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SCRIVONO DI LUI...

 

I Racconti di Tucciariello


di Emanuele Vernavà


     “Se non sono documenti storici, questi undici racconti, cosa sono?” si chiede l’Autore nel tentare di spiegare il perché della sua scelta del racconto breve. Per la verità undici racconti, chi più lungo chi più corto. Ma come i letterati che hanno cercato fama e successo attraverso opere di grande impegno culturale, alla fine la storia ha decretato il Canzoniere e i Promessi Sposi come opere di assoluto valore e diventati classici immortali. Chissà perché c’è questo gap tra l’intenzione dello scrittore e l’apprezzamento del lettore. Come la Signora del fosso (“Il fosso della Signora”) bellissima e misteriosa sul suo cavallo bianco, così l’Autore si fa natura come il vento calitrano, che, immancabilmente carico di neve, veleggia lungo la piana che si stende tra Rionero ed Atella. E incontra Paqualotto, Ciuffettta, “All right”, “Il monaco di Monticchio”, “Carmine Crocco”, quasi tutti con volti “non finiti” alla Michelangelo con accenni di caratteri, che certamente hanno poco di Teofrasto o di Labruyère. Quello che invece è ben presente è l’anima di un ambiente, fatto di piccoli personaggi della società “bene” fatta di artigiani e di maestri. Di maestri, anche perché, ce lo ricorda l’Autore, Rionero ne è stata fino a qualche decennio fa la fabbrica sotto la direzione di Carlo Pesacane, come la scuola media sotto la direzione di Enzo Cervellino ne era stata la fase preparatoria. Ma come ben si capisce l’anima di Rionero è l’anima dell’Autore, alla perenne ricerca della verità e del giusto, nella politica, come nella religione, mai spinto da altro interesse. La sua dedica è “alla madre celeste”.

     Ma poi il Nostro da questo cielo sempre tormentato, ora dalla bora ora dal maestro e soprattutto dal calitrano, ora dalla controra mortale del sol leone, scende per viuzze, e passa davanti al salone di Ciuffetta, “Barba e capelli a prezzo fisso”, a volte con la neve che riesce a infilarsi anche sotto le poltrone dei clienti. E qui si sofferma sulla scuola di Pesacane e Cervellino, ma spesso anche scende in questioni culturali, come nella riflessione sul dialetto: “I racconti sono come il dialetto, spesso non riesci a tradurlo mai abbastanza correttamente, ... ogni termine dialettale racconta il suo mondo interiore, la sua religione, il suo spirito, il suo sentire”.

     Ma credo che, involontariamente, il Nostro apra e chiuda i “racconti” con due storie drammatiche, ma di una purezza e gentilezza d’animo che tu non sospetteresti neanche nella persona più titolata per queste qualità. La Signora del fosso resta misteriosa per tutto il racconto, con un marito violento e rozzo che scarica sulla gentile orfanella, la Signora, tutta la sua rabbia perché lei non gli dava un figlio. Ma il giorno in cui, e che fu anche l’ultimo nel quale stavano insieme, il marito prese il fucile e corse verso la stalla per uccidere Durlindana, l’amatissima compagna della Signora e l’unica vera amica del suo inferno, la Signora gli andò dietro e, prima che lui premesse il grilletto, lei gli assestò un colpo di forca alla nuca lasciandolo tramortito, o morto, per terra. La Signora inforcò la cavalla, e sparì per sempre passando sempre per il fosso nel quale lanciava manciate di fiorellini di campo.
     La storia di Carmine Crocco nei “racconti” si ferma al suo arresto e poi finisce, perché lo scopo dell’Autore era quello di raccontare la storia della Messa celebrata per Carmine Crocco segretamente, a riprova della religiosità dell’Autore e a prova di una venatura filo-borbonica ancora oggi presente in Rionero.

 

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