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PAPA FRANCESCO

 

Noi e l'Islam
Il Proprium Cristiano

di Don Cesare Mariano

 


Il tema del mio intervento è il proprium cristiano rispetto all'Islam.

Evidentemente quello che dirò avrà a che fare anche con lo “specifico” cristiano rispetto alle altre religioni perché, come vedremo il Cristianesimo si caratterizza oggettivamente come una religione essenzialmente diversa da tutte le altre. Uno può accettare o rifiutare il Cristianesimo ma non può negare che esso si presenti come una rivendicazione inaudita e paradossale: la Presenza attuale di un Crocifisso Risorto e la fede nella sua divinità, nel fatto cioè che Gesù di Nazareth sia vero Dio e vero uomo .

Su questa “pretesa” della fede cristiana tornerò a tempo debito dopo aver cercato di tracciare a grandi linee i tratti essenziali della religione islamica.

L'orizzonte in cui si inserisce la mia riflessione è quella del dialogo, secondo la prospettiva aperta dalla Dichiarazione conciliare Nostra aetate che, al n. 2 offre il criterio generale:

La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.

Tuttavia essa annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è « via, verità e vita » (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose.

Essa perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi.

E, al n. 3, riferendosi esplicitamente all'Islam aggiunge:

La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l'unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno.

Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà.

 

1. Nascita dell'Islam

La nascita dell'Islam coincide con l'emergere dell'imponente figura di Muhammad , il “molto lodato”. Non è facile parlare di Maometto perché l'unica fonte, più o meno diretta sulla sua vita è rappresentata dal Corano,

Muhammad nacque intorno al 570 d.C. alla Mecca, nella penisola arabica. L'Arabia è il grande e irregolare quadrilatero sabbioso che si estende dalle montagne che costeggiano il Mar Rosso sino alla costa del Golfo Persico. Essa si trova, perciò, proprio accanto alla terra d'Israele, la terra delle due altre grandi religioni monoteistiche, l'Ebraismo e il Cristianesimo.

Muhammad rimase orfano in giovane età e fu affidato allo zio Abu Talib. Verso l'età di 24 anni, divenne cammelliere al servizio della ricca vedova Khadigia, che in seguito sposò.

Non si sa bene quando, ma ad un certo punto, in giovane età, cominciò a ricevere le prime rivelazioni religiose. A seguito di esse, Muhammad , pur ritenendo profeti autentici Abramo, Mosè e Gesù, si considerò come il profeta ultimo e definitivo dell'unico Dio, Allah , e dunque come il compitore delle religioni ebraica e cristiana.

Alla Mecca incontrò la fiera resistenza dei suoi concittadini, che erano idolatri. Il centro della città era costituito dalla Kabaa , “il cubo”, un piccolo edificio coperto da un velo nero, all'interno del quale si trovava la famosa pietra nera. All'interno erano custoditi gli idoli delle tribù circostanti. Nel 622 Muhammad fu, perciò, costretto a traferirsi nella città di Medina (= la città ), 300 km più a nord della Mecca, dove la sua predicazione era stata accolta favorevolmente da molti arabi di religione ebraica. Il 622 è l'anno dell' higra (= egira ), inizio del calendario musulmano. A Medina, Muhammad organizzò la nuova religione, fissò l'obbligo della preghiera 5 volte al giorno, l'obbligo della preghiera pubblica il venerdì, il digiuno nel mese di Ramadan, il pellegrinaggio annuale alla Mecca, le leggi sui cibi permessi e quelli vietati (la carne di maiale) ed il divieto delle bevande alcoliche. Inoltre, a Medina Maometto cominciò a organizzarsi militarmente e fece bandire dalla città il clan ebraico dei Banu Qainuqa, i cui beni furono confiscati ed assegnati ai suoi seguaci, chiamati musulmani (cf. Torresani, I nodi della storia I, 117).

Con i Meccani vi erano state alcune scaramucce, conclusesi senza vincitori né vinti, ma i tempi erano maturi per la grande battaglia: «tutti i musulmani atti alle armi dovevano accorrere al bando di arruolamento e perciò ogni guerra degli arabi divenne a partire da quel momento “guerra santa”» (cf. Torresani, I nodi della storia I, 117).

Nel gennaio del 630 Maometto si accampò con una grande armata alle porte della Mecca. I meccani capirono che non potevano più resistergli e si arresero: gli idoli della Kabaa furono distrutti e i dipinti cancellati, solo la pietra nera (un grande meteorite) fu preservata. Due anni dopo, nel 632, Maometto morì e la sua eredità fu raccolta da Abu Bakr, Omar e Khalid. L'avanzata degli islamici pareva inarrestabile e questo proprio a ragione della “categoria” di jihad, guerra santa , secondo cui il fedele di Allah non può contentarsi di obbedire al suo Dio ma deve costringere gli infedeli a fare lo stesso.

Questa credenza è la ragione fondamentale per cui, nel giro di meno di un secolo, gli arabi musulmani conquistarono la terra d'Israele, l'Iraq, la Persia, l'Egitto, la Siria, l'Africa del Nord, la Spagna, formando un impero che si estendeva dalla Spagna alla Cina. La loro dilagante espansione fu arrestata solo all'inizio dell'VIII sec., ad est nel 717 dalla resistenza di Costantinopoli e nel 732 a Poitiers dalla vittoria di Carlo Martello. D'altra parte, va detto, con Torresani, che gli arabi si fermarono non tanto per merito di Carlo Martello o di Costantinopoli, bensì a causa di conflitti interni causati dalla lotta per il potere sull'Islam» (cf. Torresani, I nodi della storia II, 121).

Il confronto e lo scontro tra il Cristianesimo e l'Islam continuerà ancora per molti secoli, con le Crociate, la presa di Costantinopoli da parte dei Turchi nel 1453 e le due grandi vittorie dell'Occidente cristiano a Lepanto (il 7 ottobre del 1571) ed alle porte di Vienna (nel 1682).

 

2. Caratteristiche essenziali della religione islamica

La parola Islam significa “sottomissione” e chi vi è aderisce è un muslim , un “sottomesso”. Colui al quale il credente islamico offre la sua sottomissione è Allah , il Dio unico. L'islamismo non ha mai preso la forma di una chiesa: non vi è un'autorità a cui è delegata l'interpretazione del Corano, non vi è sacerdozio e non vi sono sacrifici. Gli imam sono persone che presiedono la preghiera e gli ulamâ degli interpreti del Corano; le moschee non sono luoghi di culto ma luoghi in cui ci si trova per pregare (cf. G. Wilbois, E nciclopedia apologetica , 740).

Il credo dei musulmani consta di 6 articoli di fede (i primi cinque sono più antichi, il sesto fu aggiunto in seguito):

i. in un solo Dio (i cristiani, che ammettono la Trinità, sono considerati politeisti);

ii. negli angeli, messaggeri di Dio, eccetto Iblis che è decaduto;

iii. nel libro rivelato, il Corano, composto da 114 sure, nel quale è contenuta tutta la fede e tutta la scienza;

iv. nei profeti (sono sette: Gesù, il penultimo di essi, non sarebbe stato crocifisso ma elevato al cielo mentre sulla croce al suo posto veniva offerto uno simile a lui, forse Giuda; cf. G. Wilbois , 740);

v. nel giorno del giudizio finale (i morti risusciteranno alla fine dei tempi per un giudizio generale: i cattivi andranno all'inferno con Iblis e i buoni vivranno in paradiso, dove la loro felicità consisterà soprattutto nella visione di Allah; nel giorno del giudizio, Maometto intercederà per i musulmani peccatori «in modo che nessun musulmano sarà dannato» (cf. G. Wilbois, 740);

vi. nella predeterminazione.

 

I cinque pilastri dell'Islam sono:

i. La professione di fede ( Non c'è Dio al di fuori di Allah, e Muhammad è il suo profeta ).

ii. La preghiera fatta cinque volte al giorno col corpo rivolto verso La Mecca (a cui ci si orienta mediante i mihrab , le piccole nicchie poste nelle moschee); non è preghiera di petizione ma solo di sottomissione a Dio (cf. G. Wilbois, 741)

iii. Il pellegrinaggio ( higgiaz ), almeno una volta nella vita, alla Mecca. Il centro del pellegrinaggio è la Kaaba . Al ritorno dalla Mecca, i pellegrini visitano la seconda città santa, Medina (dove si trova la tomba del profeta) e, a volte, Gerusalemme (da cui credono che Maometto fu rapito in Cielo).

iv. Il digiuno ( som ) per tutto il mese di Ramadan: esso consiste nell'astensione da qualsiasi cibo e bevanda durante le ore di luce; di notte si può mangiare e bere.

v. L' elemosina legale ( zakat , “purificazione”), all'inizio destinata ai poveri, alla costruzione di nuove moschee, agli schiavi desiderosi di riscatto, ai volontari di guerra; divenuta in seguito una semplice tassa.

 

A questi precetti fondamentali si aggiungono l'astinenza dell'alcool e dalla carne di maiale, la circoncisione, la poligamia limitata a quattro mogli (il numero delle serve è illimitato) e la guerra santa (cf. G. Wilbois, 741).

Per i musulmani il libro sacro, il Corano ( qur'ân , “recitazione”, “testo da recitarsi”) non è semplicemente ispirato ma composto da parole pronunciate una per una da Dio per mezzo dell'arcangelo Gabriele ed intese dal profeta Muhammad nelle sue estasi. Per questa ragione il Corano è considerato come infallibile e inimitabile. Per trarre orientamenti riguardo le questioni non affrontate nel Corano, si fa ricorso alla condotta del profeta ( Sunna ) ed ai suoi detti ( hadiss ).

L'Islam è ripartito tra due grandi gruppi: sciiti e sunniti.

Tale divisione risale alla questione della successione di Maometto (morto nel 632).

I sunniti (che sono l'80% degli islamici) considerano legittimo erede di Maometto Abu Bakr, suocero e amico di Maometto. Secondo la minoranza sciita (dall'arabo shi‘at ‘Ali «la fazione di ‘Ali»), il legittimo erede del Profeta è Ali, cugino e genero di Maometto.

Ali governò per un periodo come quarto califfo ma alla fine i sunniti si imposero.

La separazione tra sciiti e sunniti si acuì a seguito dell'uccisione di Hussein, figlio di Alì nel 680 a Karbala (odierno Iraq) per mano dei soldati del califfo sunnita.

Il trascorrere dei secoli ha radicalizzato le differenze soprattutto di carattere ermeneutico e gerarchico. Mentre i sunniti oltre che sul Corano si basano sulla Sunna (gli insegnamenti di Maometto), gli sciiti danno molta importanza agli ayatollah , da loro considerati come riflessi di Dio sulla terra. In particolare, credono che il dodicesimo e ultimo imam discendente da Maometto sia nascosto e un giorno riapparirà per compiere la volontà divina. Per questa ragione, l'ex presidente iraniano Ahmadinejad aveva l'abitudine dei lasciare accanto a sé una sedia vuota per il Mahdi, l'imam nascosto.

Questa differenza ha portato i sunniti ad accusare gli sciiti di eresia, e gli sciiti ad accusare i sunniti di avere dato vita a sette estreme, come gli wahabiti più intransigenti (in effetti Al Qaeda e l'Isis provengono dalla galassia sunnita).

 

3. Gesù nel Corano (ovvero la cosiddetta “cristologia coranica”)

Come recita la dichiarazione conciliare sulle religioni non cristiane Nostra Aetate , i musulmani «benché non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua Madre Vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione» (n. 3).

Nel Corano Gesù è chiamato il profeta Issa .

In termini positivi il rapporto tra Gesù e Dio emerge nei seguenti aspetti (cf. H. Waldenfels , Teologia fondamentale , 279-280):

 

a) In proposizioni in cui Gesù è posto sotto il chiaro Io di Dio:

- Io ti confermai con lo Spirito della santità (5,110)

- Io t'insegnai il Vangelo (5,110)

- Io ti farò ascendere a me (3,55)

b) in proposizioni alla terza persona singolare in cui la vita di Gesù è presentata come opera di Dio sin dall'inizio.

c) in proposizioni alla prima persona plurale in cui Gesù è associato all'attività storico- salvifica degli angeli.

 

In termini negativi (dicendo, cioè, in polemica con le affermazioni di fede dei cristiani cosa Gesù non è), il Corano dice che:

 

a) Gesù non è il Figlio di Dio

«Miscredenti sono coloro che dicono “Iddio è il Messia figlio di Maria”. Di' loro: “Chi potrebbe trattenere Dio se egli volesse annientare il Messia figlio di Maria e sua madre e tutti coloro che stanno sulla terra insieme?”» (Corano 5,17)

Alla negazione della divinità di Cristo è direttamente collegata quella della Trinità, evidentemente concepita non secondo la nostra fede ma secondo una concezione politeista: «O uomini del libro. Non oltrepassate il limite della vostra religione e non dite su Dio che il vero. Il Messia, Gesù figlio di Maria, è soltanto l'Inviato di Dio, il suo Verbo che egli depose in Maria, uno Spirito da Lui esalato. Credete dunque in Dio e nei suoi messaggeri e non dite: “Tre!” Basta! E sarà meglio per voi! Perché Dio è un Dio solo, troppo glorioso e alto per avere un figlio!» (Corano 4,171-172).

Questa sura, la 4,171-172, in cui è affermato il concepimento verginale di Cristo è stata impiegata dai missionari cristiani per difendere la divinità di Cristo ma con scarsissimo successo. Osserva in proposito A. Bausani: «l'argomentazione ( quella dei missionari ) non tiene conto del concetto (solo afferrato il quale si può dire di aver capito l'Islàm) dell'assoluta arbitrarietà attivissima del Dio persona, che sempre interviene in ogni opera umana e naturale. Nulla è naturale, tutto è miracolo» (cf. Il Corano, BUR Classici, 533)

 

b) Gesù non è il Redentore del mondo

A questo riguardo ci imbattiamo nel passo molto controverso della sura 4,157-159, in cui il Corano sembra accogliere la dottrina dei doceti e degli gnostici secondo cui Gesù non sarebbe morto sulla croce. Leggiamola nella traduzione di Alessandro Bausani: «[sta elencando le colpe degli Ebrei] ... e per aver detto: “Abbiamo ucciso il Cristo figlio di Maria, Messaggero di Dio”, mentre né lo uccisero, né lo crocifissero, bensì qualcuno fu reso ai loro occhi simile a Lui (...) ma Dio lo innalzò a sé, e Dio è potente e saggio – e non c'è nessuno che non crederà in Lui prima della sua morte, ed Egli nel dì della resurrezione sarà testimonio contro di loro». Commenta lo stesso Bausani: «... Gesù sarebbe ancora vivo in luoghi celesti e prima della sua morte (quando tornerà sulla terra ad annunciare il Giudizio universale) tutti gli ebrei crederanno in Lui (...) e, aggiungono i musulmani, anche i cristiani crederanno in Lui che predicherà allora l'Islam» (cf. Il Corano , BUR Classici, 532).

Poiché, secondo il Corano, Gesù non è morto realmente, l'articolo della fede cristiana ( fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto ; cf. Credo niceno-costantinopolitano) secondo cui Cristo ha sofferto ed è morto per redimere tutti gli uomini viene privato del suo fondamento storico ed ontologico.

Afferma Waldenfels:

«Lo studio della cristologia coranica non deve comunque far dimenticare che tanto Gesù e il Vangelo quanto Mosè e la Torà vengono inseriti in quella storia universale della salvezza e della rivelazione che ha trovato in Maometto e nel Corano la sua espressione ultima e insuperabile. Non Gesù, bensì Maometto è il sigillo dei profeti (Corano 33,40)»

 

4. La pretesa cristiana

Siamo arrivati così, dopo questo forse un po' lungo ma necessario, cammino preparatorio, al punto focale del nostro articolo: qual è il proprium cristiano rispetto all'Islam?

La risposta a questa domanda è semplicissima: Cristo, Cristo riconosciuto nella fede come vero Dio e vero Uomo, come Salvatore del mondo.

Si è visto che anche nel Corano vi è una cristologia, meglio una gesuologia, ma essa finisce per svuotare dall'interno quella che don Giussani definisce la pretesa cristiana , ossia la Presenza corporale di Dio in Gesù Cristo.

Prima di passare allo specifico cristiano, vorrei mettere a fuoco quanto vi è in comune tra l'Islam ed il Cristianesimo. Dal punto di vista fenomenologico, si tratta di due grandi movimenti religiosi, due religioni, ossia delle risposte ben “codificate” e “strutturate” a quelle domande ultime che costituiscono l'essenza del sentimento religioso dell'uomo.

L'oggetto proprio del desiderio che sorge nell'uomo religioso si chiama Dio. Ora, all'uomo religioso Dio si presenta come Mistero, come inafferrabile alla ragione intesa come misura. Qui sta la drammaticità dell'esistenza dell'uomo religioso, drammaticità che consiste nel presentire il Mistero, nell'intuire di essere immersi in esso, di essere strutturalmente dipendenti da Lui, di camminare verso di Lui, ma di non poterlo afferrare, non poterlo vedere.

Posto di fronte al Mistero, l'uomo cerca di immaginare, di concepire, di strutturare con riti e regole il suo rapporto con il Mistero stesso. Posta questa premessa, è chiaro che in linea teorica ogni persona potrebbe creare la sua religione.

«Ma – scrive don Giussani nel suo libro All'origine della pretesa cristiana – nella vita della natura c'è un ruolo che è creativo di società: è il ruolo del genio. Il genio è un carisma eminentemente sociale, che esprime in mezzo all'umana compagnia i fattori sentiti dalla compagnia stessa in modo talmente più acuto degli altri, che questi ultimi si sentono più espressi nella creatività del genio che neanche se si mettessero ad esprimersi da soli. (...) Nella storia umana il genio religioso coagula intorno a sé, esprimendo il talento della stirpe meglio di chiunque altro, tutti coloro che partecipando al suo ambiente storico-culturale sentono in lui messi in valore i dinamismi della loro ricerca dell'Ignoto».

È così che nascono le religioni: esse sono delle risposte istituzionalizzate al senso religioso dei molti. Tutti gli iniziatori di religioni sono accomunati dalla certezza di aver beneficiato di una speciale rivelazione di Dio e di doverla comunicare ad altri (cf. All'origine , 37). La religione islamica, lo abbiamo visto, si presenta come il frutto delle rivelazioni concesse da Allah a Maometto.

La religione cristiana, invece, si presenta come espressione della fede in Gesù Cristo, cioè come riconoscimento di un fatto, del fatto che nell'uomo Gesù Cristo il Mistero, Dio stesso si è reso presente corporalmente. Questa irruzione di Dio nella storia, il fatto che Dio si sia reso fattore della storia costituisce il compimento della vicenda religiosa del popolo d'Israele.

Scrive Von Rad:

«La fede d'Israele è stata sempre un rapporto con un avvenimento, con un'auto-attestazione divina nella storia» (cit. in All'origine , 40).

È proprio nell'intima connessione tra la rivelazione di Dio e la storia che si documenta la differenza tra la Bibbia ed il Corano. Il Corano è un libro in cui sono contenute le rivelazioni che Maometto ha ricevuto direttamente da Dio. Tale rivelazione è avvenuta in certo modo al di fuori della storia, egli stesso dice di essere come “rapito” al di fuori dello spazio e del tempo presenti per ricevere la rivelazione di Dio. La Bibbia è, invece, il frutto della storia dell'alleanza tra Dio ed un popolo, Israele, alleanza aperta poi a tutti gli uomini. Gli agiografi che hanno portato il loro contributo alla sua composizione sono dei veri autori, i quali guidati dallo Spirito Santo «nel possesso delle loro facoltà e capacità» hanno reso testimonianza all'azione di Dio nella storia. L'ispirazione cristiana si compie nella storia:

Osserva in proposito il teologo M. Dhavamony:

«Parlando di ispirazione, dobbiamo distinguere tra ispirazione numinosa o religiosa e ispirazione biblica . Dal punto di vista fenomenologico, l'ispirazione numinosa è quell'esperienza avvertita da una persona religiosa quando è in contatto col sacro o col divino e lo esprime, siccome lo ritiene vero, autentico e significativo, mediante composizioni orali o scritte. (...) Ma l'ispirazione biblica comporta che sia lo Spirito all'opera come impulso vitale, come forza che tutto anima negli eventi e nelle parole contenute nella Bibbia e che ha portato alla stesura . La Bibbia è l'opera dello Spirito nel senso diretto e reale del termine. La stesura della Bibbia è parte della struttura complessiva degli eventi guidati dallo Spirito. L'uomo e Dio sono, ad un tempo, autori della Bibbia» (cf. M. Dhavamony , “Induismo”, Conc 2 (1976) 30-31, cit. in V. Mannucci, B ibbia come Parola di Dio , 189).

Si capisce così perché la religione cristiana non sia una religione del libro ma della Parola di Dio, della Parola incarnata e presente.

Il Cristianesimo è certo anche una religione, ma è, prima e principalmente , fede in Gesù Cristo, riconoscimento in Lui della Presenza del Mistero. Qui sta la grande differenza con l'Islam e con tutte le altre religioni. La nostra fede non si basa sulle esperienze mistiche, sulle rivelazioni personali di un uomo o di gruppi di uomini (sebbene nella storia della Chiesa vi siano state molte rivelazioni private e moltissimi mistici, più che in qualsiasi altra religione).

La nostra fede si basa sul Mistero dell'Incarnazione: Dio si è fatto uomo, è entrato carnalmente nella storia dell'umanità e rimane Presente nella storia nella comunità dei cristiani, di coloro che gli appartengono, di coloro che con il Battesimo sono divenuti suoi.

 

5. Alcune conseguenze

Il fatto che la fede cristiana si presenti come il riconoscimento di una Presenza carnale di Dio, della Presenza di Dio nell'umanità di Cristo porta con sé delle inevitabili conseguenze.

 

1. Dinanzi alla pretesa di un uomo che dice “Io sono Dio” e, dunque, pur essendo nato 2000 anni fa, sono vivo oggi e per sempre, è doveroso prendere posizione. O si riconosce come vera quest'affermazione o non la si riconosce. Ridurre il Cristianesimo a morale, svuotarlo cioè della categoria di Avvenimento, di Presenza, significa semplicemente rinnegarlo. Ricordiamo le parole di Benedetto XVI proprio all'inizio della sua prima enciclica: «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un Avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» ( Deus caritas est , 1).

 

2. La vita morale, la tensione verso il Destino, non prende le mosse dallo sforzo umano, non si configura più come osservanza di leggi, di regole, rivelate dal Mistero ad uomini prescelti ma come affezione all'umanità assunta dal Mistero stesso, come amicizia di Cristo. Se il Destino è presente qui ed ora ed è presente in forma realmente umana, presente nell'uomo Gesù, tutto il problema morale, il problema del come vivere si risolve «nel gesto puro della libertà» (Giussani) che accetta o rifiuta Cristo.

 

3. Poiché il Mistero si è rivelato personalmente in un uomo, in Gesù Cristo, per il Cristianesimo non solo la ragione non è un ostacolo alla fede ma, al contrario, la ragione è amica della fede. Secondo la fede cristiana il Logos, la Ragione creatrice di tutto si è incarnata (cf. Gv 1,14). Il metodo dell'Incarnazione, in base al quale Dio è divenuto un fattore del reale esige che l'uomo autenticamente religioso resti davanti al reale, resti perciò ragionevole , perché è nel reale, nel tempo e nello spazio presenti che, nella permanenza del metodo dell'Incarnazione, Dio si rivela ed opera le sue meraviglie.

 

4. Il rapporto tra l'uomo ed il Mistero è un rapporto di profonda familiarità. Il Corano ribadisce più volte che Dio non ha figli. Il musulmano non può definirsi figlio di Dio ma abd-Allah , servo di Dio. Tra Allah e l'uomo rimane l'incommensurabile distanza che separa l'Altissimo da colui che è mortale, fatto di polvere. Alla luce della fede cristiana, questa distanza è stata definitivamente colmata dall'evento inaudito dell'Incarnazione.

 

5. Rispetto al senso religioso dell'uomo, è fuor di dubbio che la strada tracciata da Cristo, se riconosciuta come vera, non può che essere l'unica strada, non perché le altre religioni siano false ma perché in nessun'altra il coinvolgimento di Dio nella storia può giungere al livello di profondità dell'Incarnazione, al fatto cioè che Dio si sia fatto uomo. Se questo è avvenuto, la Verità è quell'uomo, il Bene è quell'uomo, il Bello è quell'uomo, la Via è quell'uomo, la salvezza non può che essere in Lui, come dice Pietro davanti al Sinedrio negli Atti degli Apostoli: «Questo Gesù è la pietra che scartata da voi, costruttori, è diventata testata d'angolo. In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati» (cf. At 4,11).

È per questa ragione che il cristiano, pur riconoscendo i semi di bontà e i raggi di verità presenti nelle altre religioni, mai potrà rinunciare alla missione , ad essere cioè nel mondo, con la sua presenza, con la sua carne, segno della Presenza di Cristo, Salvatore del mondo e Signore della storia.

Missione, cioè testimonianza, cioè martirio.