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26/11/2023

IL SILENZIO E LE GRIDA DELLE DONNE
di Antonia Flaminia Chiari

 

Se pensiamo alla violenza maschile sulle donne, la prima parola che ci viene in mente è “femminicidio”; sono infatti questi fatti di cronaca e di sangue che richiamano l’attenzione della stampa su un fenomeno complesso come la violenza di genere nelle relazioni di intimità.

Quello che nessuno dice è che la violenza sulle donne è un fatto quotidiano, comune, di massa. Nessun giornale parla di questa violenza continuata, atroce, muta, ricattatoria, sottile, abituale, che viene compiuta sul corpo e sull’anima delle donne. Una violenza che si consuma nelle famiglie, nei luoghi pubblici, nelle camere da letto, nei giardini pubblici. La violenza sulla donna è un esercizio quotidiano, antico e abituale, che non suscita più stupore.

Il lessico utilizzato per descrivere episodi di femminicidio è crudo e raccapricciante; si leggono termini quali sgozzare, massacrare, terrore, dramma, ecc. La storia di cronaca la leggono tutti, convincendosi che la causa prima della morte violenta delle donne sia di volta in volta l’amore di uomini malati oppure la malattia di uomini innamorati. L’affiorare nella stampa di episodi violenti, isolati e ricorrenti, sembra lasciare in ombra la continuità delle forme quotidiane della violenza maschile sulle donne; i media ricorrono spesso alla dimensione dello scandalo e della indignazione, col rischio di produrre un rumore generale intorno al fenomeno.

Molta letteratura svela interpretazioni attribuibili a tutto ciò che appare ordinario e personale nella vita di donne e uomini; esse invitano ad osservare a fondo fatti apparentemente privati e individuali, come la violenza sulle donne, per coglierne l’essenza drammaticamente ordinaria e comune; e a farci carico delle responsabilità di portare alla luce violenze consumate fra le mura domestiche e di ascoltare le grida che agitano l’onda del silenzio.

In un quadro familiare apparentemente gioioso e sereno, appare all’improvviso un punto interrogativo seguito da una riga vuota. E’ il silenzio-assenso nei confronti di una violenza ripetuta in quella casa; è il silenzio assordante di chi vede ma continua a non voler raccontare. E’ questo il tema della deresponsabilizzazione sociale. Vedere la vittima di violenza come un mero nome o una storia che si legge sui giornali, significa condannarla all’anonimato, all’isolamento e all’assenza di legami affettivi, quindi all’alienazione e alla stigmatizzazione. Le quotidiane azioni di donne e uomini anonimi, gli oggetti comuni, i volti conosciuti, i luoghi convenzionali di una casa o di una città, i lessici familiari, tutto si ripete e si intreccia, stratificando diverse sfumature di significato. L’effetto di questa stratificazione stravolge il senso comune, e la violenza diventa drammaticamente comune e ordinaria, come i luoghi in cui si consuma.

In questo contesto, l’atto violento di un uomo su una donna è condannato al silenzio e all’indifferenza, a protezione dello status quo. Le donne sono uccise dagli uomini e dal silenzio; uccise da una giustizia tanto assurda quanto ingiusta, fortificata dal silenzio della rassegnazione che accetta la stessa ingiustizia; il silenzio della paura che diventa la forza del prepotente. Donne uccise una dieci ceto mille volte da chiunque si sia reso complice con il silenzio.
Si odono solo le grida di dolore. Alla fine la quiete apparente viene sconvolta, le voci delle donne si liberano, e siamo obbligati a sentire le loro grida.

In realtà tutto ciò che di banale una donna può fare, se lo scorriamo in un elenco, sposta piano piano l’attenzione verso quelle donne che sono escluse da tale banale quotidianità, e di conseguenza connota come un privilegio tutt’altro che ordinario il contemplare un albero in fiore, il dormire in tranquillità o lo scrivere una poesia. Da qui il senso di una esistenza femminile ordinaria ma anche rara ed eccezionale, e di una esperienza individuale che si riscatta dall’anonimato proiettandosi verso una dimensione collettiva. Lo sguardo si allarga dalle donne che vivono al sicuro, lavorano, amano e si amano, alle zone d’ombra in cui a troppe donne queste banalità della vita non sono concesse.

Aldilà delle circostanze contingenti, dei pretesti che scatenano l’efferatezza, c’è una questione ben più complessa: una cultura iperindividualista, dove è buono e vero solo ciò che mi fa stare bene, dove libertà è uguale a scelta, e dunque vale solo ciò che si sceglie; dove l’altro non è davvero altro, ma una mia estensione, un mio possesso; dove l’autoreferenzialità è così alta da far dimenticare che il movimento dell’amore è un movimento fuori da sé. E’ paradossale: volendo il bene dell’altro, alla fine facciamo anche il nostro; mentre, ossessionati dal nostro bene, distruggiamo noi stessi e chi ci sta vicino.

La violenza sulle donne è una devastante intollerabile piaga, che mina la salute e la personalità delle donne, ne lede le libertà personali, influenza la sicurezza collettiva, condiziona la crescita del capitale umano e del sistema economico e sociale nel suo complesso sul mero orizzonte personale.
Nonostante gli episodi di violenza si realizzino in una dimensione privata, è necessario considerare che le conseguenze negative che ne derivano producono effetti nella sfera sociale, compromettendo le capacità relazionali.

In un’epoca come la nostra, che è l’epoca del riconoscimento dei diritti, dove la distanza paritetica per certi versi accorcia sul piano identitario la distanza tra i sessi, l’orrore del contatto tende a farsi più feroce, si mostra con frequenza preoccupante, assumendo forme di inaudita violenza, dalla vessazione domestica all’aggressione fisica del partner femminile. C’è un principio particolarmente difficile da sostenere, in particolare per l’uomo fin da bambino: la libertà dell’altro, più precisamente l’insostenibile libertà dell’essere, quella della madre prima, della propria partner poi.
E’ di rugiada, è un mondo di rugiada eppure…eppure l’importante non è colmare, ma prendersi cura della fragilità dell’altro.

Niente sembra cambiato, e tutto si ripete, silenziosamente. Un boschetto che è stato teatro di un primo abbraccio, un campo che ha visto il bacio di due amanti, sono lo stesso boschetto e lo stesso campo percorsi da branchi di donne portate al macello come animali. Siamo noi donne comuni in una vita ordinaria il controcanto delle violenze subite da quelle donne alle quali tale quotidianità è negata.
Gli occhi delle donne che subiscono violenza ci interpellano. E gli occhi che si chiudono al momento della morte si contrappongono agli occhi chiusi di noi che dormiamo, senza che la fine violenta della vita di una donna disturbi realmente il sonno di un’altra.

Le donne ordinarie rompano il silenzio, si oppongano all’indifferenza e alle false sicurezze con spirito critico e aperto, ed aspirino a gettare luce sulle violenze subite da altre donne, anche attraverso il pieno apprezzamento ed il consapevole riconoscimento di esperienze ordinarie e privilegiate al tempo stesso, come poter contemplare il sorriso di chi si ama.

L’unica definizione possibile delle donne è che non hanno definizione. Ogni donna è un unicum. <<Sostanza dei giorni miei>>, recita una canzone di Jovanotti. Quello della donna è il dono della sostanza, che arriva all’uomo con l’accettazione del rischio implicito dell’amore. E questo è quello che l’uomo non sa di lei.

                                                                                            Antonia Flaminia Chiari
                                                                                            Centro Studi Leone XIII

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