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Scrivono di Lui

Contributo alla presentazione del volume
“Socrate. Tragedia in tre atti”
di Pasquale Tucciariello (2011)

 

di Michele Masciale

Intendo sin dal principio rivolgere all'amico Pasquale Tucciariello parole di sincera gratitudine per avermi voluto – indegnamente – partecipe di quella che qui, oggi, con Dante definirei “bella scola” della filosofia. Non posso inoltre che manifestare da subito il mio vivo apprezzamento per l'ultima sua fatica letteraria, meritevole di considerazione, successo e fortuna anche nell'ambito teatrale per il quale il testo sembra essere nato e al quale – mi sembra di capire – intende l'autore stesso indirizzarlo.

Quando Pasquale mi ha fatto dono del suo “Socrate” ho potuto nell'immediato constatare la piccolezza del formato e l'esiguità della mole. È un libro che si tiene nel palmo della mano, sa farsi ospite discreto delle nostre tasche ed è capace di condensare in meno di cento pagine più di mille messaggi. E, ad esser sincero, m'è bastato poco, sfogliandolo appena, per ridire a me stesso ciò che altre volte non ho potuto sottrarre al giudizio della coscienza: occorre sempre diffidare dei libri piccoli, perché sanno essere pericolosi in forza di quella piccolezza benefica che s'insidia nella nostra vita e riesce a cambiarla. Ecco, il libro di Tucciariello è un concentrato di sapienza.

Mi sia perciò consentito, senza mezzi termini, di dire che questo “Socrate” un po' mi ha turbato e, a ben pensarci, è tale inquietudine a rivelarmi la vivacità del messaggio socratico, ossia la sua capacità – assunta mirabilmente da Tucciariello – di aprire una breccia dentro me. Non poteva essere altrimenti, perché so che la vita stessa di Tucciariello, benché illuminata dalla fede cristiana, ed anzi forse perché quella fede sa rivelargli tutto nella giusta luce, è una vita attraversata dalla santa inquietudine di chi vive ‘esistendo', cioè sapendo di ex-sistere , di stare al mondo o perché vi è stato gettato o perché è stato chiamato ad esserci, in quel mondo insomma che Agostino prima e Kierkegaard poi abitarono con sana irrequietezza alla ricerca della verità.

Accolgo l'opera di Tucciariello, allora, come un piccolo breviario per l'anima. E sia chiaro: un breviario ‘laico' nel senso più alto e profondo che si possa assegnare alla parola ‘laico', perché Tucciariello si conferma, con queste pagine, un autore dotato del cromosoma sapienziale, perché sa rendere pregnante la parola, restituendole la funzione significante che le era propria nell'ambito originario della buona “sofistica”, quella ancora lontana dalle accezioni negative, quella in cui il filosofo era visto come maestro di virtù e i suoi discorsi erano ascoltati come lezioni morali.

Tucciariello affida il suo Socrate alla tragedia, checché ne dica Nietzsche, il quale riteneva Socrate il responsabile – insieme ad Euripide – della morte della tragedia. Inaugurando Socrate una visione razionalista della realtà, secondo la quale il giusto è colui che raggiunge comunque la felicità, Nietzsche accoglie il filosofo greco come padre fondatore della “metafisica occidentale", perché pago della convinzione che la “verità” sia sempre “oltre” la vita stessa, in una condizione trascendente d'eternità e, quindi, di necessità. Il Socrate di Tucciariello, invece, assume su di sé, nella propria vita, quello spirito tragico che lo spinge ad esclamare con grave preoccupazione dinanzi alla cocciutaggine di Senofonte: “E' l'anima oggetto della filosofia!”. Sì, Tucciariello rispolvera, per così dire, un primato, quello dell'anima. Il Coro che chiude l'Atto I, infatti, ammonisce chi legge o chi ascolta: “Ascolta la voce ch'è dentro di te, ascolta il tuo demone, la tua saggezza e il tuo genio che parla, la tua sicurezza. In questo risiede la morale di Socrate, ogni vizio, ogni male è ignoranza del bene.”

Ebbene, se l'amico Pasquale mi consente, possiamo da oggi dire di avere anche il “Socrate” di Tucciariello. Una domanda affiora subito: “Ma che Socrate è quello di Pasquale Tucciariello?” e ancora: “Che vita vive e quali pensieri o sentimenti soffre?” Se è vero che di Socrate non ce n'è uno soltanto, e se è vero che il grande filosofo ormai vive nella ricca casistica affollata da una varietà di profili letterari, potremmo allora tentare di definire a tratti estemporanei e senza pretesa conclusiva, la fisionomia del Socrate tucciarielliano.

Ritengo indicativa la scena 1 dell'Atto II, quella in cui i discepoli commentano le parole del maestro. Ebbene, Tucciariello detta a Senofonte, così come a Fedone e a Platone, parole laconiche e precise, tali da legittimare alcuni giudizi che brillano per perspicuità. Senofonte, ad esempio, afferma: “Lui non dice, ragiona, conduce a dialogare”.

Questo ci dice Tucciariello: la filosofia che insegna a dialogare! Sì, Socrate non sputa sentenze, bensì induce il ragionamento libero. E ancora, sempre rispondendo ad Ippocrate, Senofonte aggiunge: “Non impone una via, costruisce il sapere”. Il sapere costruito, non dunque il sapere desunto da meri processi istruttivi che presumono con le sole dinamiche di trasmissione di poter osare il futuro. No! Tucciariello e Socrate – direi entrambi, a questo punto – ci indicano la modalità educativa più rispettosa: non l'additare superbo di una via assoluta, ma la fatica di metter mano al relativo per costruire pian piano il sapere.

Ma il Socrate di Tucciariello è un uomo ‘giusto', innanzitutto. Egli è cioè un uomo che osserva la legge morale con l'onestà radicale che per l'appunto scaturisce dalle radici, ossia dentro di sé, per cui Socrate parla della giustizia che innanzitutto egli stesso sa incarnare, attingendo al profondo abisso in cui echeggia la voce del demone.

A Tucciariello non importa tanto il Socrate storico o dialettico, il Socrate della logica ermeneutica o della sentenza spiazzante. All'Autore intessa il Socrate interiore, quello che sa parlare dal di dentro, affinché quel che dice sia di nuovo interiorizzato e sappia nutrire il cuore.

Lasciate – com'era forse prevedibile – che inceda per un attimo in una riflessione provocata dal confronto ineludibile coi tempi moderni. Viviamo in un'epoca che – e temo di non esagerare – è tanto assordata dal rumore annichilente del benessere quanto dal desolante vuoto generato dalla precarietà da mostrarsi ormai incapace di approcci critici alla lezione socratica, obliando finanche l'atteggiamento che fu proprio, ad esempio, di Aristofane, il quale – lo sappiamo tutti – volle prendersi gioco del grande filosofo, ritraendolo in caricatura, perso nelle quisquilie di sofistici ragionamenti improntati più a pedanteria che a saggezza pratica. Aristofane ritrasse Socrate dentro una cesta calata dalle nuvole e sospesa a mezz'aria, intento a misurare il salto di una pulce o a determinare le cause del ronzio delle zanzare. Verrebbe da chiederci – e Tucciariello ci induce a farlo – chi troverebbe oggi Socrate per terra se scendesse da quella cesta e provasse a condividere con altri le sue concezioni del mondo e della vita... Credo che se oggi, nel terzo millennio della globalizzazione, Socrate lasciasse la cesta voluta per lui da Aristofane, non troverebbe forse nessuno ad ascoltarlo e non perché a nessuno interesserebbe giustamente quanto sia lungo il salto della pulce o perché le zanzare ronzano, ma perché nessuno avrebbe tempo e sensibilità tali da concedergli o concedersi la possibilità di ascoltarlo. Se Socrate – al di là della caricatura satirica di Aristofane – lasciasse le nuvole e cominciasse a dire ciò che davvero conta nella vita, nessuno o pochissimi s'accorgerebbero del valore di quelle parole.

Non vorrei che tali considerazioni risultassero cariche di un moralismo cieco e scontato, ma Tucciariello sa bene – e ha dimostrato in tre atti quanto così non possa non essere! – che la morale socratica sopravvive alle stagioni fosche e atroci della storia, sa attraversare il tempo e le mode e trovare luce e verbo, sotto specie diversa, nella vita d'ogni uomo.

Chi parla di Socrate non può non concedere a Socrate di parlare alla nostra vita e credo sia questo uno dei motivi per cui il libro di Tucciariello guadagnerà un posto privilegiato nei cuori degli uomini prima ancora che sugli scaffali delle loro case. Per di più, come prima già dicevo, Tucciariello ha scelto il genere della tragedia per ridare alla voce di Socrate il timbro più consono all'attualità distratta, nel senso che la scelta del testo tragico pare a me voglia essere funzionale ad una riattivazione della capacità attentiva oggi assuefatta, perché un altro modo di accostarsi a Socrate non avrebbe sortito il medesimo effetto sulla nostra sensibilità malata. Il ‘tragico' di Tucciariello s'oppone in chiave educativa alla satira di Aristofane.

Non sto qui a supporre – lo ha fatto brillantemente Tucciariello per noi – quale avrebbe potuto essere la reazione di Socrate alla tracotanza disarmante dei falsi sapienti. Tucciariello, tuttavia, non manca di far dire a Socrate che la sapienza è sempre da intendersi come approdo e mai come premessa d'ogni cercare la verità, per cui conta, nel costruirla, la predisposizione d'animo di chi la desidera.

Ecco, mi avvio alla conclusione.

Mi hanno colpito le ultime parole di Socrate, non proprio le ultime, comunque estratte dalle sue ultime battute pronunciate prima di andare incontro alla morte: “Del mio corpo fate quel che volete, comportatevi amanti delle leggi e della patria comune. Io sarò altrove. E ora datemi il veleno – mio ristoro-”. Sì, Socrate rassicura i suoi: “Io sarò altrove”. Direi che quell'altrove, anche grazie a Tucciariello, è oggi e sarà ancora in futuro.

Venosa, Sala del Trono, 5.2.2011