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SCRIVONO DI LUI...

 

Su Racconti

di Graziella Placido


Ho incontrato Pasquale Tucciariello a Palazzo Fortunato. Si teneva una riunione sul tema del degrado della pur ridente zona del Vulture con i suoi boschi, i laghi di Monticchio, i fossati che dai declini del monte omonimo scendono verso il Gaudo .

Allorché si menzionò il fosso della signora, Pasquale mi comunicò di aver scritto un racconto dal titolo “ Il Fosso della Signora”. Me lo inviò via mail con l'invito ad esprimere un mio giudizio. Gli risposi di aver letto tutto d'un fiato il racconto che evocava in me i luoghi della memoria. Quando, nel periodo della mietitura, da ragazzina con mia sorella si portava, a piedi, nella lontana contrada Pezzelle una robusta colazione ai braccianti. E giù e su per i fossati nel passaggio più percorribile. Per quelli impraticabili esistevano ponticelli che attraversavamo tremebonde per via della paurosa profondità.

In quanto al giudizio non sono un critico letterario né lo stile del critico è nel mio repertorio. Così gli scrissi. Tuttavia decidemmo un incontro per esprimergli, da lettrice, le mie positive considerazioni sul racconto.

Tucciariello, ex docente e giornalista a me noto da decenni, è un uomo dai molteplici interessi: filosofia storia psicologia politica. Da sempre militante nella Dc e nelle sue varie ramificazioni. Più volte candidato. Da qualche anno pensionato, si dedica maggiormente alla scrittura, già sua disinteressata passione, per sfidare l'esistenza. Alieno dai compromessi di comodo è una persona straordinariamente libera che tiene molto alla sua libertà. Ne ha fatto un caposaldo. Ai soldi non si è mai assoggettato, ci ha rimesso spesso di suo. A stargli vicino noti, nell'espressione del viso e nella voce bassa, una vena di pessimismo: il disamore dei giovani per la lettura, il suo distacco dalla politica. Non la capiva più – mi confida - sentiva una certa ostilità ed è sceso dal ring con le sue gambe. Che, a vedere le cose dell'oggi, conta più l'avere che l'essere più l'apparenza che la sostanza Parla poco -Tucciariello - ma ascolta attentamente le mie annotazioni su “Il Fosso della Signora”. E quando gli suggerisco che una simile produzione non dovrebbe rimanere nel cassetto come suo unico privilegio, ma farla conoscere al pubblico trasferendola magari in altre forme espressive come in un corto o in una rappresentazione teatrale, egli appare fiducioso in quello che fa ma più fiducioso in quello che potrebbe fare solo con l'appoggio dei politici che contano. E lui sta da una parte sola: la libertà. Sa essere se stesso – Tucciariello - sincero schietto lucido. La franchezza è la sua forza. Insomma è un uomo autentico e quando uno è autentico è vero.

Dopo il colloquio ci salutiamo. Egli sollecitandomi a scrivere le mie impressioni ed io, consapevole della mia incompetenza, con la certezza di non farne nulla. A darmene lo spunto, invece, sono state le mie nipotine dell'età di Gerardino del racconto e che la stessa sera, guarda caso, irruppero con la loro vivacità in casa al grido di “zia leggici una favoletta.” Davano segni di impazienza e per zittirle leggemmo il racconto “Il Fosso della Signora” lì a portata di mano. Naturalmente non ne ultimammo la lettura ma le bambine entusiaste mi interrompevano ”chi sono le verginelle che la Signora dal lungo abito bianco – la lunghezza era nella loro fantasia - prediligeva nelle sue apparizioni?” Ricevutane spiegazione “che bello !” esclamò una delle due. Si sentivano privilegiate per essere loro le eventuali destinatarie di quelle apparizioni. E l'altra, all'abbandono di Serenella neonata nella ruota del convento, “ è stata fortunata –osservò. Oggi i neonati non amati dai genitori vengono buttati nel cassonetto della spazzatura ”. E' il caso di ripristinare una moderna ruota del convento? Pensai. Ecco i tuoi primi lettori, caro Pasquale. Ecco la purezza e l'innocenza dei bambini. E la loro meraviglia. Aveva ragione Tolstoj, scrittore ribelle , secondo il quale ci sono due modi per arrivare alla verità: l'innocenza dei bambini e l'arte più alta del pensiero. Anche Picasso desiderava disegnare come un bambino e il regista Ermanno Olmi fu definito “un rivoluzionario dal cuore bambino”. Senza la meraviglia dei bambini l'anima si inaridisce. Dalle osservazioni del loro mondo si potrebbe partire per cominciare a migliorare il mondo. E da chi se no.

“Il Fosso della Signora” si diceva. Ad attraversare il racconto è una religiosità intesa non come frequenza alle funzioni religiose “ la Signora non ne perdeva una” ma , per me laica, intesa come profondo amore, come sensibilità generosità gentilezza pietà, come ascolto della voce della propria coscienza, come lavoro. Una religiosità, insomma, immanente che vale su questa terra.

Protagoniste del racconto sono due figure femminili: la Signora del fosso e la spigolatrice Serenella. Non sono creature d'altri tempi ma moderne. La prima vestita di bianco che appare e scompare giù e su per i fossati e galoppando sulla sua cavalla Durlindana, pur eterea è una figura reale. Dolce soave sorridente educata, capace di piangere, sposa contro la sua volontà un ricco agrario rozzo e aspro. L'incomunicabilità tra i due è acuita dalla mancanza di un figlio.

L'amore, dicevo, declinato nelle diverse sfumature, quello segreto delicato puro palpitante della donna per Emanuele giovane attraente per la sua bellezza e gentilezza ma allontanato dalla famiglia “di rango” che non vede di buon occhio quella relazione. L'amore tenero, protettivo dei genitori adottivi che, vecchi e ormai prossimi alla morte, la cedono in sposa al ricco agrario per metterla “al riparo dalla miseria”. E lei, scoperta la verità sulle sue origini di trovatella, pur triste, ascolta la voce della coscienza e acconsente ad un matrimonio forzato. Non vuole tormentosi rimorsi. Il suo bisogno d'amore, che si manifesta nelle frequenti fughe per la valle e i fossati in compagnia della sua cavalla, è il bisogno d'amore di tutti gli uomini perché l'amore è il senso dell'esistenza. Nella incomunicabilità col mondo esterno e nella amarezza della solitudine, meritano confidenze un animale , la cavalla, e una verginella: Serenella. Durlindana mi ricorda la cavallina di “Angoscia” un racconto di Cechov, la sola pronta ad ascoltare le pene del suo padrone Jòna dopo aver questi inutilmente vagato per le strade della città nel tentativo di esternare agli umani l'angoscia per la morte del figlio.

Serenella: una fanciulla bella dolce, oggetto d'amore da parte di tutto il vicinato che “con generosità e solidarietà” l'aiuta a mettere casa in un rudere reso abitabile alla ben meglio. E la protegge dagli sguardi indiscreti dei giovanotti. Entrambe queste figure femminili sono dotate di autonomia; Serenella nella decisione di andare a vivere in un rudere dedicandosi al suo lavoro: una bella dote oltre alla sua bellezza. Sa cucire ricamare, coltiva la vigna l'orticello, raccoglie le olive; e la Signora nel dare lezioni di cucito, di equitazione e di catechismo. Qui il lavoro non è ” improbus labor ”. Non è solo fuga della donna dall'angustia delle pareti domestiche. No. E' la consapevolezza che ognuno nella vita deve fare la sua parte. Solo apparentemente fragile, in realtà ella non subisce , protesta e, alla vista del marito che col fucile sta per ammazzare la cavalla sua unica consolazione, disperata, fa appello a tutta la sua forza e col forcone lo colpisce alla nuca. Creatura si sublime ma in carne ed ossa.

Non manca l'amore sensuale della serva Giocondina verso il suo padrone che nutre non affetto ma attrazione carnale. L'amore verso la natura , inoltre, non fa da sfondo, ma è un tutt'uno con i personaggi. Il modo di dileguarsi della Signora, che non scompare nel buio profondo della morta gora ma si perde lontano “alla linea dell'orizzonte nella sua voce di canto soave e triste” mentre saluta Serenella con ampi gesti della mano, mostra un attaccamento alla vita nella sua semplicità. La cui bellezza è fatta di ”odore del grano del fieno, di pane caldo, del vento che accarezza e scompiglia i riccioli di Emanuele. Dell'acqua della rugiada che lava il viso del giovane, della sua corsa tra i prati, della caccia tra i campi di barbabietole.” E che cosa sono i mazzetti di fiori di campo confezionati da Serenella e gettati nella profondità del fosso, e le spighe di grano “volutamente lasciate” dai mietitori nel campo per la sopravvivenza dei più poveri se non “ pietas” ?

Incomunicabilità solitudine tradimento fuga, bisogno di affetto: sono attimi di verità assoluta. Non solo. A me questo racconto sembra il prodotto di una lunga educazione, di radicate credenze religiose, di severe regole di vita, di una rara e spiccata sensibilità umana, doti che in fondo sono dello stesso autore. E' questi il vero protagonista. E' una piccola fiaccola accesa in tempi di smarrimento come questi che stiamo vivendo. Un bel racconto dunque. E un bel racconto “moltiplica la vita”.

Graziella Placido

 

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