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SCRIVONO DI LUI...

 

L'avventura cinetica Racconti di Pasquale Tucciariello

Una "lettura" di Carmen de Stasio


I racconti sono come il dialetto, spesso non riesci a tradurlo mai abbastanza correttamente nella sua straordinaria portata semantica, la lingua italiana non riesce a cogliere il significato più autentico, ogni termine dialettale racconta il suo mondo interiore, la sua religione, il suo spirito, il suo sentire .

Un linguaggio tropico. Segno e disegno che si avvale di scogliere complesse proprie del reale lungo l’insenatura di un’immaginazione dedita a continuo spostamento, pur se nelle sembianze di una stanzialità che però inclina costantemente verso l’incastro grafico-significativo delle intenzioni dell’autore.
Di tal maniera procede la stesura del libro di Pasquale Tucciariello. Titolo secco e riconducibile al tutto del sé incorporato tra storie serrate nel crogiolo delle vicende fantastiche e parimenti allineate da una realità che tanto distingue il parlar diretto e, tuttavia, mai infranto da faciloneria accondiscendente. Un’avventura cinetica, oserei dire, in cui le esperienze e le immagini si incastrano in fasi successive a trasmigrare da una forma che, fissata sulla pagina, prevede il proiettarsi verso una territorialità che acquisisce valore nella memoria prossemica, là dove, nella compostezza dei gesti, si rinsalda il vincolo con il territorio umano intriso di specificità. È il tracciato che Pasquale Tucciariello propone nei suoi racconti: immagine comprensiva di tutte le sensibilità acuite da una forte partecipazione, come se nell’autore coesistessero le vite di colui il quale scrive e nello scrivere riporta dati ed eventi come vissuti direttamente ed evocativo di leggende e storie che intrecciano i miti di un luogo consistente nella mutevolezza degli scenari vulturani in particolare.
Fertile appare il dovizioso assemblare di circostanze che attingono a una teatralità d’animo eduardiano, comprensivo di gestualità che parificano il conto con le intenzioni e ammiccano a specialissimi stili d’essere (Ognuno dica quel che vuole – si legge a pag. 94) che, in un medesimo tempo, accrescono la fiducia nella molteplicità dell’essere umano volto a compenetrare i propri stati attraverso una prossemica che impregna di vivacità la stessa pagina scritta, accompagnando, senza seguire d’accanto forzoso, il lettore e che, anzi, diviene luogo di transito per le tante circostanze real-fantastiche che ivi avvengono. Altri non è che la minimalità storica ravvivata in rappresentazioni emblematiche di personalità che conferiscono una trama particolare oltre il tempo visibile. E un tempo che sovrasta nostalgie e periodare contemplativo è quest’operazione culturale di Tucciariello – una vera e propria ripresa di esistenze piccole e a loro modo partecipative di una storia che lussureggia nello stare in condivisione. Appartenente, per certi aspetti, a una narrazione d’appendice che già eduardiana ho definito. E la teatralità eduardiana non già è finzione accumulativa, ovvero fine a se stessa. Non edulcorazione, né minimalizzazione scenica, quanto una sorta di monitoraggio di scene minime che in tempi dissociati e confluenti s’incanala verso una trama che assume l’aspetto di un montaggio cinetico e che dispone il lettore a figurarsi mentalmente non solo gesti, ma altresì voci, intonazioni, posture e finanche le storie esperienziali dirette e indirette che concimano l’essere e il comportamento individuale e sociale.
Per questo posso parlare di scenario parlato-parlante complesso, là dove, insieme al segno grafico, coesistono scenari mobili nell’atto di seguire esigenze sceniche composte per correlazioni, che vivificano la prospettiva attraverso l’incastro continuo tra prospettive culturali e intermezzi popolari, là dove la popolarità non è segno né di nostalgia né di ricollezionamento di fasi primitive, di superamento e recupero ai fini letterari. Al contrario, si manifestano nella forma estrinsecativa di eventi che imprimono una ritualità che molto deve all’abilità di sostegno devoto alla memoria. Il che riporta all’annuncio della valenza sempre attuale di ciascuna circostanza e nulla viene distolto, se non reintegrato continuamente e sviluppato senza soverchiamenti di maniera. Di fatto, niente che riconduca a un manierismo fortifica la trama del libro – una sorta di esistenza unica che miete la vivacità dei singoli interventi, nei quali riconoscibile e amicale sono, nel prosieguo, l’azione e la personalità dei protagonisti – esistenti nelle loro abilità di esprimersi in parole che mai attengono a elucubrazioni artificiali e dedite, invece, a sostenere una curiosità che mai s’abbandona nel corso dell’intera lettura.
Un mondo gravido di esistenze, dunque e, al contempo, convertibile in una spazialità che vive e permane nelle sembianze attive e molteplici di un tempo che scavalca gli stessi limiti territoriali. È acquisizione e studio artistico, che parte e dilata la panoramica umana e, attraverso di essa, la sua storia, nella consapevolezza di fermare senza l’impegno iconico, la cromatografia di luoghi che sempre riconducono all’individuo e alla sua capacità di forgiare se stesso e il suo ambiente. In questo modo la lettura avanza, alternando momenti di mito e scenari, in un contrasto che sembra l’indice di esistere territoriale al di là della determinazione epocale. Il sogno e la trama concreta si uniscono in una determinazione che inequivocabilmente allude alle abilità meditative ed esistenziali di ciascuno e prendono la forma che si desidera. Sogno, realtà fisica, proprio come il racconto in apertura concede. Un preludio narrativo assai particolare è Il fosso della Signora: un accenno che lieve sembra ricondurre a qualcosa che insinui il mito nell’essere e l’essere vivente nel mito.
Parimenti alle evoluzioni-involuzioni che dell’esistere sono parte integrativa, i racconti sono pari a conteggi che lambiscono un tempo, pur se in esso incanalati. Altre volte, con un salto dettagliato, ritornano a gravare come presenza e anello costitutivo della frantumazione per gesti. E quei gesti, quelle torsioni riempiono lo schema visivo, ne divengono radice e punto di nuova percorrenza. Così la semplicità dello schema lascia il posto a un insieme di cadenze che si rapprendono come appuntamento fisso con persone che si avrebbe piacere a conoscere e che potrebbero ancora aver voce e i cui nomi restano stampati nella mente come una fotografia vivace e fortemente mobile. Così mastro Ciuffetta e Pasqualotto assumono su tutti il ruolo di punti cardine di un paese che prende vita mediante trasposizioni prorompenti e nelle quali la voce à côté dell’autore esiste, pur lasciando liberi i suoi personaggi di agire in virtù di un degno grado di libertà consacrata a una continua conquista che, come inciso in parti successive ma non sequenziali e tutte da scoprire, non è possibile scrivere senza osservare e ascoltare. E leggere, infine. Di seguito emerge l’autore nella sua indomita e inflessibile ricerca sul campo agente della verifica, tanto da spingersi a toccare eventi rinsaldati da reale concretezza (vedi il terremoto del 1980, la figura fumée di Carmine Crocco, eccetera) e riportandoli nella sobrietà accogliente di uno spazio che le differenze epocali non interrompono.
A vivere senza sopravvivere è, pertanto, una cultura totalizzante, in grado di rispondere sensibilmente a qualsiasi dimensione esistenziale e ramificandosi in un presente vagante a motivo della consistenza delle vicende che compongono il periodo come episodio creativo e in sé generativo di storia.
In tal senso lo scenario ricompone una paesaggistica particolare e dai dettagli mutevoli e ispirati, assimilando a sé il sottofondo entro il quale le vicende avvengono, sebbene l’autore non ne riporti mai nostalgicamente la presenza a un’assimilazione di stampo romantico. Ribelle lo è, certamente e, per certi aspetti, esemplificativo di una sperimentazione che ripercorre tappe fondamentali della letteratura novecentesca, quando al rigore della lingua italiana fanno da controcanto intersezioni dialettali che mai, tuttavia, volgano a inclinare diversamente lo scenario di credibilità. In questo modo, la vitalità linguistica assorbe totalmente e si unifica, talora fondendosi in porzioni con le valenze leggendarie e i desideri, le prossimità logiche e le esponenze immaginative in una tessitura che ricalca l’agire dell’individuo che costruisce continuamente la sua storia e la storia del suo ambiente.
In tal senso la parola utilizzata da Tucciariello risulta tanto denotativa che referente; tanto capace di esprimere la personalità del parlante o, comunque, del soggetto/soggetti coinvolto/i nella scena, quanto i rimandi che ricompongono nella sua vivacità le sembianze di tante esistenze riportate, infine, in compresenza sulla pagina. Tutto ciò consente una vivacità particolare e ripone la sequenza dei racconti come episodi di esistenze che si ritrovano, ogni volta amplificate di conoscenza ulteriore e che permette di averne una panoramica rafforzata di volta in volta da una sobrietà descrittiva che dispone le vivenze in primo piano e mai dissociate dal proprio ambiente-luogo fisico. Così nuovamente tropico intendo il panorama esistenziale proposto da Tucciariello. Vite dei semplici – si direbbe ‒ intrise di vaganze pensative e immaginative che incastrano sogno e realtà immediata nella prospettiva vagante di tante storie in attesa di esser narrate. E ascoltate.

Era passata un’altra storia tra le vallate del Vulture           

P. Tucciariello, «Il fosso della Signora» in Racconti, op. cit., p. 15

P. Tucciariello, «Una messa per Carmine (Crocco)» in Racconti, Edizioni Centro Studi Leone XIII, Rionero in Vulture, 2016, p. 94

 

 

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