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Personaggi

La fondatrice, nel lontano 1927, della Casa di Riposo”Virgo Carmeli” di Rionero.

MARIA LUIGI TANCREDI
LA MAMMA DEI VECCHIETTI


di Michele Traficante

" Fiorì una rosa ieri dentro l'orto / l'ho staccata per te e te la porto. / Iddio l'ha fatta per i miei vecchietti / abbandonati, tristi e poveretti. / E' profumata come un incensiero, / così profumi sempre il tuo pensiero. / E' nata bella come in primavera / per far contenti i vecchi innanzi sera. / Prendi la rosa o caro, e fa del bene / ai poverelli miei che stanno in pena. ".

Offrendo i fiori e recitando questa poesia Maria Luigi Tancredi, porgeva gli auguri ai tanti benefattori della sua Casa di Riposo. Lo ha fatto per oltre trent'anni assicurando il necessario ai suoi vecchietti che, diversamente, sarebbero morti di fame, sudici e abbandonati.

La si vedeva in giro per il paese, frettolosa sempre, sostare qua e là, in qualche casa, più spesso in qualche tugurio ove un vecchio o ammalato l'attendeva ansioso. Quivi apriva il suo involto che conteneva bende, cotone, biancheria di ricambio, qualche capo di vestiario e si adoperava nella paziente, disinteressata e delicata cura del povero vecchio o infermo cui mancava ogni assistenza. Questo il ricordo, rimasto indelebile nella mente di tanti rioneresi, di Maria Luigi Tancredi, fondatrice dell'Ospizio di mendicità, oggi accogliente casa di Riposo "Virgo Carmeli". Un'esistenza dedicata all'amorevole assistenza dei poveri vecchi e ammalati soli ed abbandonati.

Maria Luigia Tancredi nacque a Ripacandida il 5 luglio 1874 da Michele e da Maria Giuseppa Rienzi. All'età di tre anni rimase orfana di padre. Ad otto anni entrò nell'Orfanotrofio "Sellitti e Bovio" di Melfi per interessamento dell'arciprete don Luigi Rienzi, fratello del nonno. Intelligente, vivace, pia, ubbidiva alle suore. Amava quella vita fatta di lavoro e di forte spiritualità.

All'età di 19 anni passò a Rionero, ove visse con la madre e il patrigno Francesco Cassese, lavorando di ricamo e facendo la maestra d'asilo in privato. I parenti di Ripacandida le consigliarono di sposare un tale Donato Antonio Santomauro del luogo. Il matrimonio, però, non fu fortunato e gli stessi parenti, dolenti, la volevano indurre all'annullamento di esso, che avrebbe potuto facilmente ottenere. Ella però si oppose, decisamente, perché ciò non le sembrava lecito per una giovane che era stata educata nel monastero. E pazientò per 18 mesi, fino alla morte del marito.

Rimasta vedova, nel 1896, ritornò a Rionero dalla madre. Nel 1898 passò a seconde nozze con Paolo Martiello, mediatore di vini, che - come lei soleva ripetere "le volle molto bene e la fece vivere con ogni servitù". Da questo matrimonio ebbe sei figli cui non fece mai mancare le cure e l'affetto di madre premurosa. Ma il suo animo ed il suo pensiero erano per la chiesa. Era fervente praticante (riceveva la comunione ogni giorno) e si dedicava all'assistenza dei poveri abbandonati. Nel 1919 diede vita ad un'associazione pro Anime del Purgatorio, alla quale ogni famiglia aderì con l'offerta annuale di poche lire, con cui iscriveva i propri morti per far loro beneficiare del suffragio di una Santa Messa il primo lunedì del mese e di preghiere giornaliere.

Nel 1927 raccolse i primi vecchietti in un caseggiato abbandonato alla periferia del paese detto " Serafina", perché questo nome i ragazzi usavano chiamare a gran voce per risentire l'eco, preso in fitto per 300 lire annue. Nasceva così, il 19 marzo, giorno di San Giusppe, l'Ospizio di medicità. Del suo progetto mise al corrente l'illustre senatore Giustino Fortunato che, forse incredulo, così le rispose: " Grande fortuna ed ottimo segno per il mio paese se potesse sorgere una simile istituzione". E non fece mancare il suo sostegno alla nobile iniziativa. Furono accolti amorevolmente i primi tre vecchi, che poi divennero cinque, sette, dieci e oltre. La benemerita istituzione suscitò gran fervore nella comunità rionerese che con grande generosità si prodigò per sopperire alle non poche necessità dei più bisognosi, quelli che lasciarono la fetida stamberga e il verminoso giaciglio e che, lavati, spidocchiati e ripuliti, passarono nella nuova casa.

Il podestà dell'epoca, l'avv. Raffaele Lopes, non fece mancare il suo appoggio per il reperimento dei fondi necessari. Furono apposte marche sui certificati rilasciati dal Comune e collocate cassette di legno, nei negozi, pro Ospizio. Maria Luigia era raggiante e felice. Girava per il paese per la questua, cucinava, accudiva ai vecchietti, recitava con loro le preghiere. Poi rincasava e sopportava i comprensibili brontolii e i rimproveri del marito che si sentiva un pò trascurato. Il 10 luglio dello stesso anno 1927 l 'Ospizio passò nell'attuale sede, l'ex convento attiguo alla chiesetta di sant'Antonio Abate, fuori l'abitato, acquistato con atto notarile per notar Brienza del 13 novembre 1927. Tempi duri quelli, di miseria nera in cui mancava ogni forma di assistenza pubblica. Maria Luigia, col suo immancabile ombrello, aperto più d'estate che d'inverno, per ripararsi dal sole nelle giornate canicolari, con la sua sporta sotto il braccio, i fiori da offrire ai benefattori con la recita della poesia di auguri per gli onomastici, il recipiente dell'olio, era diventata una figura tipica per le strade di Rionero. Così ella, infaticabile, per anni, con immani sacrifici e dedizione totale, provvide alle numerose necessità "dei suoi vecchietti". Solo di loro si preoccupava, solo per loro aveva una struggente tenerezza che si esternava in mille modi: nell'indovinare e soddisfare i bisogni di ciascuno, nell'allietare la mensa dei giorni festivi con piatti rituali, al suono di un tamburello che lei stessa agitava, accompagnando un canto con voce ben modulata.
E quanta cura per i degenti, con quale amore ne medicava le piaghe di decubito, quale fede infondeva nei morenti, quali sacrifici talora per trasportarli, deceduti, al cimitero. In una domenica particolarmente nevosa del 1929, per l'impossibilità di avere i facchini per il trasporto di un ricoverato deceduto, con l'aiuto di altre tre associate al Purgatorio, portò a spalla la bara fino al cimitero, accompagnata dal cappellano, don Raffaele Plastino, che aveva celebrato la Santa Messa nell'attigua chiesa di sant'Antonio.

Non mancarono dispiaceri e dure prove all'opera altamente umanitaria di Maria Luigia. Il 1° luglio 1938 un ricoverato le dette un colpo di scure alla testa perché ella si era opposta ad un suo insano proposito. Lo perdonò, pur non accogliendolo più nell'Ospizio, e quando fu trovato morto in un casupolo, Maria Luigia andò a vestirlo ed a seppellirlo, perché né la figlia di costui né altri vollero pensarci. Nel 1941, per interessamento della prof.ssa Isabella Cristofaro, sua assidua collaboratrice ed autrice di un'interessante biografia di Maria Luigia Tancredi, le fu concesso il premio Motta della Bontà, consistente, allora, in 5 mila lire ad personam, più un diploma. Nei mesi terribili, dopo il settembre 1943, Maria Luigia accolse sbandati e sfollati assistendoli come meglio poteva. Un giorno seppe che un soldato, colpito da bronco polmonite, giaceva in una taverna. Andò a prenderlo e lo accolse nell'Ospizio prendendosi cura di lui. Tra gli sfollati di Cassino, tre morirono assistiti da lei nella pia Casa; un'altra, una giovane affetta da mal sottile, fu da lei amorevolmente curata alle "casette" ove morì. Maria Luigi si dette da fare per vestirla di bianco, trovarle un abito e un velo per la sepoltura. Febbrile era la sua attività per sopperire alle necessità dell'Ospizio. I suoi erano atti quotidiani di eroismo. Per tanti giorni, mesi, anni andava dall'Ospizio al paese, dal paese all'Ospizio su e giù con passo svelto, sotto la calura estiva o affondando nella neve nei rigidi inverni, le gambe avvolte in fasce da militari.

Vi fu un episodio che sa di miracoloso. Era stata un'annata umida durante il raccolto del frumento e in una casa di contadini un sacco di grano era sfuggito alla cura della padrona, che aveva provveduto ad asciugare il grano degli altri sacchi prima di metterli nel granaio. Poiché era tutto pieno di insetti, per non avere i rimproveri del marito, in assenza di lui, dette quel sacco a Maria Luigia per l'Ospizio. Quale fu la sua meraviglia quando, apertolo e vuotatolo, trovò il grano pulito e senza insetti!

Nell'aprile del 1946 arrivarono per "darle una mano alcune suore "Povere Figlie di Sant'Antonio". Le cose migliorarono con gli anni, anche grazie all'opera fiancheggiatrice di un apposito comitato costituito da un nutrito gruppo di benefattori. Con decreto del 2 novembre 1948 la Casa di Riposo "Virgo Carmeli" fu eretta in Ente Morale Autonomo, grazie anche al fattivo interessamento dell'ing. Giuseppe Catenacci e degli altri benemeriti componenti del Comitato che, coi tantissimi benefattori, mai si risparmiarono nel fare il bene della Casa di Riposo rionerese.

Col passare degli anni la Casa di Riposo, sempre sotto la guida e l'occhio vigile di Maria Luigia, si ingrandì, si provvide ad elevare il secondo piano, si ammodernò, rendendo i locali più accoglienti, confortevoli e assicurando ai ricoverati un'assistenza sempre più adeguata alle loro necessità. Nel 1958 una brutta caduta nei locali dell'Ospizio, le provocò la frattura di un femore e la costrinse a letto. A chi le diceva che Iddio non doveva mandarle quel castigo Maria Luigia rispondeva: "Al contrario, questa sofferenza è una purificazione non un castigo, perché tutte le opere, anche le grandi, hanno sempre le loro macchie".

Una lapide, apposta sulla facciata esterna della Casa di Riposo, ricorda Maria Luigia Tancredi, morta a Rionero il 15 marzo 1960 e il suo fulgido esempio di bontà e di carità.