquale Tucciariello - coordinatore Centro Studi Leone XI

                    

 

 

05/08/2017

 

 

Crocco, una proposta interpretativa

 

di Pasquale Tucciariello


 

Caro lettore, cara lettrice,

ci tengo molto a questa storia su Crocco. Non è questione di riabilitazione, non voglio farne un eroe, forse non ne sono ancora pronto, tanta è l'infarinatura ideologico-culturale nella quale anch'io per decenni sono stato coperto e plasmato da certa retorica risorgimentale.

Attraverso il racconto la storia può risultare gradevole, può aiutare la conoscenza di un fatto dai lati ancora ambigui. Del resto, la storia è narrazione, sicuramente dei fatti.

Platone racconta la sua filosofia attraverso immagini formidabili, il mito. Propone il concetto di conoscenza e di educazione col mito della caverna. Il filosofo è lo schiavo in fondo a una caverna costretto, perché incatenato, a guardare una sola verità. Ma quando spezza la catena ed esce dalla caverna semibuia vede un'altra realtà, una nuova verità. Torna nella caverna per raccontare la verità. E non creduto rischia perfino di morire (Socrate difatti ne morirà). Ma è quella la sua missione, la responsabilità di fare educazione. Alla verità. I miti facilitano la comprensione. I racconti dei nonni pure, introducendo elementi di verità.

La storia si fa con i documenti, certo. Ma quando vengono trovati solo alcuni documenti scritti perché altri sono stati negati dalla dittatura del tempo (la legge Pica, lo stato d'assedio), puoi fare storia solo con quelli? Ci sono i racconti. E cosa sono i racconti dei nonni, che hanno raccontato ciò che hanno veduto non certo per ottenerne vantaggi economici? Quei racconti sostituiscono quei documenti mancanti. Sono i racconti del popolo, di quel popolo che è stato vittima prima dei Borbone poi dei Piemontesi. Sono i racconti del nostro popolo, che di Crocco dice che fu uno che si è ribellato, un ribelle dunque, e quel movimento era ribellione. E così mio nonno mi raccontava ciò che due uomini di Crocco in America gli avevano raccontato, la nonna di Michele Placido gli aveva raccontato che Crocco era uno che si è ribellato mostrando per lui ammirazione, il nonno di Donato Santoro (Youtube, Crocco Ribelle), figlio della staffetta di Crocco, ha raccontato anche altro.

Quei nonni sono “persone informate dei fatti”, meritano di comparire all'interno di un processo. A fianco ai documenti processuali che testimoniano gli omicidi di Crocco (circa 70 per sua stessa ammissione) ed altre testimonianze comparse al processo, abbiamo il dovere di aggiungere altri soggetti, altre annotazioni, quelle del popolo, quelle negate dai vincitori. E anche con quelle, io, insegnante di storia per lungo tempo, assolvo Crocco, lo riabilito, come anche altri studiosi hanno fatto.

Lo assolvo perché Crocco fu vittima di prepotenze ai danni della madre e ai danni del padre.

Per aver vendicato l’onore della sorella.

Per aver tentato di liberare il popolo meridionale unendosi a Garibaldi che credeva liberatore.

Per essere stato perseguitato da notabili del posto che lo volevano di nuovo in prigione.

Per il coraggio mostrato reagendo, dileguandosi nei boschi, aggregando altri uomini.

Per la capacità di porsi al comando di 100, 1000, 2000 uomini con cavalli ed armi di fortuna.

Per aver fronteggiato dal basso, come popolo, l’aggressione di 120mila soldati piemontesi.

Per avere difeso il territorio ed il suo popolo dall’occupazione selvaggia delle terre del Sud.

Per aver rifiutato persino l’appoggio del Borbone, non assoggettandosi al gen. Borjes.

Per aver combattuto per circa 4 anni, spesso vincendo, contro l’esercito cosiddetto italiano.

Per essere riuscito a sfuggire ad agguati, accerchiamenti, uscendone illeso.

Per aver saputo sciogliere il suo esercito di disperati, consigliando di disperdersi.

Per aver saputo vivere la sua condizione di carcerato per 40 anni con esemplare dignità.

Per aver saputo scrivere un’autobiografia straordinariamente bella, da uomo libero. Da ribelle.

Se fossi giudice pubblico, riconosciuto tale, lo assolverei, ordinando ogni conseguenza di legge.

Ma sono insegnante e mi occupo, ora, di storia. Perciò posso solo indicare, proporre e non disporre.

Caro lettore, cara lettrice. Se anche tu condividi questa mia analisi, fa’ che ogni strada della tua città non venga più offesa col nome di assassini accertati tali. Si cominci con Cialdini, come ha fatto la Città di Napoli. Poi con Bixio. Ed a seguire altri nomi di assassini accertati.

Rionero, Giugno 2017                                                                           Pasquale Tucciariello

 

 

13/07/2017

 

Una risata ci salverà

Dialogo tra il Principe de Curtis (in arte Totò)₁
e Giovannino ₂

 

di Graziella Placido


                                               “Forse io so al meglio perché solo l’uomo ride:
                                               egli solo soffre così profondamente da doversi                        
                                               inventare il riso.
                                               L’animale più infelice e malinconico è, quale
                                               Meschinità, il più allegro.”
                                                                   (Nietzsche, la Volontà di potenza)

     E’ una bella giornata di primavera, l’aria è mite e tersa. Dal mare una gradevole brezza scompiglia il ciuffo di Giovannino che, seduto su una panchina, sta aspettando l’amico Franco sfogliando il vocabolario del dialetto napoletano appena comprato. Eccezionalmente non c’è molto traffico in piazza Plebiscito. Quando una voce profonda e un po’ roca lo induce ad alzare lo sguardo e il ragazzo nota poco lontano la figura inconfondibile di Totò con il bastone e il cappello.
   Giovannino: - Oh! Principe, che piacere vederla, ma come, alla sua età scendere a piedi in piazza!
   Totò: - Eh, giovanotto, come si permette lei, alla mia età. Piuttosto mi faccia sedere per una breve sosta.
    G. -  Principe non si offenda, non volevo….
    T. - Deve sapere, caro lei, che io in genere amo passeggiare tra i vicoli di Rione Sanità dove sono nato, ma ogni tanto, e quando la giornata serena me lo permette, mi spingo fino in piazza per il bisogno di aggiornarmi e adeguarmi ai tempi. Vedo che negli ultimi anni la piazza è cambiata: la metropolitana…. Eh, molti sostengono di cambiare le cose e di migliorarle in nome di una velocità effimera. E i più ci credono fermamente. Beati loro. Senza parlare poi di quei meccanismi tecnologici, pazzielle che, inventati oggi, sono già vecchi domani.
    G. -  E’ la modernità Principe. Lei deve capire….
    T. - Dacchè. La gente corre, corre frenetica. Ogni tanto si può pure fermare a pensare. Sembra continuamente in lotta con qualcuno. Con chi? Con la vita?  E nessuno più ti ascolta, caro giovanotto.
    G. - Principe ha saputo che qui al porto sono sbarcati 700 immigrati giunti da alcuni paesi dell’Africa?   
    T. - Eh, non sono molto addentrato nel fenomeno, veramente. Mi dicono che fuggono dalla guerra e dalla miseria.  La guerra.  La chiamano intervento di pace. SSS… La guerra è una tragedia, caro lei. E la fame è fame a qualsiasi latitudine e in ogni epoca passata e futura. E’ comprensibile che i miserabili fuggono.
   Dopo una pausa di silenzio, quasi per prendere fiato a seguito di una indignazione malcelata, aggiunge: - Ci sono poi altri tipi di appetiti in nome dei quali si commettono delitti o si ricorre alla corruzione sfrenata di cui molti non conoscono sazietà.
    G. - Scusate Principe. Non ho capito. La guerra, la fame degli immigrati va bene.  Cioè va male. Ma questi appetiti a chi si riferisce? Ai suoi caporali forse?  
    T. - Proprio così. Ai potenti che indossano la maschera, e io di maschera me ne intendo, che con la scusa di servire il popolo si dedicano invece in tutti i modi a sopraffarlo. Senza etica e senza vergogna. Ma vuole sapere come la penso?
    Giovannino ascolta con attenzione. - Dica pure.
     T. - Vede, amico mio, in fondo costoro, con le loro sfrenate ambizioni, non sono capaci di godersi la vita. Con le loro trame tessono la tela solo per il potere. Ma non si prospera con il maltolto. E allora prendiamo la vita con filosofia.
     Giovannino lo guarda perplesso, teme di contraddirlo. – Principe, concordo con lei. Però bisogna opporsi ai soprusi reiterati, alla corruzione prima che questi diventino tirannia. Come si dice ‘prevenire è meglio che curare’.
     T. - Senta, giovanotto, lei pensa troppo… Per evitarla, la tirannia, tutti i ribelli, i geni, gli intellettuali, gli artisti, insomma quelli che hanno veramente qualcosa di importante da dire, dovrebbero riunirsi e dare forma a un autentico sistema di buon governo. Un governo che ascolti le voci della gente e che invece di gingillarsi in parole vuote, si applichi a migliorare la sua (della gente) condizione invece di gabbarla.  A me pare che pochi, qui a Napoli, abbiano alzato la testa pronti a liberarsi dai soprusi e dalla miseria.
     G. - Già. Il Buon Governo. Mi ricorda a Siena l’affresco di Ambrogio Lorenzetti contrapposto al Cattivo Governo.
T. - Per questo motivo, cioè per il cattivo Governo, sono spesso malinconico e diffidente. E poi sa che le dico?
G.  - Eh! Dica dica.
T.  - Diciamo la verità. Prima o poi le dittature sono destinate a cadere.  Perciò consoliamoci con la derisione sottile e con lo scherno del potere.
      G. - Ho capito….
      T. -  Oibò, mi compiaccio.
      G.  - Lei pensa che il male di vivere si cura con l’ironia facendosi beffe e irridendo lo strapotere e l’egoismo esasperato dei potenti. Ricorrendo alla fantasia e all’immaginazione per non soccombere alle asprezze della vita e alla paura.
    Dopo una breve pausa, Totò con la mano dà una pacca sulla spalla sinistra di Giovannino e, con tono triste misto a dolcezza come conforto anche a se stesso, dice: - E si ricordi giovanotto che, nonostante tutto, nel futuro bisogna credere perforza.
Così parla quando i clacson assordanti del traffico, fattosi ormai ingorgo, attirano l’attenzione di Giovannino. Un passante frettoloso rischia di essere investito. Il ragazzo torna a rivolgere lo sguardo al suo interlocutore. Ma nel frattempo Totò è scomparso.
“Che personaggio fantastico” pensa fra sé. “Irradia simpatia e ammirazione per quella risata che lui interpreta come una forma di libertà e di ribellione.”
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      ₁ Cinquant’anni fa moriva Totò, un grande della comicità italiana. In vita non molto apprezzato dalla critica. Fu quel genio di Pasolini a riconoscere in questo buffone serissimo la maschera perfetta dei grandi attori della commedia dell’arte e a volerlo nel film “Uccellacci e uccellini”. 
       A dire della figlia e di coloro che hanno lavorato con lui, Totò non improvvisava, detestava i dilettanti. Anzi studiava bene la parte, le movenze del corpo allo specchio per far capire che il personaggio non è la persona ma il suo doppio.  Una volta disse: - In arte sono Totò, a casa in privato, depongo la maschera e sono Antonio De Curtis.
     Totò rappresenta il mondo di Napoli  con i suoi personaggi “ ricchi di guai, di beffe subite, di appetiti arretrati.” Che lui ha trasformato in una metafora della condizione umana. Ognuno ci trova qualcosa di sé . Senza nulla a pretendere.
 
 ₂ Giovannino è un giovane lucano studente a Milano non molto adattato alla megalopoli milanese. Ogni qualvolta rientra al suo paese per le vacanze, fa una sosta di qualche giorno a Napoli presso Franco, un amico d’infanzia studente nella città partenopea, per poi ritornare insieme a casa e unirsi alle rispettive famiglie. Così Giovannino ha iniziato a visitare ed apprezzare le bellezze della città: le sue chiese e i suoi palazzi che ospitano sculture e opere pittoriche. I musei, le gallerie nazionali, Capodimonte e la Certosa di S. Martino. Il parco di Posillipo e il belvedere dallo scenario incomparabile. E’ tutto un incantamento che induce Giovannino a soggiornare volentieri per qualche giorno a Napoli, ammirando anche dei napoletani la vivacità e la comunicabilità.
     Sin da adolescente il ragazzo è un grande estimatore di Totò. Lo aveva conosciuto attraverso i suoi film e nella sua stanzetta conserva, ben visibili alla parete, due immagini in bianco e nero di Totò ritratto con la faccia asimmetrica e stralunata in una cornice nera. Le aveva acquistate in un mercatino di Napoli.

      

E’ affascinato dalle sue battute, lo storpiamento di parole, il non sense (badi come parli), le allusioni politiche (e poi dici che uno si butta a sinistra, … Addavenì…, a proposito di politica: non si può mangiare qualcosa), i riferimenti sessuali (sono a sua completa disposizione: corpo, anima e frattaglie). Quello sbeffeggiare la morte (se ne vanno sempre i migliori. Cosa ci vuol fare: oggi è toccato a lui, domani toccherà a lei).  Tutte allusioni che mettono di buon umore Giovannino.

      

Graziella Placido

 

 

 

30/06/2017

 

"Una Messa per Carmine"
di Pasquale Tucciariello

 

di Graziella Placido


     Pasquale Tucciariello, ingegno multiforme e dalla intensa e varia attività, giornalista, docente, scrittore, storico, continua instancabile a dare un pregevole contributo alla vita culturale della nostra cittadina. Delusioni, molte. Successi, pochi. Ma lui non demorde. “Fluctuat nec mergitur” dicono i latini. Naviga tra le onde ma non affonda. Da qualche anno, per fuggire le asprezze del vivere, trascorre gran parte della giornata nel suo “buen retiro” in quel di Boccadoro di Atella, un terreno della nonna paterna, una casetta, il suo pensatoio. Probabilmente lì ha maturato la sua ultima fatica: una raccolta di racconti prediligendo una forma narrativa, il racconto appunto, che ha incontrato subito il mio favore. Anche per la brevità e lo stile linguistico snello, senza fronzoli, semplice e pur curato nella sua levità. Dovrebbe interessare soprattutto i giovani lettori che, avvezzi al digitale e inconsapevoli delle conseguenze alienanti dell’abuso di tali mezzi comunicativi, scarseggiano.  E a nulla vale la pubblicità progresso “più libri, più liberi”.
     “Una messa per Carmine” (Crocco) fa parte della raccolta Racconti. Il brigante – non chiamatelo brigante avverte Tucciariello - durante la guerra del brigantaggio che si combatté in Italia meridionale per più di quattro anni a partire dal 1860, a capo di circa 2.000 uomini, ha inferto duri colpi a metà dell’esercito piemontese dislocato nel sud per reprimere con ferocia il fenomeno. Non è il caso di soffermarsi su un fenomeno alquanto complesso come il brigantaggio che ebbe varie fasi, né sulle tesi degli storici che si dividono tra coloro che lo ritengono un fenomeno di delinquenza e di anarchia e chi lo ritiene un fenomeno sociale che coinvolse una massa di contadini per lungo tempo sfruttati ed affamati da una incurante classe politica. Vale al riguardo la testimonianza del Nisco – un agente inviato nel Mezzogiorno con incarichi esplorativi – che così scrive a Cavour nel dicembre 1860 “La miseria è spaventevole; in molti luoghi i contadini hanno gridato Francesco II e, arrestati, dissero che avrebbero gridato anche il diavolo purché gli desse pane“.  Non lotta politica, dunque, quella di Crocco e dei suoi contadini di cui – il ribelle - era diventato il simbolo delle loro aspirazioni frustate e il vendicatore dei torti da loro subiti.
     Il racconto: “Una messa per Carmine”. Mentre lo leggevo mi domandavo se la vena storica di Tucciariello sovrasta quella narrativa o viceversa. Tucciariello è prevalentemente uno scrittore non perché non studia con rigore i documenti storici (ha insegnato storia e filosofia al liceo classico) ma la sua profonda sensibilità gli impedisce di mantenersi estraneo ai personaggi di cui sa descrivere l’aspetto umano in tutti i suoi risvolti e la gamma dei loro sentimenti. Già il titolo: Una messa per Carmine fa presagire questo approccio.
     A Tucciariello non interessa il generale Crocco, le sue notevoli doti di strategia militare ma la sua vicenda umana. Il ribelle non è più solo l’assassino, il ladro, l’uomo della rapina ma piuttosto il combattente che ha coraggio e forza sufficiente per ottenere per sé e per gli altri quella giustizia che la legge non riesce a dare.
     Sin dall’esordio il coprotagonista del racconto, Carmine Labella (nonno dell’autore), riferendosi a Crocco, dice ”era un uomo”. E ancora quando il ribelle rivendica l’onore della sorella leggiamo ”era un uomo, Carmine”. Certo l’autore mette in conto i delitti di Crocco verso il quale non si mostra assolutorio (i piemontesi hanno fatto di peggio, e li chiamiamo patrioti). Ma soprusi, violenze, sopraffazioni, ingiustizie subite, la follia della madre, i tradimenti: quanta tolleranza è contenibile in un essere umano in carne ed ossa? E per di più in un giovane che, per età e condizioni, non può accettare l’immutabilità della vita?
     La notizia della morte di Borjes – il valoroso comandante inviato nel sud dai Borboni di Spagna ad unirsi alle bande di Crocco per proclamare la restaurazione a Napoli, accordo poi fallito - turba il ribelle. Così Tucciariello “….senza aggiungere parola  (Crocco) si era allontanato tra i boschi e lì rimasto solitario per qualche giorno, un modo forse di vivere la scomparsa di una persona , addirittura un lutto, riconoscere un ruolo, avere rispetto, pensarlo uomo coraggioso, soldato leale.  E tale era anche Carmine …….. Più spontaneo (di Borjes), più aggressivo, più audace, più astuto, più sprezzante della vita, più vendicativo, senza un progetto definito, senza una politica, ……senza un futuro”.  E Crocco ne è cosciente.  Fallita la presa di Potenza “il grande Crocco – continua Tucciariello -  riunisce i suoi uomini come solo gli uomini grandi sanno fare. Ordinò di sciogliersi, di fuggire altrove, lontano, a Napoli, in Spagna, in America. Li salutò uno per uno, stringendoli al petto uno per uno.  Disse: ci rivedremo tutti insieme davanti alla Madonna del Carmine per chiedere perdono delle nostre colpe.”
     Ecco il filo conduttore che percorre tutto il racconto: l’umanità dell’uomo Crocco. “Umano troppo umano” direbbe Nietzsche. E Tucciariello scruta, scandaglia in profondità l’animo del suo personaggio e, come il palombaro, riporta alla luce la perla, quel pizzico di divino – oso dire – che c’è nel cantuccio di ognuno di noi.  Anche nel più feroce assassino. Per questo vale bene una Messa per Carmine. Per questo “non chiamatelo brigante, ma ribelle” ripete lo scrittore e lo storico.
     Con questo racconto Tucciariello – a mio avviso - opera una riconciliazione tra il ribelle, l’uomo con tutto il suo peso di sofferenza, e la memoria carica di storia e di sconvolgimenti.  Memoria ancora oggi rimossa dalla coscienza di molti per essere, il personaggio e lo stesso fenomeno del brigantaggio, ritenuti una vergogna.
     Non mancano nel racconto, poi, altri elementi degni di segnalazione: il senso del mistero che emana un certo fascino. Quello no. Non va investigato altrimenti non è più mistero. E i segreti. “Per gli uomini veri i segreti sono segreti da custodire fino alla tomba”.  E’ il fascino del non detto che è meglio custodire nello scrigno del nostro cuore. Anche Oriana Fallaci, anche lei indomita e ribelle, appunto come Pasquale, in “Penelope alla guerra”, sua prima opera narrativa, nel dialogo fra Francesco e Giovanna - due ex amanti – fa dire a Francesco: “Ah, la tua maledetta ossessione di voler chiarire ad ogni costo ogni cosa!  La vita è già dura senza chiarezza: figuriamoci con la chiarezza”. E alla donna che intende impostare un rapporto chiaro basato sulla perfezione, l’uomo chiosa: “La perfezione non esiste Giovanna e quando esiste, è irritante.”  Così la Fallaci. E noi, a proposito di Crocco, osserviamo: la santità non esiste. Non è nella natura umana. Perché quando è troppo è troppo. Perciò non chiamatelo brigante ma ribelle, ripete l’autore. E poi il vento.

           

Il racconto si conclude con l’immagine del vento. Un elemento che ricorre in altri racconti di Tucciariello: “quel venticello leggero leggero in Re minore che fischia accompagnando le parole, spingendole tra i boschi del Vulture e la Valle di Vitalba che fa compagnia al solitario Pasqualotto”. Il vento: metafora delle forze dello Spirito che non ci lasciano mai, che conservano e proteggono i nostri bellissimi luoghi e non li abbandonano. E le parole, spinte dal vento, raccontano la permanenza di questa spiritualità. Sono parole che esprimono l’anima lucana: un’anima presente che resiste, forte e fiera. Come le montagne nostre e le valli. In questo periodo di smarrimento identitario, di incertezze, Tucciariello, da appassionato rionerese e patella abbarbicata alla sua terra lucana, si rivolge non solo ai suoi lettori per rispondere all’uomo di oggi, carico di domande, con un sentimento di conciliazione, di comunità, di fiducia, di inclusione che solo rendono più umana l’umanità. A qualcosa serve un bel racconto.

    

Graziella Placido

 

 

 

27/06/2017

 

 

“Filosophia … non in verbis, sed in rebus est”.

La filosofia… non consiste nelle parole, ma nei fatti concreti. Non nelle parole dei sofisti e di Protagora, ma nell’azione concreta di Socrate.

 

di Antonia Flaminia Chiari


Tratto dalle “Epistulae morales ad Lucilium” di Seneca, il brano assegnato ai maturandi di quest’anno è il tripudio della filosofia e dello stoicismo, ed è una lezione che ben si inserisce nel nostro tempo. Avere e possedere sono imperativi esistenziali che dominano orientamenti e scelte di una immensa moltitudine di soggetti. L’omologazione dei bisogni e la massificazione di ideali, di interessi, di modelli di relazione, è la caratteristica di questo momento storico, svilito da una globalizzazione che non è condivisione interculturale. L’altro è sempre più vicino a me ma è sempre più lontano da me, in quanto schiacciato da un processo di uniformità che prevede la svalutazione del singolo e della sua unicità. A farne le spese sono i giovani che, vittime di disgregazione di contesti comunitari, attendono di essere guidati e accompagnati. Essi vivono in una gabbia – quella della globalizzazione o omologazione di tutto – che ne trita i vissuti, disorientandoli, scaricandoli dentro un percorso di disagio, demotivazione, deresponsabilizzazione e paura di vivere.
Noi, adulti, non li educhiamo a quel vivere bene che consiste nel prendersi cura di sé, bensì a raggiungere con ogni mezzo ogni interesse, riponendo in questo squallido modus vivendi la nostra felicità, e predicando norme e valori in contrasto con le azioni. Per noi la felicità è legata ad eventi esterni: sono innamorato, vado in vacanza, mi sono laureato e così via, dunque è felicità condizionata, è un motivo e non uno stato d’animo. Eudaimonia è invece, nel pensiero antico, felicità rivestita di un abito etico, dunque è riferita all’interiorità dell’uomo e all’esercizio della virtù. Ecco perché Seneca è attuale. Perché prende le distanze dal suo tempo, non si lascia sedurre dalle mode, tratta temi che appartengono all’ermeneutica filosofica di oggi, rivela particolari sintonie con i problemi del nostro tempo. La filosofia per Seneca maestro di saggezza è esercizio spirituale, è medicina dell’anima. E non in verbis sed in rebus est: la filosofia non è un gioco intellettuale, non è evasione, ma regola di vita, controllo delle azioni. E’ modo di vivere una vita che non è un bene né un male, ma può rivelarsi l’una o l’altra cosa a seconda di come venga vissuta. Una vita che possiede un valore in ragione della sua qualità morale.
La pagina di Seneca, nonostante la semplicità sintattica, è pregna di valori, ormai tramontati nella contemporaneità. E’ una pagina di formazione destinata ai discepoli perché acquisiscano l’arte del ben vivere. E’ destinata a buona ragione ai discepoli di oggi, che di formazione necessitano. E’ destinata agli educatori, che col dialogo o con uno scritto forgiano anima e mente. La conoscenza resta il soggetto centrale nella filosofia di Seneca, risulta vissuta e praticata, trasforma l’anima e indica un percorso di vita possibile. Tutto si gioca non sul destino, ma sulla capacità di discernimento, sulla ragione e sul libero arbitrio. Dice Cartesio: la filosofia non è un tempio, ma un cantiere. La scuola – nave - tenga la rotta salda anche attraverso le tempeste.

Nina Chiari

   

 

 

 

22/06/2017

 

 

Crocco - una proposta interpretativa

 

di Pasquale Tucciariello


Caro lettore, cara lettrice,
ci tengo molto a questa storia su Crocco. Non è questione di riabilitazione, non voglio farne un eroe, forse non ne sono ancora pronto, tanta è l'infarinatura ideologico-culturale nella quale anch'io per decenni sono stato coperto e plasmato da certa retorica risorgimentale.
Attraverso il racconto la storia può risultare gradevole, può aiutare la conoscenza di un fatto dai lati ancora ambigui. Del resto, la storia è narrazione, sicuramente dei fatti.
Platone racconta la sua filosofia attraverso immagini formidabili, il mito. Propone il concetto di conoscenza - e di educazione - col mito della caverna. Il filosofo è lo schiavo in fondo a una caverna, costretto, perché incatenato, a guardare la sola verità possibile. Ma quando spezza la catena ed esce dalla caverna semibuia vede un'altra realtà, una nuova verità. Torna nella caverna per raccontare la verità. E non creduto rischia perfino di morire (Socrate difatti ne morirà). Ma è quella la sua missione, la responsabilità di fare educazione. Alla verità.
La storia si fa con i documenti, certo. Ma quando vengono trovati solo alcuni documenti scritti perché altri sono stati negati dalla dittatura del tempo (la legge Pica, lo stato d'assedio), puoi fare storia solo con quelli? Ci sono i racconti. E cosa sono i racconti dei nonni, che hanno raccontato ciò che hanno veduto non certo per ottenerne vantaggi economici? Quei racconti sostituiscono quei documenti mancanti. Sono i racconti del popolo, di quel popolo che è stato vittima prima dei Borbone poi dei Piemontesi. Sono i racconti del nostro popolo, che di Crocco dice che fu uno che si è ribellato, un ribelle dunque, e quel movimento era ribellione. E così mio nonno mi raccontava ciò che due uomini di Crocco in America gli avevano raccontato, la nonna di Michele Placido gli aveva raccontato che Crocco era uno che si è ribellato mostrando per lui ammirazione, il nonno di Donato Santoro (Youtube, Crocco Ribelle), figlio della staffetta di Crocco, ha raccontato anche altro.
Quei nonni sono “persone informate dei fatti”, meritano di comparire all'interno di un processo. A fianco ai documenti processuali che testimoniano gli omicidi di Crocco (circa 70 per sua stessa ammissione) ed altre testimonianze comparse al processo, abbiamo il dovere di aggiungere altri soggetti, altre annotazioni, quelle del popolo, quelle negate dai vincitori. E anche con quelle, io, insegnante di storia per lungo tempo, assolvo Crocco, lo riabilito. E non solo per umana pietà. Lo riabilito e lo assolvo avendo letto e studiato la vicenda da almeno un ventennio.
Lo assolvo perché Crocco fu vittima di prepotenze ai danni della madre e ai danni del padre.
Per aver vendicato l’onore della sorella.
Per aver tentato di liberare il popolo meridionale unendosi a Garibaldi che credeva liberatore.
Per essere stato perseguitato da notabili del posto che lo volevano di nuovo in prigione.
Per il coraggio mostrato reagendo, dileguandosi nei boschi, aggregando altri uomini.
Per la capacità di porsi al comando di 100, 1000, 2000 uomini con cavalli ed armi di fortuna.
Per aver fronteggiato dal basso, come popolo, l’aggressione di 120mila soldati piemontesi.
Per avere difeso il territorio ed il suo popolo dall’occupazione selvaggia delle terre del Sud.
Per aver rifiutato persino l’appoggio del Borbone, non assoggettandosi al gen. Borjes.
Per aver combattuto per circa 4 anni, spesso vincendo, contro l’esercito cosiddetto italiano.
Per essere riuscito a sfuggire ad agguati, accerchiamenti, uscendone illeso.
Per aver saputo sciogliere il suo esercito di disperati, consigliando di disperdersi.
Per aver saputo vivere la sua condizione di carcerato per 40 anni con esemplare dignità.
Per aver saputo scrivere un’autobiografia straordinariamente bella, da uomo libero. Da ribelle.
Se fossi giudice pubblico, riconosciuto tale, lo assolverei, ordinando ogni conseguenza di legge.
Ma sono insegnante e mi occupo, ora, di storia. Perciò posso solo indicare, proporre e non disporre.
Caro lettore, cara lettrice. Se anche tu condividi questa mia analisi, fa’ che ogni strada della tua città non venga più offesa col nome di assassini accertati tali. Si cominci con Cialdini, come ha fatto la Città di Napoli. Poi con Bixio. Ed a seguire altri nomi.
Rionero, Giugno 2017 - Centro Studi Leone XIII – www.tucciariello.it
Pasquale Tucciariello

    

 

 

11/06/2017

 

 

Una Comitiva di Americani Visitano la Basilicata e Rionero in Vulture

 

di Susanna Dubosas


     Dal 5 al 14 maggio 2017, diciassette Americani hanno partecipato ad un viaggio intitolato Basilicata Coast to Coast, promosso dall’associazione Denver Sister Cities con sede nella città di Denver in Colorado.  Partiti da Roma, il 5 maggio, con un autobus delle linee Petruzzi, sono arrivati a Rionero in Vulture dopo aver fatto sosta a Sorrento, a Maratea, a Metaponto, a Matera ed a Potenza dove hanno pernottato per tutto il tempo della loro permanenza in Italia.
     Le visite programmate per la giornata del 13 maggio a Rionero erano volte a comprendere la vita quotidiana di una qualsiasi cittadina media della Basilicata e di comunità e strutture che si presentano come eccellenza. La comitiva ha visitato la struttura che ospita il Liceo Scientifico e il Liceo Sociopsicopedagogico “Giustino Fortunato” di Rionero, il Campus, donato dal governo degli Stati Uniti d’America dopo il sisma del 23 novembre 1980, su sollecitazione di Enzo Cervellino, sindaco del tempo e del gen. Bernard, responsabile degli aiuti e coordinatore per le zone terremotate. La comitiva americana ha assistito ad una lezione di cucina con ricette e tipicità locali ed infine ha visitato vigneti dell’Aglianico nel comuni del Vulture ma particolarmente di Ripacandida.
     Pur avendo raggiunto diverse mete significative durante il loro tour nel meridione, molti componenti della comitiva hanno affermato che la fase più emozionante dell’intero viaggio è stata la visita al ‘Campus’ di Rionero. Gli alunni delle classi IV E e IV G, con il sostegno di tre loro insegnanti, Rosaria Graziano, Bonaventura Ramone, Enzo Corbo, l’ex alunno Vito di Pierro e l’alunno Alessandro Papa per le immagini fotografiche e l’ex alunna Elisa Nardiello per la duplicazione in lingua inglese delle interviste, hanno proiettato un documentario in  inglese, da essi stessi prodotto, sulla storia e le specificità del prestigioso istituto rionerese, un loro gesto di ringraziamento al popolo americano per avere donato la struttura alla città di Rionero in Vulture.
     Questo importante abbraccio tra nazioni di parti opposte dell’Atlantico (Italia e America) e tra generazioni diverse (giovani e adulti) è stato possibile grazie alla sensibilità, alla diligenza e alla profonda dedizione al progresso della sua scuola e degli alunni da parte della dirigente scolastica, prof. Antonella Ruggieri.
     Due degli Americani sono discendenti da meridionali emigrati negli Stati Uniti prima della Grande Guerra ed ancora oggi hanno lontani parenti in provincia di Salerno e in Calabria. Erano curiosi di conoscere le motivazioni che hanno spinto i loro antenati a scappare da una terra così idilliaca - magica terra di origine - verso territori sconosciuti, come gli Stati Uniti d’America. E raccontavano che i loro nonni non avevano trasmesso la propria lingua italiana, le abitudini e le loro radici forse perché volevano assolutamente che i loro figli acquisissero modi, stili e lingua americani. A Rionero, nel corso di una conversazione con il Prof. Pasquale Tucciariello, giornalista e scrittore, sono stati toccati questi temi ed anche altri riferiti alle ragioni che hanno determinato il fenomeno-emigrazione dal Mezzogiorno verso l’America subito dopo l’Unità d’Italia.

    

Il viaggio è nato dal fatto che la città di Potenza è gemellata con la città di Denver in Colorado. Mercoledì 11 maggio il gruppo è stato ospite del sindaco di Potenza, ing. Dario De Luca, nel Palazzo Comunale a Potenza. L’associazione Denver Sister Cities coltiva moltissimo i rapporti con le sue città gemelle e sponsorizza scambi culturali e viaggi verso queste città. Inoltre, è volontà dell’Associazione di tenere fecondi legami di amicizia stretti con la gente lucana e con gli abitanti dei territori visitati durante il viaggio in Basilicata.

 

 

11/06/2017

 

“L’ODORE DEI SUONI”
ULTIME IMPRONTE SONORE DI UN’ANTICA “LUCANITA’”.
PICCOLI APPUNTI DI ETNOMUSICOLOGIA  LUCANA

di Angela De Nicola

Musica e territorio: un binomio da sempre di gran fascino ed effetto, un difficile spazio polisemico solo parzialmente esplorato, un invito alla scoperta, un richiamo che in pochi studiosi hanno saputo cogliere. Cosa significa nello specifico e cosa ci suggerisce la non semplice definizione di “territorialità musicale”? Cosa può raccontarci un territorio regionale o un ambito geografico locale, sulla propria “identità musicale”? Fin dagli esordi della sua storia, nel lontano 1982, l’Università degli Studi della Basilicata, nelle vesti istituzionali di Garante e Formatrice dell’istruzione ufficiale a carattere nazionale, ha voluto rivestire un ruolo di fondamentale importanza nella risoluzione accademica di tali interrogativi, tanto che, prendendo a cuore ed affrontando questo complesso e multiforme ambito culturale, istituisce uno specifico Dipartimento di Scienze Antropologiche (conglomerato oggi nel Dipartimento delle Culture Europee e del Mediterraneo) ed un Archivio di Studi Demo – Etno - Antropologici (collegato ad una collana di riviste specializzate) in grado non solo di affrontare domande e di dare risposte a quella serie di interrogativi che già si diramavano da questioni territoriali di tale natura, ma capace altresì di affrontare l’urgente e non facile problema della conservazione / catalogazione della cosiddetta “Tradizione Orale”, all’interno della quale la cultura musicale lucana occupa tutt’oggi un peso ed un’importanza non indifferenti.

La nostra regione, per definizione uno dei territori più affascinanti e ricchi di materiale per lo studio antropologico ed etnomusicale, è stata fin dagli anni cinquanta luogo privilegiato di quella particolare esplorazione antropologica che ha fatto capo a ricercatori del calibro non solo di Friedrich G. Friedmann che si occupò dei Sassi di Matera, ma altresì di studiosi come Ernesto De Martino, Diego Carpitelli e Franco Pinna, i quali, con le loro leggendarie “spedizioni” (1952 e 1954) alla ricerca di quei suoni arcaici sia vocali che strumentali altrimenti in via di estinzione, non solo hanno dato l’avvio a quella fortunata serie di studi etnomusicali che continuano tutt’oggi nel Meridione d’Italia, ma hanno altresì contribuito a creare un primo insostituibile e sperimentale “nucleo documentativo” sulla cui preziosità resta ancora molto da calibrare e sulla cui importanza ci sarà da dire ancora per lungo tempo. E sarà sulla base di queste preziose fonti che il Dipartimento di Studi Demo – Etno - Antropologici dell’Università di Basilicata, istituendo gli specifici insegnamenti di Etnomusicologia, fornirà quegli esimi contributi ad opera di professori come Pietro Sassu e Nicola Scaldaferri, i quali, attraverso l’osservazione sul campo e la successiva documentazione sonora e descrittiva (numerose le pubblicazioni specifiche del prof. Scaldaferri che continuano ancora oggi, se pure non più in sede lucana) non solo hanno contribuito ad allargare generosamente quell’antico e via via crescente nucleo documentativo regionale, ma hanno finito altresì per indicare alcuni “luoghi chiave” o “luoghi simbolo” della nostra regione ove questi stessi aspetti risultassero decisamente più radicati: nello specifico, la zona del Parco Nazionale del Pollino e quella della Val Sarmento, in cui risiedono i manufatti sonori maggiormente simbolici e puramente più arcaici del nostro ecosistema musicale, manufatti che vanno sotto il nome specifico di “Zampogna Lucana a Paro” cui fa da “pendent” la forse meno famosa ma altrettanto interessante “Surdulina della Val Sarmento”.

Naturalmente, inutile negarlo, se da un lato fonti, documenti e studi di settore prendono via via corpo ed interesse nel corso degli anni, si resta nello specifico pur di fronte ad una tradizione che poco per volta si va tristemente perdendo. Nonostante le varie Comunità Montane locali, le associazioni, i Folk Festivals, i cultori del genere e nonostante pubblicazioni e gruppi di studio specifici, se si toglie il fatto che le seconde generazioni a partire dai tempi della spedizione De Martino - Carpitelli restano le sole autentiche depositarie di un’arte e di una tradizione le quali proprio perché manifatturiero - orali non possono che essere tramandate se non attraverso il vincolo del legame di sangue o al massimo della passione acquisita, di un forte interesse e di un tentativo di emulazione che difficilmente prendono piede in una società sempre più foriera di tecnologie (e schiavizzata da esse) e ahimè anche segnata da un crescente spopolamento che mina l’esistenza stessa delle piccole comunità della nostra regione, allora possiamo concludere che: o questa tradizione dovrà in qualche modo essere disperatamente salvata e congelata attraverso “scuole di teorizzazione” di tale arte (scuole cioè che possano riprendere almeno in parte la prassi del canto e del suono sia eseguito che tecnicamente prodotto nello specifico della costruzione artigianale degli strumenti) oppure (scelta tanto opinabile quanto fuorviante) ci si deve arrendere alla mediocre eppure unica via di “conservazione” tutt’ora esistente (e fiorente) che è quella della cosiddetta “musica popolare”, la quale, proprio per la natura morfologico - strumentale (strumenti altri) con la quale essa si presenta al grosso pubblico e con la quale essa stessa si produce, resta per definizione totalmente “altra” da quello che in questo contesto sto cercando a grosse linee di illustrare.

In altri termini ancora - e detto molto profanamente - non si può in nessun modo comparare o avvicinare un repertorio di Surdulina di un Carmine o di un Giuseppe Salamone ad un qualsiasi gruppo folk di Basilicata. Pur con tutto il dovuto rispetto da parte di chi sta scrivendo e pur con tutta la buona volontà di chi questa stessa musica cerca di riproporre nell’ambito delle svariate manifestazioni culturali o feste di paese, parlare ad ampio spettro di “sintetizzatori o sintetizzazioni meccaniche” (strumenti a corda o a fiato o tastiere moderne) che pretendono di riprodurre più o meno fedelmente un repertorio sonoro nato da materiale manifatturiero di tipo assolutamente naturale (e parliamo di legno e pelli di capra conciate in primis) o da cultura musicale assolutamente “agrammatica” (chi suona nella maggior parte dei casi lo fa ad orecchio ed è reduce da una trasmissione che proprio perché orale possiede i suoi specifici caratteri di appropriazione ed apprendimento) significa non solo esulare da un territorio musicale che in sé ha quantomeno del “sacro”, ma è compiere, nello specifico, un assoluto “crimine musicale”, un autentico furto ai danni delle nostre più pure ed arcaiche tradizioni, allorquando tramandare è altro. Sì, perché tramandare è altro dal dire : “Io non so quindi rifaccio alla mia maniera”. E’ altro dal dire ai giovani: “Queste cose sono roba da vecchi, perciò modernizziamole, fa lo stesso.” Forse non ce ne siamo accorti, o forse abbiamo fatto finta di non accorgercene, ma abbiamo una nuova strada per il turismo in Basilicata e questa può essere senza alcun dubbio quella etnomusicale. Sì al vino, sì alla riscoperta dei borghi nascosti. Ma perché non inerpicarsi sulle montagne intorno a Terranova Del Pollino o sul maestoso Sirino per riscoprire quali sono gli ultimi costruttori / suonatori di Zampogne? Quanti ne sono rimasti? Quante istituzioni danno loro la dovuta attenzione? Dobbiamo avere la consapevolezza di essere davanti ad un tesoro in via di estinzione.
Un bel libro - saggio di Bruce Chatwin si intitola “Le vie dei canti”: ebbene, ci sarebbe da ripercorrerle queste vie. Si verrebbe a conoscenza anzitutto del primo sorprendente fatto che Zampogna e Surdulina non sono solo quei poetici e forse “un po’ melensi” strumenti da “pastorale” che l’immaginario popolare vede rispolverati solo a Natale, bensì pietre musicali (ancora per poco) vive che in comunità come quelle di San Paolo o San Costantino Albanese vengono sistematicamente usate in tutte le più importanti occasioni di aggregazione sociale (matrimoni, battesimi, fidanzamenti, feste religiose, pellegrinaggi etc …). Si scoprirebbe poi che le derivazioni storiche di tali strumenti sono più che nobili, perché direttamente provenienti in parte dal mondo greco-romano, ma in parte anche da quello balcanico per via della radice arberesh di queste comunità, le quali restano così del tutto uniche ed irripetibili. Si scoprirebbero, ancora, strumenti scomparsi come l’”Arpa di Viggiano” cui fa da glorioso corollario tutta una storia di emigrazione europea e americana, nonché di vagabondaggio musicale che ha ispirato libri, documentari, films, i cui ultimi esemplari sono certamente disponibili, se non in qualche museo italiano ed estero, almeno in più di una casa privata e di cui una delle più importanti ed ultime performances a cura del suonatore - costruttore Rocco Rossetti è stata documentata, insieme al suono della Zampogna a Paro e della Surdulina, proprio nella nostra Rionero in Vulture nel lontano Maggio 1987, in occasione di una rassegna riconosciuta poi di fondamentale importanza dai ricercatori, proprio perché in quella circostanza si ritrovarono insieme gli ultimi storici rappresentanti della tradizione musicale lucana, da Carmine e Giuseppe Salamone a Salvatore Antonio Lanza - (… e non sarebbe male tentare di riprodurre un evento simile proprio ad opera della nostra Amministrazione Comunale e di qualche Sopraintendenza ai Beni Culturali, pronte a riunire appunto le seconde generazioni di questi suonatori - costruttori …) Insomma, si scoprirebbe un mondo. Un mondo di suggestiva ed incontaminata bellezza, un mondo semplice ma sorprendentemente complesso, un mondo unico la cui preziosità risiede nell’avvenuto mantenimento della purezza e dell’arcaicità dei suoni e dei repertori, immediatamente percepibili e valutabili nella loro valenza, pienezza, ricchezza e perfezione anche dal meno esperto degli orecchi. Un mondo che sarebbe un vero peccato lasciare andare in frantumi, nel più ignobile dimenticatoio. Un mondo per la cui ultima possibilità di salvezza saremmo finanche agli sgoccioli. Un mondo di cui certamente andare fieri.

 

 

 

 

16/05/2017

 

 

Gli zombi delle periferie lucane

 

di Emaniele Vernavà


I nostri paesi sono diventati tutti periferie. Potenza ormai accentra tutto. Anche gli interventi nel campo della salute. Se ti viene un mal di pancia e chiedi l’intervento del 118, ti portano, da Forenza, a Melfi, e da qui, se necessario, a Potenza, al Pronto Soccorso dove non è detto che trovi veramente un soccorso immediato, se devi fare la fila. Poi, l’ambulanza del 118 deve percorrere strade che non sono proprio delle superstrade con tappeto d’asfalto perfetto. Se vai con l’auto, quando arrivi all’Ospedale, devi accompagnare prima l’ammalato al Pronto Soccorso, poi cercare un posto per il parcheggio, poi comprare il ticket senza sapere per quante ore, tornare all’auto ed esporlo sotto il parabrezza in maniera ben visibile. Nella zona c’era l’Ospedale di Venosa, c’è in parte, e io cittadino di periferia non ne so quasi nulla dei servizi che offre, l’Ospedale di Melfi. All’Ospedale di Rionero puoi accedere solo se sfortunatamente ti è stato diagnosticato un tumore. Non credo che miglior sorte tocchi ai cittadini della bassa Lucania.
Forenza nel 1899 aveva 11.360 abitanti, oggi circa 2000. La scuola s’è completamente ridotta, una sola classe di prima elementare con otto alunni, una scuola media con un corso solo asfittico. Negli anni ’90 tra scuola dell’infanzia, elementare e media c’erano circa trenta classi.
I vecchi si aggirano per la piazza ora sedendosi alle panchine, ora andando su e giù sul quadrato del passeggio. Puntualmente alle otto del mattino Michele ti chiede in prestito 10 euro, mentre un altro ti grida da lontano “ladro, mi hai rubato la protesi, ridammela!”
Davanti alla tua porta, c’è una casa che sta crollando e la porta semiaperta, bloccata dal peso delle macerie in caduta, ti mette a diposizione un immondezzaio che s’infila fin dentro nelle parti nascoste.
E’ da anni che si parla di desertificazione non solo ambientale ma umana della Basilicata in particolare. La politica non solo non ha mai preso sul serio il problema, ma non ne ha neppure consapevolezza, impegnata com’è a difendere se stessa per restare a galla e aggrappata alla greppia del potere. La desertificazione umana significa essenzialmente desertificazione dei servizi. Nei paesi come Forenza non c’è un falegname, ci sono due ferramenta, ci sono molti negozi di genere alimentare, che la dicono lunga sull’età della maggior parte degli abitanti. In questi paesi a casa si porta solo la pensione o qualche stipendio di qualche impiegato ancora in servizio. Gli insegnanti a Forenza sono quasi tutti di fuori.

Sembra di vivere all’epoca della Rivoluzione industriale, quando ci fu la fuga dalle campagne in città, alla fabbrica. Da noi l’unica città alla quale è possibile fuggire se riesci a trovare qualcosa da fare con i soliti meccanismi a relazioni corte, è Potenza. All’estero non si può più fuggire, all’estero fuggono i laureati, qui restano i burnout nulla facenti e i vecchi, che come zombi vivono ormai fuori della realtà.

 

 

06/05/2017

 

 

UNA MESSA PER CARMINE. Riflessioni
Rapolla, 26 aprile 2017

 

di Antonia Flaminia Chiari


Che cos’è il brigantaggio? Alcuni storici lo definiscono delinquenza comune, altri rivolta contadina, altri ancora guerra civile. Ridurre i tre aspetti ad un’unica dimensione significa generare confusione.
Tracciamo a grandi linee uno status quaestionis.

Nel 1860 la Lucania si presenta con strade e terre di contadini poveri, analfabeti, che ignorano cosa sia un’associazione di lavoratori o di partito, ma hanno il terrificante potere di chi non ha niente da perdere. Garibaldi è stato la loro grande speranza, colui che doveva distribuire le terre e restituire la libertà. Ma non lo capivano i Piemontesi, che hanno in Cavour la loro mente politica. Per essi è l’esercito regolare che deve ricucire la Nazione ed è la monarchia conservatrice che deve governare. Ai Piemontesi basta il SI’ dei plebisciti, un SI’ ottenuto comunque, con le buone o con le cattive. A Melfi, per esempio, hanno detto SI’ alla monarchia tutti i cittadini votanti, ma sotto la montagna dei SI’ rimangono la miseria e i problemi non risolti.

Comunque, l’esercito di Garibaldi è sciolto, i volontari tornano delusi alle loro case, le nuove leggi sono dure verso i poveri (proibiscono ai contadini di raccogliere legna o di pascolare nelle terre del governo), favoriscono la borghesia nei beni demaniali, tolgono ai preti poveri il necessario per vivere liquidando le strutture della vecchia Chiesa, cioè la proprietà privata.
La risposta dei contadini è la lotta armata, e dovunque nelle campagne si spara, si brucia, si uccide. E i Borboni di Francesco II forniscono uomini e armi alla reazione contadina nascente che passerà alla storia con il nome di Brigantaggio.

Il nuovo Stato applica la legislazione già adottata per il Regno, che in sostanza ignora il problema dei contadini per i quali la situazione peggiora.

Terre povere sono coltivate a grano, e i contadini hanno conosciuto per secoli la regola di Ferdinando II: << Il mio popolo obbedisce alla forza e si inchina dinanzi ad essa. Al mio popolo non serve pensare, io mi occupo del suo benessere>>. Sotto i Borboni, i proprietari terrieri sono assenti: vivono a Napoli, delle terre si occupa un amministratore, il galantuomo, e lo Stato possiede migliaia di ettari di terre aperte ai contadini per il pascolo o la raccolta della legna. Le terre del governo finiscono nelle mani di chi ha denaro per coltivarle e per pagare le tasse.

La separazione fra ricchi e poveri diventa più netta: da un lato i nuovi padroni con i loro casini da gioco, i loro avvocati, i loro clienti; dall’altro i poveri con i loro asini, i figli numerosi, i debiti. Il governo italiano vara una legge con la quale impedisce che il raccolto venga venduto fuori dal luogo di produzione, aggiunge nuove servitù, stabilisce tasse più alte e rende obbligatorio il servizio militare.
Che al cuore del “brigantaggio” ci sia stata la miseria contadina è frutto dell’analisi fatta dalla filosofia marxista del dopoguerra. In realtà, il Sud era parte di una Italia tutta arretrata e molto povera, ma era più povero del Nord. Su Napoli i grandi investimenti dei Borboni producevano grande prosperità, contrariamente al resto del Sud che era abbandonato.
E come viene vissuta l’unità nazionale? In mille modi diversi: i nobili e l’alto clero sono nostalgici del vecchio stato, molti borghesi che sanno leggere e scrivere concordano con il nuovo, i contadini e gli artigiani pensano alla rivoluzione ma restano delusi nelle loro aspettative.

E chi erano i “briganti”? Al principio non erano né buoni né cattivi, erano solo disperati. Simbolo ne è Carmine Crocco, che descrive la sua casa così:
Sono due casupole annerite dal tempo e più ancora dal fumo. Una stalla per le bestie, nell’altra dormiamo noi. Su un letto sostenuto da asticelle fradicie dormono mia madre e mio padre, nell’altro lettuccio dormiamo noi tre fratellini, tutti insieme come tre stoccafissi. Vicino al camino dorme mia sorella piccola, e nella culla di vimini Marco di pochi mesi. Mia madre si strugge a cardare lana, unta e bisunta d’olio.
Condannato per i reati che nascono dalla povertà, combatte per l’unità e per Garibaldi in cambio di promesse di libertà e lavoro. Invece, per sfuggire all’esercito regolare che vuole catturarlo, è costretto a fuggire nei boschi.

Si diventa “briganti” come Crocco perché non si il denaro per pagare i debiti, o perché non si vuole servire nell’esercito o perché si cerca vendetta per i torti subiti. Si diventa “brigante” perché lo sono gli amici e i parenti o perché il Borbone promette le terre.
Si può discutere finchè si vuole su un brigante o sull’altro, su quello che era assassino o ladro e sull’altro che era un protettore dei poveri e un rivoluzionario. Ma una cosa è certa: tutti erano mossi dal comune malcontento, dalle comuni delusioni e soprattutto dalla comune perdita di ogni speranza.
Dopo Ariano Irpino, la rivolta dilaga nelle provincie più remote della Lucania. A molti può sembrare una rivolta politica perché i briganti si dichiarano fedeli ai Borboni per sentirsi coperti da un’autorità superiore, per sentirsi dentro un potere legittimo.

E’ il periodo in cui vengono presi di mira i proprietari liberali schierati dalla parte del Piemonte, ma presto l’avversione del “brigantaggio” si rivolge a tutti i galantuomini. Con fatica il movimento comprende che le sue motivazioni sono diverse da quelle dell’aristocrazia reazionaria. Lo dice bene il “brigante” Cipriano Lagala ad un inviato del Borbone: << Tu hai studiato e sei avvocato, e credi davvero che noi fatichiamo per Francesco II? >>.

Il Sud è il luogo di forti tensioni sociali e di violenza diffusa. E’ il luogo delle speranze deluse. L’Italia è sempre – ancora oggi -  l’Italia dei Gattopardi, per cui si finge di voler cambiare ma si fa in modo che non cambi nulla. E’ l’Italia dei notabili e dei poverissimi. E’quella l’Italia della destra reazionaria e conservatrice che non lascia spazi né ai movimenti operai né ai movimenti contadini. E’ questa l’Italia del governo Renzi o Berlusconi che non lascia spazio a chi vuole alzare la testa.
A livello popolare come sono considerati i briganti? Sono quelli che difendevano i diritti dei contadini contro i proprietari terrieri.

Che cosa insegna a noi il “brigantaggio”?
Ci insegna che il nostro, ancora oggi, è un Paese complicato, diviso, con una memoria storica impossibile da unificare; che la nostra è ancora oggi una democrazia fragile; che gli Italiani non sempre sono “brava gente” perché sanno essere anche repressori molto crudeli. Ci insegna infine che la nostra non è più un’epoca in cui si scrive, o si racconta, la storia per entusiasmare le masse – o le scolaresche, ma piuttosto per aprire gli occhi su come è fatto il mondo.
Chi è Carmine Crocco? Lo dice l’autore nell’ultima pagina del racconto. Crocco sfugge alla storia come scienza fatta di documenti o altre testimonianze accertate. Crocco è il sentire dei Rioneresi che hanno vissuto direttamente o indirettamente la sua vicenda umana. Crocco è ciò che il suo popolo sente.
Più volte l’autore insiste, e a ragion veduta: <<Non chiamateli briganti. Ribelli. Fu ribellione, non brigantaggio. Ribelli>>.
E’ proprio vero. Concordo con l’amico Pasquale. Briganti è un marchio infame che scrittori salariati hanno dato ai contadini poveri meridionali, vittime dei soprusi dello Stato italiano. RIBELLI: questa è la verità della storia!

Crocco – dico io – è un nome per definire la ribellione. Ma Crocco è ogni uomo che sente sulla pelle la negazione di ogni diritto. Crocco è il ribelle che, “calpestato come l’erba dagli zoccoli dei cavalli”, combatte, nell’unico modo per lui possibile, per rivendicare la propria libertà.
E libertà non è cambiare padrone e non è parola astratta. Libertà è sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall’anima. Libertà è vivere di ciò che si ama. Libertà è un vento impetuoso che rinasce ad ogni generazione. E che ad ogni generazione diventa STORIA. Non storia scritta dai potenti e dai vincitori, quella che asservita a certa politica ancora oggi insegna il falso ai nostri ragazzi sui banchi di scuola.

La  STORIA , quella vera, pregna di sofferenza umana, conta. Ed è la nostra eredità.
E’ quel venticello in re minore che soffia l’orgoglio e la dignità dei Lucani e della gente del Sud.

 

 

03/04/2017

 

 

UNA PICCOLA LUCE CHE BRILLA DI GRANDE VITA:
CHIARA BADANO

 

di Angela De Nicola

“L’importante è fare la volontà di Dio. Io magari avevo dei piani su di me, ma Dio ha pensato a questo. La malattia mi è arrivata al momento giusto (...) Voi però non potete neppure immaginare qual è adesso il mio rapporto con Gesù. Avverto che Dio mi chiede qualcosa di più, di più grande.(…) Ero troppo assorbita da cose insignificanti, futili e passeggere. Un altro mondo mi attendeva e non mi restava che abbandonarmi. Ora mi sento avvolta in uno splendido disegno che a poco a poco mi si svela.”

E’ il 1990 e queste sono le parole di una ragazza di appena diciotto anni. Non siamo di fronte a scritti di asceti o di padri del deserto di chissà quale secolo lontano. Eppure queste semplici, icastiche parole reggono la base di una santità modernissima, giovanile, semplice, affascinante e se mi si può passare il termine finanche “alla portata di tutti”. Non so quanti di voi conoscano la figura di Chiara “Luce” Badano. Prossima ad essere ascritta nel novero dei santi dei giorni nostri, Chiara è esempio davvero luminoso per chiunque voglia conoscere uno dei non pochi aspetti della “cristianità giovane e per i giovani”. Questa ragazza di Sassello, in provincia di Savona (dove nasce il 29 Ottobre 1971) unica figlia tanto attesa di Ruggero e Maria Teresa Caviglia, è ormai conosciuta in tutto il mondo e migliaia sono i pellegrini che, in attesa della conclusione del processo di canonizzazione che presto la vedrà assurgere agli onori degli altari, accorrono in ogni stagione dell’anno presso la sua tomba, essendo stata proclamata Beata pochi anni or sono, esattamente il 25 settembre 2010 da papa Benedetto XVI. Come tutte le storie di personaggi legati alla santità, la vicenda di Chiara Badano ha in sé onestamente dell’incredibile. Mi è sembrato giusto allora – con molta semplicità e con altrettanta immediatezza - proporne un breve e spero efficace sunto che possa risultare aderente non solo a questo periodo quaresimale ma ancor più ad un quotidiano come il nostro, dove parole come “sofferenza” e “accettazione del dolore” non sembrano più “andar di moda”, anzi tutt’altro. Penso alla recentissima vicenda di Dj Fabo, in realtà l’ultima di una lunga serie che ha spaccato in due l’opinione pubblica perfino - a quanto pare - tra cattolici praticanti. Chiara Badano appare così in quest’ottica una figura agli antipodi della morte ricercata come liberazione dal dolore, rappresentando senza ombra di dubbio uno degli emblemi dell’accettazione della vita così come ci è stata data, dal concepimento fino all’ultimo istante. Vita vissuta non solo con dignità, ma altresì con profondo eroismo ed un ancor più grande entusiasmo, virtù che Chiara non ha ostentato ma che ha reso comunque immediatamente visibili, inequivocabili e lampanti per coloro le stavano intorno. Questo suo non esibirsi né tantomeno recitare una parte (magari rassegnata) di fronte ad una malattia grave, questo suo essere spontaneo ed altresì quotidiano, oserei dire “feriale”, non può per ciò stesso risultare estremamente coinvolgente per chi si avvicina anche oggi alla sua storia e alla sua spiritualità. Di fronte ad un non credente questa figura potrebbe imbarazzare o anche rischiare di essere liquidata come una “personalità schizoide”. Quante volte i santi sono stati definiti così, “ i quasi matti”. Ma tanto è: un eroismo così semplice e così intenso non può non lasciare indifferenti. Qualcuno all’interno della stessa Madre Chiesa ha addirittura scherzosamente definito questa ragazza “troppo santa”. Ovviamente nessuno di noi è Chiara. Eppure per chi impara a conoscerla, Chiara emana un fascino incredibile fino a lasciarci in dono (si spera) dopo averla conosciuta, il desiderio di provare ad emanare anche noi come lei “qualcosa di luminoso” all’interno delle nostre vite. E questo è certamente possibile, non necessariamente vivendo grandi prove come lei ha fatto, ma manifestando piccoli spazi o tentativi di luce tra le ombre, anche al di là dei grandi temi etici come eutanasia o aborto (su cui pur chiaramente si deve prendere posizione) perché il cristianesimo sia e rimanga una scelta da operare tutti i giorni, anche nei gesti più semplici ed apparentemente privi di senso agli occhi umani. La filosofia di vita di questa giovane Gen (che aderì al Movimento dei Focolari nel 1980) si era sviluppata in tal senso, “un senso tangibile e quotidiano” già molto tempo prima che la malattia bussasse alla sua porta. E così, la vita di Chiara Badano prendeva il significato del “tutto accade per un motivo preciso” e del “nessun attimo della nostra esistenza deve venire sprecato” già cronologicamente prima di quella diagnosi infausta (Osteosarcoma) sopraggiunta nel 1987 e che la portò a quello che lei finì con il chiamare “il gioioso incontro con lo Sposo” il 7 ottobre 1990. La vita di Chiara Badano appare così, fin dai suoi stessi esordi, davvero uno “splendido disegno” che, arricchitosi di volta in volta di particolari sempre più belli, di traguardi eroici sempre più alti, supera qualsiasi mano umana, fino a farci riconoscere non altra firma se non quella del Creatore della Vita, della Gioia, della Pace.

“Sento che Gesù mi sta chiamando a qualcosa di più grande” confida Chiara ai suoi amici agli esordi della malattia. La ragazza è estremamente consapevole di tutto ciò che le accadrà, delle pesanti cure che dovrà affrontare e del fatto che molto probabilmente non guarirà. Chi le dà forza è questo suo “Sposo Abbandonato” (Gesù agonizzante) quel Gesù che fin da bambina ha imparato a conoscere ed ascoltare dentro il suo piccolo cuore a partire dagli anni in parrocchia e poi nel movimento delle Gen, quel Gesù di cui conserva un ritratto semplice ma altamente espressivo nella sua cameretta. E’ a Lui che pian piano Chiara impara a rivolgere i suoi continui e personalissimi “Sì” come tanti gradini che in maniera sempre più radicale ed impegnativa la portano a salire in alto e ancora più in alto quanto più la malattia incalza. All’inizio sarà un naturale “perché Gesù?”. Ha solo diciassette anni, è sportiva, ha tanti sogni nel cassetto (vuol diventare medico ed andare in Africa) è bella e simpatica, amata da tutti. Ma presto quelle domande si convertiranno tutte in un’unica e reiterata affermazione : “Se lo vuoi tu Gesù, allora lo voglio anch’io.” E così gli interventi chirurgici, le sedute di chemioterapia, la paralisi, i dolori che per un anno e mezzo mai la abbandoneranno. Ciò che Chiara non perse mai, dall’inizio alla fine, fu il suo sorriso ed una serenità che sbalordì non solo i medici ma anche i suoi stessi genitori. Come poteva una ragazza così gravemente ammalata e tanto consapevole della sua malattia continuare ad essere sempre la stessa, senza mai cedere, senza mai cambiare, anzi donando a tutti quello che poteva con tutta se stessa e con tanto entusiasmo? Suo padre, perplesso, cominciò a spiarla dal buco della serratura per cercare di capire se quella figlia fingesse per amore dei familiari. La scopriva sempre serena, come davanti a loro. Mai un lamento.

Chiara era diversa. Aveva fatto il salto. Il salto del vero cristiano proiettato nella Verità che non è di questo mondo. Chiara, pronta a vivere quel Dio che tanto amava, era certa che i Suoi piani su di lei avrebbero in ogni caso previsto solo del Bene, comunque andasse la vita; ed era ancora più certa di quella vita eterna e di quella profondissima intimità con Gesù che per grande grazia corrisposta aveva imparato a conoscere, apprezzare, ricambiare e vivere profondamente fin da quaggiù, che per Gesù fu sempre pronta a tutto, nella gioia della sua breve vita così come nel dolore della sua lunga malattia. “Come per me è facile conoscere l’alfabeto, allo stesso modo voglio ben conoscere questo meraviglioso libro chiamato Vangelo.” Ed è proprio avendo in mente continuamente l’amore di Dio riversato sugli uomini mediante il sacrificio di Cristo, che Chiara, nonostante le gambe (che lei scherzosamente aveva imparato a definire “matte” ) fossero in continua contrazione ed agitazione neurosistemica perché alterate dal dolore, per un anno e mezzo e fino alla morte, ricevette senza problemi non solo i suoi amici ma tutti coloro che - incuriositi dalla sua spiritualità e dal modo in cui aveva imparato a prima a gestire e poi a valorizzare la malattia- facevano richiesta di accesso alla sua casa. Tra questi il suo stesso vescovo, Monsignor Livio Maritano (che successivamente ne aprì il processo diocesano di Beatificazione) il quale più di una volta, celebrando messa nella sua cameretta e colloquiando privatamente con lei, ebbe modo di constatare tante virtù non comuni (quelle che la chiesa definisce “eroiche”) innestate su una radice di maturità assolutamente rara per una ragazza di soli diciassette anni. Chiara amava ripetere “Io ho tutto” riferendo questo “tutto” al dono e alla grazia di poter offrire le sue sofferenze. Certo ricordava con dolce nostalgia la vita di un tempo, ma non rinnegava questo suo nuovo stato di cose dove Dio le offriva “altezze incredibili” da cui poter guardare le cose con occhi nuovi. Ed è con questi occhi che Chiara dona tutti i suoi risparmi (compresi i regali per i suoi 18 anni) per le missioni nel Benin. E’ con questi occhi che invita i suoi genitori ad andare in vacanza per distaccarsi dalla pesante situazione familiare. Dal suo lettino, Chiara continua a studiare, canta, legge, scrive lettere alla fondatrice dei Focolari (Chiara Lubich, che colpita dalla bellezza di questa sua vicenda le darà il nuovo “soprannome spirituale” di “Luce”, la luce di quegli ideali che “vincono il mondo”) e quando sente che la “fine” è ormai vicina, così, serenamente, rifiuta la morfina per non perdere la lucidità, e contenta di poter donare ancora fino all’ultimo istante, pensa addirittura ai particolari del suo funerale che dovrà essere concepito non come un addio ma come una festa, una cerimonia dove ognuno “dovrà cantare forte”perché lei ormai sarà finalmente volata in Cielo raggiungendo il tanto sospirato “Sposo”. Ed è con la sua migliore amica Chicca Coriasco che sceglie e prova tutti i canti per la celebrazione e si fa cucire un vestito di seta bianco con una cinturina rosa “per essere bella per Gesù”. Prima di salire al Cielo, l’ultimo dono è la volontà di donare le cornee come unica parte del corpo non compromessa dal male. All’alba del 7 Ottobre 1990 con le ultime forze rimaste nel suo fragile e giovane corpo devastato dalla malattia, Chiara, che aveva salutato ad uno ad uno tutti gli amici, scompiglia forte i capelli della sua mamma ed esclama con un dolcissimo filo di voce: “Mamma, ciao: sii felice perché anch’io lo sono”. I suoi funerali sono un accorrere di gente vicina e lontana, in particolare giovani. In paese le serrande dei negozi vengono abbassate e tutta la cittadinanza partecipa al rito. C’è subito la consapevolezza che Chiara è “qualcosa di più” e che è riuscita a trasmettere tanto attraverso la sua giovane vita. Durante l’omelia mons. Maritano afferma: “Non possiamo che benedire Dio per il dono che ha fatto alla nostra Chiesa attraverso la testimonianza di Chiara e della sua famiglia; un bene che è rivolto a tutti: ai credenti e io spero anche ai tanti in ricerca di Dio.” (*) Tra raccoglimento, preghiere e canti, più di cinquecento persone si accostano alla comunione. Durante la sepoltura della salma, sempre accompagnata dai canti dei giovani del Movimento Gen, la cappella di famiglia è stracolma di fiori, biglietti, messaggi di speranza e di richiesta di aiuto a Chiara, consuetudine che continua tutt’oggi nel cimitero di Sassello. La fama di santità comincia subito nei giorni e mesi immediatamente successivi alla dipartita di Chiara con una vasta eco di giornali e televisioni che additano alla singolare vicenda di questa ragazza. Cominciano ad apparire varie biografie ma soprattutto testimonianze e relazioni scritte su presunte grazie spirituali e fisiche ottenute invocando presso Dio la sua intercessione. La più importante, riconosciuta dalla commissione d’inchiesta del Vaticano e che appunto sancirà l’iscrizione della Serva di Dio nell’albo dei Beati nel 2010, è data dall’inspiegabile guarigione di un ragazzo di Trieste affetto da meningite fulminante, destinato per la scienza a morire in quarantotto ore, ma tutt’ora vivente ed in ottima salute per intercessione della Beata.
“Mamma, i giovani sono il futuro. Io non posso più correre, però vorrei passare loro la fiaccola come alle Olimpiadi. Hanno una vita sola e vale la pena di spenderla bene.”

Chiara ha passato il testimone ai giovani, a tutti. Un esempio senza dubbio difficile da seguire, una soglia stretta da varcare. La strada sterrata riserva però, vale la pena ricordarlo, sorprese rare, indimenticabili bagliori (altro dai luccichii) sia per sé stessi che per il prossimo cui si decide di mostrare la cosiddetta “altra possibilità”, ovvero l’altro coraggio, l’altro sogno, l’altro cammino. Livelli di vita e finezze per pochissimi, è vero. Il segreto risiede nella fortissima volontà di corrispondere al dono della fede senza alcun margine di distrazione, nemmeno il più piccolo. E questo con la medesima forza di volontà di un atleta, lo sguardo fisso alla meta con tutto se stesso. Uno sguardo aperto ad una vita che non finisce qui. Uno sguardo come quello di Chiara, puntato dritto al cuore di una vita diversa, che non termina con fallimenti o con miserie. Una ragazza, Chiara Badano, che ha saputo tenere alta la fiaccola, che ha saputo dire sì quando chiunque avrebbe dato per scontato un no. La lucerna che non giace sotto il moggio ma che illumina l’intera stanza. Il giusto che continuerà a brillare come il sole. Chiara non sarà mai più dimenticata. Vivrà con tutti, per sempre.

(*) M. Magrini “Uno sguardo luminoso: Beata Chiara Badano.” Torino, SanPaolo, 2010; p.159.


 

 

18/03/2017

 

 

GIOVANI POLITICA FUTURO

 

di Antonia Flaminia Chiari

In una pasticceria del centro a Roma, qualche giorno fa, sorseggiando una cioccolata e gustando una fetta di tiramisù, sentivo alcuni giovani ad un tavolo vicino al mio parlare di politica con atteggiamento disinteressato e con parole assolutamente prive di passione e di senso civico. La sera stessa ho scritto questa lettera.

L’invenzione della politica appartiene ad Atene. Il termine stesso rimanda a quella città unica dove, per la prima volta, apparve la democrazia, il governo popolare della polis. E’ Eschilo a registrare questa genesi nella forma della tragedia: il nemico è protagonista della scena e finge di parlare greco, ma proclama valori opposti a quelli su cui la Grecia sta definendo il proprio profilo politico e culturale.
Il numero e l’oro contrapposti alla povertà di risorse riscattata dalla virtù individuale e dalla responsabilità collettiva; l’atteggiamento di subordinazione dei sudditi di fronte ad un sovrano assoluto che non deve rispondere a nessuno, contrapposto al valore individuale e corale di un popolo che si riconosce tale in quanto è un popolo libero, composto di soggetti tenuti tutti, fino ai più alti ruoli del potere, a dare conto delle proprie scelte, a rispondere alla città, a pagarne il prezzo. Sta qui la forza di Atene contro i Persiani: è la polis, segnata dai due grandi slarghi dell’agorà e del teatro, quella che si contrappone al monolitico palazzo del potere persiano.
L’agorà è il luogo dei commerci e delle manifestazioni della volontà popolare. Il teatro è lo spazio dove si può dare voce al controcanto dell’anima, a tutto ciò che suona come coscienza critica dell’esercizio del potere.

La politica nasce dalla combinazione della pubblica piazza e del teatro: il suffisso ikòs, aggiunto a politeia – polites, cioè alle figure della cittadinanza e del cittadino, sta a dire che non si fa politica senza il riferimento alla città e all’interesse di quanti la costituiscono. Dalle necessità della polis è generata e misurata la mediazione politica; al servizio di essa deve porsi in un continuo, dialettico interscambio con la ricerca del bene comune. Tutto questo non potrà realizzarsi se l’agire politico non saprà fare i conti con le altrui ragioni, e soprattutto con il riferimento al valore ultimo del bene comune e delle esigenze morali che lo garantiscono. In democrazia la politica ha bisogno dell’etica.
E’ qui che la tradizione cristiana porta il suo contributo alla politica, elaborando il concetto di “persona”, che assomma in sé due campi di tensione reciproca, quello della singolarità e quello della relazione. Nella dialettica tra l’uno e l’altro, la persona si situa come soggetto assolutamente unico (esse in se), che può liberamente destinarsi all’altro, stabilendo rapporti di reciprocità solidale (esse ad). E’ nell’unità di queste relazioni che la persona si offre come soggetto libero e consapevole della propria storia, posto sulla frontiera fra esistenza storica e valore morale, in grado di saldare i due campi.

Il pensiero personalista di ispirazione cristiana influenzò la Costituzione italiana, che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo; esplicita il principio di uguaglianza, secondo cui tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, e devono essere in grado di sviluppare pienamente la loro personalità sul piano economico, sociale e culturale. L’importanza e l’attualità di queste conseguenze sono intuibili nel campo della tutela delle minoranze, di lavoratori, delle donne, dei diversamente abili, ed oggi nel rispetto dovuto alla persona dell’immigrato.
Nell’idea di essere “per sé e per altri” della persona (esse ad) sta il fondamento del principio di responsabilità, che la Costituzione recepisce affermando il valore del pluralismo e il principio di laicità, nel rispetto del diverso e nella tutela dei suoi diritti.
Nessun uomo è un’isola e a nessuno è lecito disinteressarsi del bene comune. Questo essere relazionale della persona si esprime nel principio di solidarietà, accolto nella Costituzione. Tenere insieme i dinamismi della persona e della comunità è il difficile equilibrio al cui servizio deve porsi la mediazione politica: un servizio di carità alta, in cui si prepara l’avvenire di tutti.

Vi dirò di più.
Il mondo ha bisogno di giovani critici, “sovversivi”, che vanno controcorrente, perché il loro sentire non è omologabile alla mentalità corrente. Per dirla con Papa Giovanni Paolo II, non lo stato e i mercati devono essere padroni della vita degli uomini. Al contrario, essi devono essere asserviti alle necessità sociali, alle speranze e ad un forte desiderio di unione. I giovani, portando con sé lo spirito d’innovazione e di crescita, devono assumere i ruoli di contestatori. Dove contestare vuol dire non accettare scelte anticomunitarie, mettersi in discussione, confrontarsi con il mondo che ci circonda e trovare soluzioni adeguate nell’ottica del mutamento in positivo che ha contraddistinto l’umanità nei secoli.
I giovani sono il futuro: non vuole essere affermazione retorica, ma linfa di condivisione delle idee politiche e sociali che essi stessi devono creare.
“Non c’è virtù senza fortuna, né fortuna senza virtù”, scriveva Machiavelli. Non c’è archein senza prattein, né prattein senza archein, aggiunge Hannah Arendt. Come a dire che l’evento della libertà sorge all’interno di un contesto plurale di relazioni umane.
Il dinamismo dell’agire libero esige uno spazio storico-politico, ove trovare un terreno in cui radicarsi e da cui trarre la propria energia.
Facendo eco a Montesquieu, Arendt ha chiamato “principio” l’elemento capace di muovere all’azione, e lo ha tratteggiato come l’oggetto di un amore appassionato e profondo, ponte sulla lacuna tra passato e futuro, tra non più e non ancora. Esso non spinge a ripetere il passato ma a ricordarlo. E riprende la promessa insita in ogni inizio, sia quest’ultimo un puer che nasce o una polis che sorge (concetto noto come “natality”), perché fra nascita umana e fondazione della comunità sussiste un’affinità capace di raccordare antropologia e pensiero politico.
Dopo la catastrofe economica e culturale, in un mondo divenuto inumano, si può tornare a pensare alla politica ricostruendo la polis e la vita dell’uomo? Questa domanda ci chiama a nuova responsabilità. C’è un legane tra agire e iniziare, ed è proprio la facoltà di iniziare qualcosa di nuovo che ci rende capaci di interrompere il già dato, di sottrarci al determinismo storicistico, all’ordinario e alla radicalizzazione del passato.
Quello di cui abbiamo bisogno per ricominciare è una politica amatoriale, che si contrapponga all’attuale area professionalizzata. Occorrono dilettanti competenti, capaci di civismo e volontariato, disposti ad accogliere con realismo efficace le sfide della convivenza civile, per una vita degna di essere vissuta.
Voi, giovani, potete farlo!
Con desiderio di autentico impegno, per poter consapevolmente operare, vi invito attorno a un tavolo ove costruire la città dell’uomo, come proposta per un percorso di formazione e di accompagnamento alla vita politica. Esso, a mio parere, va fondato su una linea interpretativa di tipo antropologico, che riconduce tanto la teoria quanto i problemi concreti ad una soggiacente visione dell’uomo. E a quest’uomo si rivolge, all’uomo del mondo e del tempo.
In questo cammino suggerisco di affrontare temi complessi, esposti in forma chiara esistematica. Questioni di attualità e urgenza sulle quali ragionare insieme, rimanendo su un piano oggettivo e realistico, senza fughe utopiche, sforzandosi di saldare idealità e concretezza, progetti arditi e fattibilità.
Il bene come solidarietà, la ragione come ragionevolezza politica, la libertà come fondamento di una identità onesta, voluta e coltivata senza sosta, l’alterità come risorsa e non come minaccia, la critica serrata della violenza e della predatorietà in nome della  giustizia, la riscoperta del dono nei rapporti intersoggettivi : sono luoghi su cui interrogarsi con passione e con decisione, perché ne va della verità e del bene, della libertà e della giustizia.
Ricordate – se mai li avete letti – quei versi di Neruda in cui egli si chiede cosa sia la vita. Tunnel oscuro – dice – tra due vaghe chiarità o nastro d’argento su due abissi di oscurità?

Chiedo a voi: perché la vita, bene di tutti, non può essere un nastro d’argento tra due splendori? Fate in modo di interpretarla e di viverla in questo modo bellissimo.

 

 

17/03/2017

 

 

- Hans Jonas e l’onnipotenza di Dio -

- Il “Tempo” nelle Confessioni di S. Agostino -

 

due saggi di Michele Strazza
Pubblicati su "Pensiero Filosofico"

 

- Hans Jonas e l’onnipotenza di Dio -

L’Olocausto, con l’uccisione di milioni di ebrei, pone una serie di interrogativi sulla presenza di Dio in tale drammatico evento. I credenti, ma anche molti teologi e filosofi, si sono a lungo interrogati su tale importante quesito: se Dio esiste, come ha potuto permettere tutto questo?

Una risposta originale ed affascinante è stata fornita dal filosofo tedesco ebreo Hans Jonas (1903-1993), esposta per la prima volta nel 1984 in una conferenza presso l’Università di Tubinga sul Concetto di Dio dopo Auschwitz. Peraltro Jonas aveva perso la madre proprio nel campo di sterminio nazista

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- Il “Tempo” nelle Confessioni di S. Agostino -

Nelle Confessioni di S. Agostino, opera scritta alla fine del IV secolo, in cui l’autore descrive le tappe della sua conversione e la sua ricerca della Grazia divina, particolare spazio è riservato al problema del tempo. Di esso Agostino si occupa nell’undicesimo libro dei tredici di cui è composta l’intera opera e lo fa all’interno del discorso sulla creazione.
Egli parte dalla insidiosa domanda, formulata dai filosofi pagani, in primis manichei e neoplatonici, su cosa facesse Dio ‘prima’ di creare il cielo e la terra?

Dio – afferma Agostinoha creato il mondo non da una materia qualsiasi, ma dal nulla. Dal racconto della Genesi, infatti,si evince che egli creò anche la sostanza, non soltanto l'ordine e la disposizione delle cose. Nel momento stesso in cui Dio ha iniziato la creazione si è formato anche il tempo, egli è dunque l'iniziatore di ogni tempo.

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04/03/2017

 

 

BASILICATA FIERE

 

PREMESSA
1) IL SISTEMA FIERISTICO : INNOVAZIONE E NUOVI MODELLI DA PERSEGUIRE
2) GLI SCENARI FUTURI
3) STORIA E RUOLO DEL QUARTIERE FIERISTICO IN BASILICATA
4) LE OPPORTUNITA’ DEL SISTEMA FIERISTICO IN BASILICATA. IL CIRCOLO VIRTUOSO PER IL TERRITORIO

Premessa La riqualificazione di aree urbane strategiche rappresenta oggi, non solo una delle più cruciali sfide architettoniche e urbanistiche con le quali i territori devono misurarsi, ma anche un’opportunità importante di sviluppo e miglioramento di condizioni sociali, economiche e culturali. L’importanza di tale fenomeno è ancor più evidente se si pensa che tale processo svolge un ruolo fondamentale nei confronti dei futuri assetti urbani, nella definizione di nuovi equilibri e relazioni tra ambiti in trasformazione e contesti consolidati. L’elaborazione di una proposta progettuale per la riqualificazione del quartiere fieristico BASILICATA FIERE , unica realtà fieristica della regione è intesa, in tal senso, come un’azione strategica di valorizzazione di un‘area che, per la sua particolare ubicazione, rappresenta un’occasione importante di sviluppo della intera comunità lucana e un’opportunità fondamentale di ricucitura ambientale e urbanistica di luoghi suggestivi, ma oggi privi di relazioni significative. Il progetto nasce dunque a partire da alcune considerazioni preliminari, che si ritengono obiettivi fondanti della proposta, rispetto al concetto di riqualificazione: Basilicata Fiere srl Area Industriale - 85050 Tito Scalo (Pz) Tel. 0971485230 www.fieradibasilicata.net - fieradibasilicata@libero.it Basilicata Fiere srl - REA 139798 - P.IVA 01859530766 - Offrire una soluzione progettuale in grado di promuovere livelli di innovazione integrati in una logica di rispetto e valorizzazione delle preesistenze; - Proporre uno sviluppo progettuale adeguato alle future esigenze di una struttura in evoluzione, ma al contempo attento alle problematiche del rispetto ambientale e del contenimento energetico; - Realizzare un intervento in grado di operare una saldatura dell’area con il contesto urbano secondo un disegno degli spazi che sappia stabilire nuove relazioni con il tessuto imprenditoriale e commerciale del luogo ; - Prefigurare uno sviluppo futuro in grado di valorizzare le potenzialità delle aree circostanti, integrando scelte progettuali specifiche in una dimensione più ampia, secondo una più consapevole logica di permeabilità degli spazi di aggregazione e svago, tali da poter estendere i propri effetti positivi anche alle aree limitrofe.

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04/03/2017

a mio padre

 

Il pane di Sant’Andrea di Atella, nel Vulture

 


di Pasquale Tucciariello

 

     Quando c’è neve quel territorio pare simile a qualunque altro, la neve nasconde il bello della piana e il brutto delle alture lasciate abbandonate, l’occhio volgendosi intorno disegna curve d’incanto quasi fossero colline irlandesi che scendono mansuete a valle e poi riprendono dolce, salendo a ridisegnare altre curve leggere e poi ancora altre finché s’inceppano contro ripidi costoni o si spezzano per un vallone a strapiombo. La neve è mano d’artista, cancella viottoli scoscesi, annulla vuoti per frane,        spazza le differenze tra ruderi senz’anime e masserie abitate. Vento e neve rendono giustizia, le cose pari sono, pianura e montagna si accorciano legate a colline, ricchezza e povertà si confondono sotto gli ampi mantelli di una natura tinteggiata di bianco. Qui, in Basilicata, è la nostra Irlanda, tra le colline di Sant’Andrea di Atella, di Sgarroni, di San Vito, di Monticchio Laghi, di Monticchio Bagni, in territorio di Rionero e di Atella dove il Vulture, dall’alto della sua superbia, maestoso impone la sua mole e guarda lontano, oltre i monti del Carmine, di Santa Croce e di Li Foi a Sud, mentre a Nord/Est occhieggia ai mari di Puglia e al Gargano di san Michele e di padre Pio, e a Nord/Ovest alle colline e ai monti dell’Irpinia.
     Tra colle e monte sorgono borghi capaci di conservare usanze e tradizioni mentre comunque camminano nelle attività umane più moderne. Conservano e rinnovano abitudini di buona e sana vita  e indicano capacità di esistenza possibile. Propongono, questi borghi, suoni, odori, paesaggi, modalità di vita a misura d’uomo che solo occhi distratti e menti labili non riescono a vedere e ad indagare.
     La vita sembra voglia fermarsi? Ma non è così. E’ la neve, quando nevica, ad indicare il tempo che avanza e le dinamiche naturali, sono i fiocchi e i venti ad immergerci nel tempo, e ci pungono e ci spingono ancora avanti, a trovare le strade, avanti coraggio, ognuno la strada della propria vita. Ma come non accorgersene! E mentre il tempo avanza e corre, lentamente o più velocemente assecondando il proprio spazio di vita e le proprie abitudini confondendosi con lo spazio fino a farne un’unica entità razionale e sensibile spazio-temporale, uomini e donne, bambini e anziani, ragazzi e ragazze qui conducono esistenze accettabili, accettando i mezzi o procurandosene altri, capaci anche di lauree importanti.
     Tra questi borghi, a Sant’Andrea di Atella, il tempo corre anche quando si fa il pane come si faceva una volta in altro tempo. Il tempo niente dimentica completamente. Anzi si rinnova. Questo pane è buono come il pane fatto in casa. Sono usanze e tradizioni, abitudini di vita buona, in questi borghi, tra suoni e odori, sospiri e paesaggi con tv e internet, smartphone e tablet, webcam e un selfie tenendo in braccio magari simpaticamente una gallina, tecnologie che proprio non riescono ad annientare. Anzi quelle abitudini resistono. E si compiacciono della loro esistenza. Anche a Sant’Andrea di Atella si fa il pane, buono come il pane fatto in casa. Altri odori, altri sapori.

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03/03/2017


La vita propria della parola nell’incessante risveglio

Minimali riflessioni sulla sintesi vocalico-visuale di Pasquale Tucciariello


di Carmen De Stasio

 

Nell’addensamento di riflessioni, nelle quali converge la tessitura della propria storia e si frange la scultura metamorfica dell’esistente agire, la parola si dilata in una dimensione mito-poietica quale luogo in cui sostare in presenza attiva.
Questa la direzione molteplice che Pasquale Tucciariello intraprende; in essa si condensano studi e passioni autorali che, nell’anelito, manifestano la vita, spinti da un’energia che, pur allusiva, non prevede la divagazione in luoghi trasmutati da ossessivi condizionamenti.
L’afflato di libertà rifugge dalla macchinazione celebrativa; al contempo rifulge di una sobria tessitura di pensieri distanti da un presente culturale che, per sua natura, si rafforza nella valenza delle intercapedini mobili di tempi associabili, alla luce delle rifrangenze che si sporgono da territori in mai eccedente rigenerazione per raggiungere un chissà dove attraverso le modalità dell’infinente viaggio.
E si sporge l’autore nel confronto empatico con le coltivazioni incessanti di un sapere che mai cede alle lusinghe della convivenza stabilizzante. Viepiù, è nei suoi spalti che scorge quanta vivenza posseggano note nascoste e ancora inesplorate del sapere e che egli ritrae perché alla superficie delle cose si franga un’immagine tonica, fuggente al clima dell’assoluto.
Nel tacito accordo con le qualitative cadenze sapienziali, l’autore promuove un tracciato transitante, che conquista per l’intenso e indomito svolgersi degli incontri. Garbato il tono e dissuasivo di un protendersi all’infuori di sé come a dettar legge sulla maniera del conoscere. Quale il motivo, se non nel dinamismo che traspare nelle volute vocaliche e che insinua l’invito ad adottar se stessi nell’imprevedibile impronta che il sapere evidenzia.
Non segno. Né, tantomeno, ludico raffronto di presenti e passati. Quali, poi, se non quelli personalmente trascorsi e ricorrenti, senza per questo declinare verso un imitativo respiro modellato, che suggella l’impegno claustrofobico di corrispondenze dotate dell’unicale afflato sapienziale. Al contrario, inequivocabile è la svolta nell’eterno insistere, perché i rimandi ricongiungano le soglie mai sconfitte delle memorie; perché appaiano vaganti e di forza continua tra le nano-sfere antisistemiche di un imperturbabile gioco al nascondimento, dal quale l’autore si astrae per evitare l’annichilimento del pensiero in un inquietante calcolo delle conseguenze .
L’infida trama delle conseguenze incupisce e inganna. E non inganno è la quieta compresenza di Tucciariello nel coltivare continuo quale pre-destinazione humana e accolta come dono di essere pensante. È l’immaginabilità che accompagna le cadenze, fino a incorrere nella vicenda del dettaglio – nuova sintesi che compare nell’incastro di saperi che, in tal modo, sconfiggono la precarietà del tempo assente e ne diluiscono l’indomabile stigma che intende piani dissociati.
Nella simbiosi di un tempo cromatizzato dalle vicende che animano la meditazione, si scorge così una geometria imperniata sulla variabilità dei pensieri minimi e sulle traiettorie in continua apertura. Un nuovo impianto totalmente pleocroico insiste ed è a un nuovo, identitario impianto che la voce sollecita.
Così la parola, nel rivolgersi a un assetto mobile culturale quale esperienza estensiva e ideale tattile di vita, assume criteri coerenti di metodo che finalizza l’esplorazione del se stesso, nell’interezza flessibile e parimenti addensante. In essa è la pienezza di conversazioni avvicendate che, nel tempo privato, estese a onorare il circadiano e l’oltre, intraprendono l’ulisside travaglio senza termine che ristora.
È l’ancora e nell’ancora la parola mantiene il suo tratto di soggetto errante, al pari dell’individuo che in essa materializza un tracciato pensativo che dall’accumulo distrae la sintesi a sé efficace. Viepiù sonora, nella parola fonica insiste il sovvertimento vitale di un ordine che s’arrende a compensativa coesione e, in apertura, bilancia la natura intrinseca (e sovente in-narrata) del conoscere, frantumando i suggelli topici assunti al tempo. Sicché discorso puntuale si nobilita nella visione contigua dello stesso pensare. E non incorre in errori, giacché nella parola scarna di abbellimenti – e refrattaria a interruzioni che potrebbero derivarle dall’intromissione di abitudinarie riflessioni celebrative –, si rinnova il piacere di una formazione che impegna l’incessante risveglio.


H. Arendt, Vita activa (1958), Bompiani, Milano, 2014, p. 240

 

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12/02/2017


Il Monachesimo in Basilicata

 

 Basiliani Benedettini Francescani


di Graziella Placido



    La fede religiosa e la scelta di vita cristiana si sono ampiamente diffuse in Basilicata sin dall’alto Medioevo. Ne sono significativa testimonianza i resti di cenobi, eremi, laure (aggregati di celle separate in cui vivevano i monaci bizantini) e chiese rupestri sparse nei luoghi silenziosi della regione.

I Basiliani

Dal VI secolo in poi monaci basiliani, seguaci di Basilio vescovo di Cesarea, per sfuggire all’arianesimo (movimento religioso fondato da Ario, prete di Alessandria che negava la natura in Cristo e per questo condannato dalla Chiesa) si rifugiarono nell’Italia meridionale. Stabilitisi prima in Calabria dove fondarono comunità, eremi, laure penetrarono poi nelle contrade interne della murgia materana, nei boschi silenziosi di Carbone e di Colobraro raggiungendo i boschi del Vulture per ricongiungersi con altri monaci basiliani provenienti dalla terra d’Otranto.
All’epoca, ma anche dopo, il Sud d’Italia era lacerato da guerre tra Greci, Ostrogoti Longobardi, Bizantini, Saraceni. Pochi monaci seguirono gli eserciti, altri, bisognosi di una vita spirituale lontana dalla brutalità della guerra, ripararono in luoghi solitari portando con sé culti, fedi e pratiche religiose tipicamente orientali. Cenobi di basiliani erano presenti a Carbone (il monastero di S. Anastasio, fiorente fino al XV secolo, aveva un’estensione territoriale non trascurabile), a Colobraro (dove il nome della contrada S. Maria di Cironofrio ricorda la loro presenza), a Lauria il cui nome deriva proprio da laura, a Maratea, a Pisticci. Qui esistono strade che li ricordano nel nome: S. Basilio, S. Teodoro.
Nella zona del Vulture a Monticchio nella grotta naturale di S. Michele Arcangelo scavata nella roccia si conservano resti di affreschi bizantini raffiguranti Cristo benedicente tra Maria e S. Giovanni. I basiliani non praticavano soltanto la penitenza l’umiltà e la carità. Ma lavoravano la terra, erano predicatori affascinanti e conoscitori della medicina araba. Sotto la spinta e l’esempio dei monaci, le popolazioni che ruotavano intorno ai cenobi dissodavano la terra, praticavano nuove colture, imparavano a sfruttare gli animali. Così nei paesi della Valle del Sinni, della zona del Vulture, a Lauria, Trecchina, Lagonegro. In numerosi casi i cenobi possedevano vasti territori frutto di donazioni e, dal punto di vista politico e economico, vivevano una vita indipendente dall’ imperatore bizantino o dai longobardi e dai piccoli feudatari.  Il monastero di Carbone, la SS. Trinità di Venosa, le comunità monastiche di Monticchio, il monastero di S. Michele di Montescaglioso ed altri ancora possedevano vasti territori, numerosi privilegi e ricchissime rendite. L’abate agiva da vero signore, si imponeva su terre e persone: a lui tutti obbedivano dal monaco al contadino al servo al fittavolo.

I Benedettini
Con la caduta della potenza bizantina nel Mezzogiorno d’ Italia e con l’avanzare del monachesimo benedettino verso il X secolo, i cenobi basiliani cominciarono a decadere e ai basiliani subentrarono i benedettini sostenuti dai longobardi e dai normanni. Fondatore dell’ordine fu Benedetto da Norcia (480-547) che, con l’esempio di umiltà e povertà, abbandonò la vita agiata, abbracciò il Vangelo e visse predicando e lavorando.
Il monachesimo benedettino fu espressione di una nuova religiosità e di un nuovo modo di intendere il rapporto con la divinità. Non più distaccata dal mondo nel chiuso isolamento del cenobio e immerso nella preghiera quanto nel lavoro in comune e tra la gente. ”Ora et labora”  (prega e lavora) era il motto con cui si sintetizzavano la vita e l’ideale benedettino.
Il movimento interessò molte zone lucane dal potentino al materano, dalla Valle dell’Agri alla zona del Sinni a quella del Vulture. Nel Medioevo la cultura benedettina svolse un ruolo importante in terra lucana. Centri di cultura benedettina ci furono a Matera, a Venosa (abbazia della SS. Trinità), a Montescaglioso (abbazia di S. Michele), a Pisticci, a Monticchio.
Nel secolo XI i monasteri ampliarono notevolmente i loro possessi con donazioni e acquisizioni di terreni e fabbricati nelle città vicine e divennero sempre più fiorenti. I longobardi fecero loro molte donazioni a volte per generosità, a volte per calcolo politico per tenere buoni i sudditi sui quali il monastero esercitava grande influenza. Donazioni del genere comprendevano non solo case, terreni ma anche contadini coloni che, come cose, passavano alla giurisdizione dell’abate.
I normanni confermarono il patrimonio e i privilegi dei monasteri. A Venosa il monastero della SS. Trinità, costruito con blocchi di un antico anfiteatro romano, ricevette doni dai principi longobardi e normanni e fu un grande centro di cultura benedettina; una comunità ben organizzata che possedeva terreni e chiese anche in zone lontane sulla costa ionica a Scanzano e Policoro e sulla costa adriatica nei pressi di Barletta. Ancora oggi i resti testimoniano la magnificenza del complesso.
Sul Vulture a Monticchio i benedettini fondarono il monastero di S. Michele nei pressi della grotta già rifugio dei monaci basiliani. Qui nel 1059 il papa Nicolò II, che nel Concilio di Melfi aveva sancito con Roberto il Guiscardo il potere normanno nel mezzogiorno, si recò con un numeroso seguito di vescovi e cardinali per consacrare la grotta basiliana al rito latino dei benedettini. A breve distanza dall’abbazia di S. Michele i ruderi di un altro monastero benedettino: S. Ippolito evidenziano le ricchezze conseguite e gli ampliamenti effettuati dall’ordine benedettino nella zona del Vulture. L’abbazia di S. Michele di Montescaglioso ricevette vasti territori e casali come quella di S. Maria la Sanità di Pisticci. L’abate di S. Maria di Banzi possedeva beni appartenuti a comunità basiliane.
Come si vede le abbazie furono centri di potere e di culture e l’abbate, carica importante e molto ambita, era, a volte, più potente del feudatario. Tra di loro molti furono eletti vescovi e qualcuno papa. Lo stesso pontefice Urbano II, durante un viaggio nel meridione, visitò i monasteri di Venosa, Banzi e Matera consacrando chiese ed altari. L’accentramento di vasti possedimenti e le ricchezze di questi monasteri, poco consono alla stessa regola di S. Benedetto, suscitò profonde delusioni su quanti predicavano austerità e ripristino della regola. Continui richiami all’ideale di povertà furono formulati da personalità come Giovanni Gualberto, Guglielmo da Vercelli, che aveva fondato un monastero a Montevergine, Giovanni da Matera che ne aveva fondato uno a Pulsano, eremi assorbiti poi da monasteri più ricchi.
Oggi dei monasteri benedettini restano poche tracce. Dopo l’unità d’Italia la legge Mancini segnò la fine di molte comunità. Ma grazie a quest’ordine religioso, molte conoscenze del medioevo sono state salvate e tramandate alle generazioni future.

I Francescani

La presenza dei francescani nei vari paesi lucani risale agli inizi del XIV secolo. Il movimento francescano fondato dal fraticello di Assisi, predicava un ritorno al Vangelo, alla vita povera e all’elemosina. Era lacerato da piccole riforme e da correnti opposte: Conventuali, Spirituali, Osservanti. Chi voleva vivere nell’intera povertà e chi era disposto ad accettare doni dai nobili ed ingrandire il patrimonio della propria comunità. Tuttavia il movimento dette alla Chiesa lucana molti vescovi.
Nel 1528 la Bolla emanata da Clemente VII riconobbe la Congregazione dei Frati Minori che da allora si chiameranno Cappuccini. Alla fine del XVI secolo numerosi conventi francescani si registrarono in varie zone della Basilicata: a Potenza (S. Antonio La Macchia), a Muro Lucano, a Sant’Arcangelo, a Melfi. Solo per citarne alcuni.
L’ordine francescano fu povero rispetto allo splendore delle badie benedettine di Venosa, Montescaglioso e Pisticci. I francescani avevano pochissime rendite e un patrimonio irrisorio; tenevano biblioteche e scuole di teologia come a Melfi ma vissero soprattutto di elemosine. Come i Cappuccini valenti predicatori che si adoprarono molto per i malati e vissero di elemosine pur non disdegnando doni. Nel XVII e XVIII secolo le file dei religiosi si ingrossarono. Altri ordini monastici si aggiunsero: i domenicani, i carmelitani, altri ancora ed anche monasteri femminili come le Clarisse di Tricarico.
 Di tutte le badie e conventi, di cui è disseminata la Basilicata, buona parte è stata recuperata. Aziende turistiche, alberghi, centri di studio hanno preso il loro posto. Recentemente questi ultimi, per mancanza di risorse, vanno perdendo il loro impulso. “Con la cultura non si mangia” blatera qualcuno dimentico che solo se pulseranno di vita i centri di studio, sarà salva non solo la Basilicata ma l’intero Paese Italia. 
Febbraio 2017                                                                                               Graziella Placido

 

 

12/02/2017


La prof.ssa Primalda Forcignanò di Lecce non è più tra noi. Alla soglia dei suoi 96 anni tenuti benissimo, si è spenta per un brutto male inatteso, il male di questi nostri decenni, implacabile.



La prof.ssa Primalda Forcignanò di Lecce non è più tra noi. Alla soglia dei suoi 96 anni tenuti benissimo, si è spenta per un brutto male inatteso, il male di questi nostri decenni, implacabile. Ci era molto cara, per un rapporto epistolare costante da circa 7 anni, per interessi letterari, comuni letture preferite, altre amicizie condivise. Giovanissima, laureanda in materie letterarie, frequentava ad Ubino le lezioni di Carlo Bò insieme con Vincenzo Buccino, suo coetaneo. Se ne era innamorata. Poi, dopo la laurea, si erano perduti, lei nel salento, lui prima nel Vulture e poi in Romagna, tra Forlì e Cervia. Lei con l’insegnamento di lingua e letteratura italiana negli istituti superiori, lui insegnando italiano e latino, poi preside, mentre scriveva importanti libri. Lui, Vincenzo, un matrimonio a Cervia dal quale ha avuto tre figlie; lei, Primalda, andata in sposa ad un imprenditore leccese, Paladini, dal quale ha avuto un figlio, Antonio, ottimo amico mio coetaneo, docente di lingua e letteratura inglese in pensione. Quando, rimasta vedova circa 10 anni fa, ha cercato di rintracciare il suo giovane amore, nel web ha trovato me, editore del Buccino. Si è così stabilito un rapporto di grande amicizia. Le stesse letture preferite, Dante, Goethe, Thomas Mann, Platone, Heidegger. E naturalmente lui, Buccino. Dopo ha conosciuto anche la mia scrittura. E non mi ha più lasciato. Pretendeva leggere prima di ogni altro i miei racconti, uno per uno, quelli editi e quelli non ancora editi. Ha letto e riletto tutto. Scriveva che mi conosceva come nessun altro. Informato dal figlio Antonio qualche minuto dopo la sua morte, avvenuta nel tardo pomeriggio, il giorno dopo, domenica scorsa, alle cinque di mattina con mia moglie ci siamo messi in macchina. Alle 9 eravamo a Lecce, sotto il portone di casa. Antonio è sceso giù piangendo la scomparsa della mamma. E piangeva come un bambino. Siamo saliti al terzo piano. Lei era lì, nella bara, una bellezza antica oltraggiata dal male ma in atteggiamento dignitoso. Nella sua camera di studio, sul tavolo la mia foto incorniciata, i libri di Buccino, la Divina Commedia, un saggio su Goethe, i miei libri, due cartoline e una lettera che non aveva fatto in tempo a spedirmi. Era ammalata da 8 mesi e mi ha tenuto nascosto ogni cosa, nessun cenno neanche nella sua ultima lettera di pochi giorni prima, neanche nell’ultima telefonata di qualche settimana prima. Anche al figlio ha imposto il silenzio. Ne sono rimasto offeso, ma la perdono e capisco. Ha voluto evitarmi la sua stessa sofferenza. Ciao Primalda. Grazie. Il buon Dio ti dia pace. E sarai presente nelle mie preghiere.

7 Febbraio 2017                                                                                                                               Pasquale Tucciariello

 

 

06/02/2017


Quel saggio di Richard David Precht “Who am I?”
(Ma io chi sono?)

Qualche considerazione può avvicinare ancor più il lettore al suo libro.


di Pasquale Tucciariello

Berta, la zia del prof. Precht, noto filosofo tedesco vivente, non deve morire, se non di morte naturale o di morte accidentale, voglio dire non volutamente procurate da alcuno. Zia Berta campi pure cent’anni ed anche oltre, perché la sua felicità appartiene a lei stessa medesima, la sua felicità e la sua carta di identità sono la stessa cosa. Procurare dolore od infelicità a zia Berta è come cambiare i dati della sua carta di identità, falsificarla. Il falso è reato nelle società articolate democraticamente. Procurarle la morte perché essa procuri vantaggio alle casse dello Stato che così non pagherebbe più la sua pensione e tantissimi altri se ne potrebbero giovare ottenendone benefici vari, potrebbe significare conseguenzialmente che lo Stato si gioverebbe della morte di due pensionati, poi di tre, magari di tutti. Lo Stato potrebbe garantire servizi eccellenti, stipendi ai disoccupati, il lavoro costerebbe molto meno (non vi sarebbero prelievi dalle retribuzioni per incrementare la pensione finale perché nessun lavoratore percepirebbe una pensione). In pratica la vita umana si fermerebbe a 65/67 anni, l’età pensionabile.
Lettore - E se lo Stato non pagasse più la pensione, se ognuno se ne costruisse una per conto suo, lo Stato non sarebbe soggetto a pagare pensioni perché ognuno, col capitale che avrebbe raccolto in quarant’anni di lavoro, potrebbe pensare singolarmente al suo sostentamento.
Tucciariello - Questo è vero. Comunque in questo caso lo Stato non incasserebbe più un solo Euro, riferito alla sua pensione, prelevato dalle retribuzioni di ogni singolo contribuente. Ma un pensionato che è riuscito a mettere da parte 5 mila euro all’anno (circa 400 euro al mese) in quarant’anni di lavoro, con gli interessi avrebbe un capitale minimo minimo raddoppiato se non triplicato, cioè si troverebbe con 600 mila euro a meno di settant’anni. Lo Stato non ci avrebbe rimesso nulla!
Lettore - Anche questo è vero, ma io obietto: ma quei 600 mila euro, non potrebbero servire ai figli, che potrebbero avviare un’attività economica importante, o farsi una casa, viaggiare in Italia o all’estero, vedere, conoscere, magari cercare fortuna altrove?
Tucciariello - Amico, ti rispondo, ma tu che vuoi, prendere possesso di ciò che non è tuo, non ancora tuo, sopprimendo chi naturalmente ha diritto al possesso del bene? Hai tu il diritto di uccidere per averne un bene immeritatamente? L’utile non è un bene in assoluto. E’ un bene se è compenso di un’azione, un’attività, una prestazione. Utilità e moralità sono una carta di identità, una e una sola. Non è morale uccidere una persona anche se l’atto ti procuri vantaggi. Qualora estendessi la soppressione di una persona per trarne benefici – diretti o indiretti – prima o poi la prossima vittima potresti essere tu. Già, amico, la prossima volta potrebbe toccare proprio a te. Perciò non essere stupido e ragiona. Sofferenza, dolore, morte o felicità, salute, vita sono percorsi che si intrecciano e si confondono o possono anche escludersi (cessa la vita se viene la morte), ma sono solo fasi alterne della vita di una persona umana. Perciò, dai valore alla tua umanità, proteggila, sostienila. Ha ragione il prof. Precht: zia Berta dovrà restare in vita. E’ un suo diritto.     

Abbiamo il diritto di mangiare gli animali?
Noi mangiamo carne e pesce di esseri che riteniamo a noi inferiori. E se altri esseri, superiori a noi, mangiassero le nostre carni? E’ vero, noi abbiamo coscienza di ciò che facciamo, non altrettanto animali e pesci. Almeno così ci viene detto. Ma nuovi studi, nuove ricerche, non lo escludono. L’indagine medico-scientifica non è ancora in grado di certificare la presenza di autocoscienza in animali e pesci. La loro vita intima, per ora, è ancora questione piuttosto sconosciuta, non abbiamo certezza di un sentimento dell’io, molto forte nella specie umana, come dell’io corporeo, come dell’io prospettico. Nell’uomo c’è consapevolezza di essere nel tempo-spazio. Ogni brandello di materia contiene i mattoni dell’universo, le sue leggi fondamentali, la gravitazione per esempio. Non abbiamo certezze che situazioni emotive sviluppate siano presenti negli animali. Tuttavia ogni tanto qualcuno racconta di storie strane. Un amico di famiglia racconta di una cavalla Pony che, quando le è stata sottratta la figlia di appena quattro mesi, non ha più mangiato e si è lasciata morire. Anch’io sono personalmente testimone di un caso analogo.  Era una stupenda cavalla ancora molto giovane, non ha più toccato cibo. E’ vero, la risonanza magnetica non ci conferma la possibilità di una autocoscienza animale. Ma non ce la può escludere. Gli elefantini rimasti senza madre diventano tristi, spaesati, pur allevati dal gruppo si mostrano impazienti, evidentemente rivogliono la mamma naturale. Questo dimostrerebbe che alcuni vertebrati hanno un’autocoscienza in forma assai ridotta. Allora diciamo, in attesa di ulteriori conferme accertate: non ci rimane che l’intuizione. Dovremo per ora cercare di intuire lo stato degli animali quando li macelliamo, dobbiamo entrare in rapporto con essi. Vi è una riflessione razionale da affrontare, vi è un problema di istinto di fronte all’argomento, ci vogliono nuove sensibilità. La questione è lo stato emotivo di una società che si pone domande. La morale di un popolo non dipende da una definizione astratta della natura umana. La morale dipende dallo stato emotivo di una società. Cioè dipende dalle riflessioni che si fanno intorno alla natura vivente, perfino le piante non escluse. E’ come se noi, spingendo la ragione ancora più oltre, volessimo domandarci se anche le piante soffrissero e ne avessero coscienza di un loro stato. Sono concetti problematici di difficile soluzione, per ora. Ma l’indagine razionale, filosofica e sperimentale, va avanti.

Come dobbiamo comportarci con le scimmie antropomorfe?
Il prof. Precht parla di tre diritti fondamentali dell’uomo che potrebbero estendersi anche alle scimmie antropomorfe: diritto intoccabile alla vita, diritto all’incolumità fisica, diritto al libero dispiegamento della propria personalità. Le scimmie antropomorfe sono animali che hanno la stessa forma fisica dell’uomo. E a quanto pare l’intelligenza è di poco inferiore a quella dell’uomo. Scimpanzé, bonobo, gorilla, orangutan potrebbero ottenere, di qui a non molto, gli stessi diritti dell’uomo, poiché avrebbero una vita sociale ed emotiva simile alla nostra. Tra noi e loro la differenza genetica è minima: “il 98,4 per cento del DNA umano è uguale a quello degli scimpanzé” – scrive il prof. Precht in “Ma io chi sono?”. Di qui la necessità di inserire quella specie animale in un corso nuovo, un nuovo linguaggio che dovremo ancora scoprire e fare nostro, il nostro approccio col mondo animale in genere dovrà essere riconsiderato. Dovremo trattare alcune specie allo stesso modo degli umani tanto risultano affini le caratteristiche genetiche. E si sta scoprendo che inserendo quegli animali in un nuovo sistema sociale (allontanandoli si capisce dal loro mondo ed ambiente naturale), in presenza di un’adeguata istruzione, le prestazioni culturali aumentano notevolmente. Isolati quegli animali in laboratorio, i risultati sono sconcertanti. Certo portarli a dimensione umana sarebbe un bel rompicapo. E’ vero che mostrano di avere autocoscienza, intelligenza ed altre forme complesse di comunicazione e di organizzazione sociale. Ma abilità linguistiche, di fare calcoli, di organizzarsi non presuppone conseguenzialmente che potranno integrarsi nella comunità morale umana. E’ terribile perfino pensarci. Però, è chiaro, a questo punto, che non bisognerà trattarli nella stessa categoria umana e morale, ma è altrettanto certo che gli animali devono essere considerati in maniera diversa. Dovremo cominciare a considerarli almeno diversamente. E sicuramente avremo bisogno di tempo, un tempo per la nostra educazione al bene animale. E forse non dovremo più chiamarli animali ma trovarne un nome più affine alle caratteristiche di un mondo più strettamente vicino al nostro. Addio fettine ed arrosti? Nei vegetali e nei legumi c’è tutto ciò che ci occorre. E per ora questo è un dato certo.  

Perché dobbiamo proteggere la natura

Proteggere la natura è come proteggere noi stessi. Eliminare qualcosa dalla natura è come eliminare qualcosa di nostro che ci appartiene, un pezzo di pelle, un’unghia, perfino un dito, una menomazione, qualcosa in meno. L’uomo si è impadronito del Pianeta e lo domina, distrugge. Specie vegetali che hanno un loro ruolo e specie animali che hanno esse pure un ruolo, oltre ad insetti e microrganismi che scompaiono sono problemi vitali per la vita dell’uomo che invece contamina i mari, intossica l’aria, saccheggia le risorse, vinto da una élite di magnati che hanno praticamente preso in consegna la risorsa-ambiente e la utilizza per scopi molto spesso immorali. C’è troppa economia in giro senz’etica, e non c’è controllo. Balene che scompaiono, tigri ridotte a poche migliaia di esemplari, elefanti uccisi per ricavare avorio dai denti, foreste che si riducono, il Pianeta che si riscalda, falde acquifere inquinate, piogge acide, aria insalubre. Il destino dell’uomo è segnato: per quanto tempo ancora potrà resistere? Eppure, la Convenzione Cites di Washington del 1973 conteneva normative sul commercio internazionale delle specie di fauna e di flora minacciate di estinzione. Alcuni dati. Ogni anno il 5 per cento del suolo è devastato da incendi spesso dolosi, appena il 6 per cento del Pianeta è coperto da foreste tropicali. Se si continua a tagliare con questa frequenza nel 2045 non avremo più alberi, altre specie saranno estinte, la Terra si riscalderà ulteriormente, con buona pace di ciascuno di noi che insegue ricchezze, benessere immediato, consuma risorse, non risparmia e poco crea in termini ambientali. Si ha come l’impressione che negli ultimi decenni la crisi economica abbia messo in soffitta sensibilità ambientali ed etica nei comportamenti umani. Siamo tutti troppo presi dalla crisi finanziaria o da investimenti importanti e non c’è più tempo per riflettere sui nostri destini umani di qui ai prossimi decenni. L’etica dell’ambiente è carente negli studi. C’è rassegnazione. Troppa politica, troppa partigianeria in Italia e altrove, poca riflessione sull’ambiente. E invece l’ambiente dovrebbe essere volano di sviluppo. Investire nei boschi è più conveniente. Smettere di regalare risorse economiche alle persone e favorire invece, con quelle, investimenti sulle cose significa produrre beni e servizi che poi tornerebbero a tutto vantaggio delle persone. Invertire la rotta. Una rivoluzione. E’ spostare il punto di vista. Non abbiamo scelte, mi pare. E forse siamo ancora in tempo. Ma non accadrà assolutamente nulla di tutto questo. Chi guida la politica e l’economia purtroppo non è lo statista capace di guardare lontano, oltre il proprio naso. E’ solo un politico, anzi politicante. E l’imprenditore spessissimo non si fa scrupoli, non c’è controllo sociale efficace da questo punto di vista. Proteggere la natura, difenderla, alimentarla, utilizzarla per ricavarne reddito e ricchezza senza comprometterla è imperativo categorico, senza se e senza ma. Lo studio di questo straordinario testo di Richard David Precht ci indirizza a modificare atteggiamenti e comportamenti di vita e di relazione.

                                                                                                   Pasquale Tucciariello

 

 

30/01/2017


CARI GIOVANI, SCRIVO A VOI...


di Antonia Flaminia Chiari

Carissimi giovani,
mi rivolgo a voi perché mi state a cuore. E pensando a voi, la prima parola che mi viene in mente è “futuro”. Dire giovani è dire futuro. A me piace pensare che il futuro dei giovani è il presente e che il futuro lo state decidendo ora. Esso non sarà molto diverso da come state realizzando il vostro presente. Il futuro vero non è quello che sta ad aspettare lasciando passare il tempo, ma quello che si anticipa fin d’ora attivamente. Il futuro viene incontro nel presente a chi lo prepara con laboriosità ed impegno.
Perciò voglio condividere con voi alcune mie considerazioni di carattere etico-politico. E vi prego di essere pazienti.
Pongo una domanda a me stessa e a voi: è possibile parlare ancora oggi di “bene comune” come principio ispirativo fondamentale dell’agire politico?
Se si guarda agli scenari e ai protagonisti della politica italiana  degli ultimi tempi, si è tentati di dire di no. La gente comune sente distante il dibattito politico, non concentrato sui problemi reali delle famiglie.
C’è chi – per sostenere l’inattualità del tema “bene comune” – invoca la società “liquida” postmoderna, dove tutti hanno un proprio modo di comprendere il bene, spesso in antitesi con altre visioni: è questo che renderebbe impossibile individuare mete condivise, per cui ci si potrebbe accontentare di regole minime che garantiscano la reciproca tolleranza, rinunciando ad ogni interesse per il “bene comune”. C’è chi, constatando la sproporzione fra le energie spese a proporre e sostenere leggi che riguardano pochi e quelle destinate ai problemi che riguardano tutti, conclude che siamo ormai nel tempo in cui la legge del più forte ha soppiantato la forza della legge, lasciando libero il campo al potente di turno perché tuteli e promuova i propri interessi, anche a scapito di quelli dei più.
Alcuni comportamenti di uomini politici, poi, segnati da una impressionante decadenza etica, confermano la lontananza vistosa tra agire politico e tensione morale. Il bene comune appare disatteso, irrilevante: ne deriva una diffusa sensazione di disgusto verso gli scenari della politica, che in alcuni diventa tentazione di disimpegno e di qualunquismo, in altri persino di rivolta.
Che me ne importa della politica?! E’ una frase ricorrente, un atteggiamento diffuso. Che mi fa venire in mente la storiella di due emigranti contadini che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno dei due dormiva nella stiva. L’altro, che stava sul ponte, si accorgeva che c’era una forte burrasca con onde altissime che colpivano l’imbarcazione. Il povero contadino, impaurito, chiede al marinaio: “ma siamo in affonda”. Il poveretto corre nella stiva ad allarmare il compagno: “Beppe, Beppe! Svegliati! Se continua questo mare il bastimento affonda”. E quello: “Che me ne importa…non è mica mio!”. Questo sta a dire l’indifferentismo alla politica di chi non possiede coscienza civica e non si rende conto di essere parte di un tutto, e non da solo il tutto.
Una considerazione fatta molti anni fa da Corrado Alvaro può essere utile per reagire ad un simile quadro:

La tentazione più sottile che possa impadronirsi di una società è quella di pensare che vivere rettamente sia inutile.

Per ritrovare il senso e la passione del “vivere rettamente” è necessario tornare alla forza critica del bene comune come

L’insieme di quelle condizioni di vita sociale che permettono, sia alle collettività che ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente (Gaudium et Spes, n.26).

Il servizio del bene comune implica dunque la responsabilità e l’impegno per la realizzazione piena di tutti e di ciascuno come condizione fondamentale dell’agire politico. Questo è possibile solo se il bene comune non è la semplice risultante della spartizione dei beni disponibili, ma una meta che trascende ciascuno con la sua esigenza morale e proprio così ci accomuna.
Sarebbe però sbagliata l’idea che il bene comune sia definito nella sua forma concreta una volta per tutte, senza discernere il senso che esso assume nella complessità delle situazioni storiche.

La costruzione di un giusto ordinamento sociale e statale è un compito fondamentale che ogni generazione deve nuovamente affrontare (Benedetto XVI, Deus Caritas est, n.28).

L’impegno per il bene comune è dunque uno stile di vita, un agire caratterizzato da alcune scelte di fondo, da richiedere a chi sia impegnato o voglia impegnarsi in politica. Ne individuo alcune: va rifiutata la logica della maschera, che coniughi vizi privati e pubbliche virtù. Questo comporta il riconoscimento del primato della coscienza nell’agire politico e il diritto all’obiezione di coscienza su questioni eticamente rilevanti; il politico deve essere vicino alla gente, ascoltarne i problemi, farsi voce delle istanze di giustizia di chi non ha voce e sostenerle; corresponsabilità dialogo e partecipazione vanno anteposti a contrapposizioni preconcette o a logiche ispirate ad interessi personali o di gruppo; ogni scelta politica va misurata nella sua valenza e sul ruolo educativo al servizio di tutti, e perseguita con perseveranza e rigore; gli avversari politici vanno considerati come garanzia del confronto critico in vista del discernimento delle vie migliori per giungere alla realizzazione della dignità personale di ciascuno.
Sulla qualità etica di chi si mette in politica non c’è legge che tenga: come dimostrano i tanti scandali di volta in volta emergenti, e l’attuale impianto legislativo ed istituzionale che non riesce a garantire i cittadini da illeciti perpetrati dietro la facciata del più indisponente perbenismo. L’accumulo di incarichi super-retribuiti, con evidente impossibilità di ottemperare ai doveri imposti da ciascuno di essi, è scandalo continuo che chiede urgente riordino. Se però continuerà a non esserci una forte e convinta tensione morale, nutrita di responsabilità e di coscienza educata al sacrificio; se non si ritornerà a concepire la politica come forma alta di carità e della vita vissuta come servizio, a poco varranno riforme strutturali o nuovi meccanismi elettorali.
Perdonate, cari ragazzi, se approfitto del vostro tempo e confido a voi un’altra mia riflessione. Se me lo consentite, vi parlo come una madre ai propri figli.
La vita di un uomo si misura su tre ordini di cose: il vero, il bene, il bello. Così affermava Romano Guardini quando, il 4 novembre 1945, introduceva a Tubinga la commemorazione dei martiri della “Rosa Bianca”, gli studenti universitari fucilati su ordine del Tribunale del Reich per aver diffuso volantini in cui denunciavano con verità e coraggio la follia della guerra e le menzogne di Hitler.
La scena politica del nostro Paese – l’abbiamo detto – risulta  convulsa tanto sul piano interno quanto su quello delle relazioni internazionali.
Alla verità si corrisponde, si obbedisce: non ci si serve di essa, è la verità che va servita. Possiamo dire che quanti oggi ci governano siano testimoni della verità? Non il calcolo utilitaristico, non la ricerca dell’immagine, non il chiasso delle apparenze, ma la verità deve essere l’ispirazione profonda di chi intende servire il bene comune, e non servirsene. Inseparabile dal vero, il bene ne è il volto operativo, l’irradiazione pratica. Di quanti politici è possibile pensare che siano come un albero buono, che produce i suoi frutti nella fedeltà, perché sceglie di fare il bene testimoniando di preferire la forza della benevolenza ad ogni logica di affermazione di sé? Infine il bello non è il bello esteriore, ma quello profondo, vissuto nel segno dell’amore e del dono. Lo specifico di un politico cristiano è credere nel Dio crocifisso, con quella fede che è anticipo di eternità. In quanti dei nostri politici “cristiani” traspare questa bellezza, quest’amore? Dov’è lo sguardo sereno, privo di ostentazione, di un Alcide De Gasperi? Chi dei protagonisti dell’attuale scena politica passerà al vaglio del triplice criterio del vero del bene del bello, per misurare il valore di una politica e di una esistenza vissuta?
Lascio a ciascuno di voi di rispondere a queste domande, se vorrà farlo. A me basta averle sollevate, per rispetto di tutti, guardando ad un “bene comune” profondamente ferito.
Vi ringrazio e domani…chissà…magari vi scriverò ancora.

                                                                                                   Nina Chiari

 

 

19/01/2017


SENTIERI DEL JAZZ, PAROLE DI JAZZ
CON AMEDEO ARIANO


Intervista a cura di Angela De Nicola

Che bella esperienza è stata poter intervistare Amedeo Ariano. Stiamo parlando di uno fra i più grandi batteristi del panorama jazzistico italiano che in questi giorni onora il sito del Centro Studi Leone XIII) della sua presenza. Una lunga chiacchierata telefonica mi ha rivelato (ma credo rivelerà un po’ a tutti i lettori del blog) le caratteristiche di una forte personalità musicale ma anche la simpatia e la disponibilità di un artista che di tutto il suo talento lascia trasparire anzitutto un macroelemento: l’umiltà. Umiltà che è poi sfumatura proporzionalmente evidente nella misura in cui si evincono in maniera innegabile doti udibili non solo nell’ambito dei concerti di cui egli è protagonista (e a questo punto riconoscerlo e definirlo solo ed esclusivamente come “il batterista di Sergio Cammariere” con cui collabora felicemente e stabilmente da ben diciotto anni, sarebbe un grosso limite e rivelerebbe un senso critico piuttosto miope all’interno della critica musicale) ma che si rivela altresì nei numerosi lavori discografici di cui egli è stato coautore o trainante “music maker” se così si può dire. Nei tratti salienti del suo immenso curriculum artistico che ho potuto gentilmente visionare, che inizia all’età di quattordici anni in quel di Salerno (sua città natale) e di cui mi è risultato sinceramente difficile ottenere un sunto preciso ed obbiettivo tanta è l’esperienza di vita accumulata in esso, televisione e radiofonia locale spiccano come primi eventi... Continua...

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07/01/2017


Lettera aperta ai miei ex alunni, già quasi tutti laureati o laureandi


di Pasquale Tucciariello

   Ciao ragazzi, alcuni di voi mi hanno chiesto un parere sulla situazione politica oggi, festività natalizie 2016/2017. Ma specificatamente sul “grillismo” e sul “Movimento 5 stelle”. Vi accontento. Ma sappiate che io continuo a rimanere democristiano. E’ fondamentale dirvi chi sono e come sono, dirvi l’origine del mio pensiero e dirvi che esso deriva dalla mia visione del mondo e della vita. E dirvi che io continuo a rimanere cristiano e cattolico e che continuo a muovermi entro questo solco tracciato da alcuni altri prima di me che hanno segnato il mio pensiero e la mia vita.
     Certo che i tempi sono cambiati, com’ero io a 25 anni e come siete voi oggi nella vostra età dopo oltre 40 anni di cambiamenti sempre più veloci. I tempi cambiano sempre, il tempo cammina. Platone riteneva il tempo “immagine mobile dell’eternità”, come dire che nel concetto di tempo coesistono due tendenze, c’è qualcosa che si muove e c’è qualcosa che non si muove, quasi invitando a vedere nella storia le dinamiche di senso dell’esistenza attraverso la possibilità di coesistenza di due mondi, uno di qua quello sensibile e uno di là quello eterno, ciascuno con un ruolo praticamente definito, chi tende verso una meta perché sente di essere imperfetto e chi attira verso le sue forme perché è consapevole che lì tutto viene compiuto e portato a sintesi. . Continua...

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29/12/2016


Miele, che passione


di Oscar Lucio Gruosso

Il Vulture-melfese è un’area in cui la vegetazione, spontanea e coltivata, è molto varia e in tutto l’anno offre un ricco bottino per le api. Nella nostra zona operano ormai da anni diverse aziende produttrici di miele e molti sono i nostri conterranei che si cimentano nella produzione di miele self-made.
L’apicoltura ha origini molto antiche, veniva infatti praticata certamente già ai tempi degli egizi anche se non siamo in grado di dire quando l’uomo ha smesso di “rubare” il miele dagli alveari selvatici e sia stato in grado di allevare le api. Quello delle api non è un allevamento sensu strictu, l’intervento umano è limitato rispetto a quanto deve fare in altri allevamenti animali. L’apicoltore provvede a fornire delle arnie alla colonia che così non deve costruirsi un alveare naturale; un insieme di arnie è detto apiario. All’interno delle arnie l’apicoltore pone dei telai sui quali le api costruiranno i favi costituiti da tante cellette all’interno delle quali viene stoccato il miele sigillato (termine tecnico “opercolato”) con un tappo di cera.
Dall’allevamento delle api si ricava miele, pappa reale, cera e veleno (utilizzato  in medicina per la cura di reumatismi e dolori articolari grazie alle sue proprietà antinfiammatorie e anticoagulanti;  si usa anche per desensibilizzare le persone allergiche alle punture di insetto)... Continua...

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05/12/2016


Il tempo infinito della poesia
L'OPERA POETICA di CIRO VITIELLO


di Carmen De Stasio


(…) Mentre
l’albume d’aria cola, diròttati, tienimi la mano – ricòrdati

siamo tronchi di ciliegio, e copie d’api: (…)

Un tempo emblematico assottiglia il confine tra le arti e la società contemporanea; esonda verso una nuova strutturazione di saperi, di albe e tramonti che avvengono nel poeta, surclassando e ottenebrando le albe e i tramonti di un giorno regolare. E nell’irregolarità si specchia la stupefacente innovazione della poesia di Ciro Vitiello: squassamento iperbolico e ossessivo alle contumacie di un periodare che sovente perde lustro in una strettoia nella quale si frange l’esistenza.

Perduta la sollecitazione all’eventualità di un sogno, l’arte creativa di Ciro Vitiello assume i contorni e la contenutistica di un incessante confronto e perdura anche oltre il tempo quantificabile. Ciro Vitiello ha lasciato il mondo delle cose concrete, ma concreta resta la sua poetica, che ancor oggi (a distanza di un anno circa dalla sua dipartita) ne contempla la figura consolidata nell’Olimpo della grande poesia contemporanea e oltre; s’inerpica lungo i muri di una realtà distribuita su piani intersecanti; ringiovanisce amara nelle crepe lasciate dal tremendo rumore provocato dal risveglio e si lascia calamitare verso l’unicità della sembianza per essere indagine e ricerca.


Ciro Vitiello, Jole (Corporazioni, 1975) in «L’Opera Poetica» (Vol. I), Guida Ed., Napoli, 2012, p. 9

 

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21/11/2016


LE GRIDA E IL SILENZIO DELLE DONNE


di Antonia Flaminia Chiari
, bioeticista


Non vi è alcun dubbio che la violenza riguardi un gran numero di donne: botte, stupri, omicidi, sopraffazione psicologica, ricatto economico, discriminazione di genere.
Una per tutte, vorrei concentrare l’attenzione su Carmen, protagonista dell’omonima opera, prima eroina ad essere assassinata sulla scena, dando forma ai concetti di razza, di classe sociale e di gender nel XIX secolo. Al centro della vicenda c’è la battaglia tra i sessi, ove la donna è immediatamente individuata come il nemico. Il campo di battaglia è il corpo della donna, la cui sessualità costituisce l’unica caratteristica. Uccidere questa donna è un atto disperato, necessario per ristabilire ordine e controllo, cosicché l’uccisore venga compatito, la donna biasimata
Sono passati più di 140 anni dal debutto della “Carmen”di Bizet, eppure nulla sembra cambiato se tutto resta ancora legato alla corporeità; laddove la violenza si annida nelle relazioni, nell’idea di possesso degli uomini e nella loro incapacità di gestire abbandoni e sconfitte.
L’etica si interroga non per giustificare ma per capire. E poi ci sollecita ad educare.
Noi tutti, giornalisti e cronisti, lettori e ascoltatori, educatori e formatori, evitiamo di riferirci alle donne come soggetti deboli e agli uomini come soggetti violenti. Insistere su deboli e violenti in una società che ancora cresce le bambine come docili e gentili e i bambini come forti e aggressivi conferma uno dei pregiudizi che è alla base della non-parità e alla radice della violenza. I media dovrebbero evitare di titolare fatti di cronaca con “raptus di gelosia”, “omicidio passionale” o peggio “l’ha uccisa perché l’amava moltissimo”: frasi fatte e rifatte da una cultura che pesa sulla libertà delle donne e degli uomini. Queste storie vanno raccontate, sì, ma con parole nuove, ripetendo fino alla nausea che il possesso non è amore. Vengono altresì imposti volti, corpi, sorrisi di donne uccise o ferite, e noi commentiamo chiamandole per nome: Angela, Maria, Roberta e così via. Ma dove sono gli uomini che commettono questi reati? Sono solo ombre, e le ombre restano indecifrabili, invisibili. Come il male. Indecifrabile. Invisibile.
Dobbiamo proporre modelli postivi di storie di donne che si sono chiusa la porta alle spalle e sono state sostenute nel nuovo cammino dalle forze dell’ordine, dalla magistratura, dalle comunità di accoglienza; per diffondere la consapevolezza che una donna uccisa non è una donna sbagliata. Dobbiamo proporre racconti di donne reali: quelle che fondano una impresa e vi lavorano; quelle che avanzano nella ricerca e nelle istituzioni; quelle che hanno cura della famiglia e dei figli per scelta e non per obbligo; quelle che cambiano rotta senza temere le conseguenze. Donne che crescono in consapevolezza e libertà accanto agli uomini, sostenendo la diversità come fattore positivo di cambiamento.
Raccontiamo che la violenza è fragilità; che la prova di forza più grande è il rispetto della libertà degli altri, il rispetto per il cambiamento di ruolo e di pensiero di cui le donne sono protagoniste.
In quanto bioeticista, non posso tacere una ulteriore forma di violenza sulle donne: l’utero in affitto, o maternità surrogata o assistita. Si tratta di compravendita di esseri umani e della schiavizzazione del ruolo della donna in termini di maternità. Assistiamo alla mercificazione non solo del corpo, ma dell’umano – che ne esce offeso, umiliato, svilito e mortificato – ai danni della vita – che acquista un prezzo ma perde la dignità. Il mercato irrompe nella relazione madre-figlio, che è fondamento di civiltà e di umanità. E lo fa con un contratto, trasformando la riproduzione in produzione. Dando concretezza al sogno maschile originario : appropriarsi della potenza materna.

Gridate, donne, fate sentire al mondo intero le vostre grida, perché il silenzio uccide la dignità.
L’auspicio è che ogni donna possa vivere un sogno d’amore, ma con dignità e consapevolezza, con intelligenza e responsabilità, e quindi nella libertà. Accanto ad un uomo che le dica non TI AMO DA MORIRE, ma TI AMO DA VIVERE!

                                                                                             Nina Chiari
                                                                                Presidente Provinciale UCIIM