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Ai gruppi e ai singoli di ispirazione cattolica
Inoltriamo il comunicato della Segreteria di Stato Vaticana del 4 Ottobre 2008. Repetita iuvant.
“C’è bisogno di un nuovo impegno politico e sociale dei cattolici: necessario un coordinamento permanente dei movimenti, delle associazioni e dei gruppi di ispirazione cattolica”
a cura di Pasquale Tucciariello - 23-11-2010
“Le associazioni, i movimenti e i gruppi di ispirazione cattolica, nonché tutte le componenti della società devono impegnarsi, con rispetto reciproco, a conseguire nella comunità quel vero bene dell’uomo di cui i cuori e le menti, nutriti da venti secoli di cultura impregnata di cristianesimo, sono ben consapevoli.
“L’attuale contingenza politica, anche alla luce delle indicazioni di Benedetto XVI, deve poter riscoprire la presenza della testimonianza cristiana attraverso un rinnovato impegno e prassi ispirata ai principi inalienabili della dignità della persona, del rispetto della vita, in tutto l’arco dell’esistenza e dei più deboli ed emarginati della società. C’è insomma bisogno di uomini nuovi per un nuovo impegno politico e sociale nella prospettiva del bene comune.
“In tale difficile compito un prezioso “vivaio” è costituito dai molti appartenenti ad associazioni, movimenti e gruppi di ispirazione cattolica. Essi, però, stanno da tempo peccando di una sorta di narcisismo comportamentale, di chiusura, di isolamento operativo che tende al protagonismo scandito dalla gara per la visibilità. Atteggiamenti questi che tradiscono la dimensione ecclesiale delle associazioni, dei movimenti e dei gruppi. Tale ecclesialità deve tendenzialmente manifestarsi con la difesa della Chiesa offesa giornalmente dalla tracotanza laicista dei negatori palesi ed occulti della Verità sull’uomo. Occorre allora riscoprire proprio quella “ecclesialità” che sembra affievolirsi in questo contesto politico-sociale.
“Crediamo nella necessità di uno strumento che non sia soltanto nominale ma efficacemente operativo. Ci si riferisce ad un coordinamento permanente delle associazioni, dei movimenti e dei gruppi. Tale coordinamento dovrebbe avere il compito di rinsaldare i vincoli di fratellanza, di operare da ponte di comunicazione tra i soggetti ecclesiali, di favorire una prassi comune nella dimensione politica e sociale.
Più che mai è urgente un impegno visibile del laicato cattolico nella realtà politica e sociale anche nella dimensione di controllo nel rispetto dei diritti. E ciò attraverso la pubblica denuncia delle omissioni, delle manipolazioni e delle contraffazioni specialmente sul terreno dei diritti negati o concessi subdolamente come elargizione dall’alto. Più che mai oggi si assiste ad una sistematica manipolazione del diritto anche nelle sedi istituzionali più alte e rappresentative. Se il laicato cattolico non opera più visibilmente sul terreno dei diritti umani non può dirsi tale, cioè cattolico. Se usa la politica e patteggia con essa rinunciando al suo diritto di critica e di controllo tradisce “l’in sé” del suo essere nella Chiesa e nel consorzio umano.
“Tra le istituzioni laicali della Santa Sede il “Nuovo consiglio superiore delle arti e dell’artigianato” può assolvere a tale compito in quanto soggetto giuridico internazionale che si inquadra ed opera, nell’alveo dei Patti Lateranensi tra Santa Sede e Stato Italiano.
“Il compito che si appresta ad onorare certo comporta non poche difficoltà anche per la ben nota gelosia di autonomia delle associazioni, dei movimenti e dei gruppi, i quali rifuggono da ogni tipo di mediazione ed intermediazione. Il coordinamento non intacca le rispettive ispirazioni spirituali e finalità istituzionali; anzi, se attuato su tematiche ed emergenze specifiche, esalta i carismi di ognuno, riportando le pluralità dell’unità. Diversità dei carismi nell’unità della missione”. Questo il testo della Santa Sede.
Il Centro Studi Leone XIII è disponibile per una azione comune a sostegno delle associazioni, dei movimenti e dei gruppi di ispirazione cattolica per dare risposte positive e concrete alle necessità avvertite e più volte proclamate dalla Santa Sede che tutti amiamo nel nome della Chiesa di Cristo quale Madre comune.
Il Clientelismo
“Cliens et patronus”, cliente e protettore
di Pasquale Tucciariello - 15-07-2010
C’è un alunno - mettiamo – di Liceo che agli esami di Stato arriva a 100 ma ha meriti culturali poco convincenti ad ottenere questo voto ottimale. Ce n’è un altro, dalle riconosciute capacità, che invece deve combattere per arrivare al 90. Questi due casi, qualora si verificassero, come definirli se non si trattasse di una errata valutazione orientata, diciamo così, semplicemente da buona fede? Il prodotto di una pratica truffaldina. Sei dipendente di una amministrazione che ti paga affinché tu faccia correttamente il tuo lavoro mentre invece utilizzi l’Ufficio per scopi personali e di comodo. E’ una truffa. Qui non si tratta di esercizi di logica applicata. Qui siamo ai fondamentali, alle strutture, ai primordi della costruzione dello stato moderno quando si teorizzava una carta – la Costituzione - che definisse i diritti e i doveri, ossia il passaggio, tra la fine del 1700 e i primi decenni del 1800, dell’uomo dallo stato di sudditanza a quello di cittadinanza.
Ma sì che la raccomandazione è una pratica in uso fin dalle civiltà greco-romane. Uno schiavo passava liberto, liberatus, anche se poi rimaneva soggetto ad obblighi di fedeltà, perché così aveva deciso il patronus, e il liberatus diventava cliens del patronus e il patronus proteggeva il cliens anche affrancandolo da oneri vari, come i lavori non graditi, per assegnargli compiti meglio remunerati non dallo Stato ma esclusivamente dalle condizioni di capacità personali.
Nell’italietta della raccomandazione tu puoi entrare – mettiamo – ausiliario sociosanitario, un lavoro anche dignitoso perché ti consente di vivere onestamente e subito, anche senza averlo mai svolto un solo giorno che sia uno, passi dietro una scrivania dove si scrive e diventi qualcuno perché quel lavoro dignitoso tu non ci stai a farlo e ne preferisci uno forse di grado superiore al servizio del patronus ma finalmente diventi qualcuno perché hai accettato di vivere la condizione del cliens sub patronus che se ti annulla per dignità ne guadagni perché sei uno che i fatti propri se li sa vedere e ora finalmente puoi comandare anche tu e schiatti in corpo chi avesse invidia.
Ma da cliens? E che te frega! E’ il danaro ciò che conta.
La dignità? Roba d’altri tempi.
A parte il discorso sulla dignità, il decoro, l’onestà e altra mercanzia di questo genere che non sono le condizioni sulle quali si reggono la società meridionale e quella lucana, c’è da dire che il clientelismo, quale fattore per la conservazione del potere, poggia sulle società in ritardo culturale ed economico ove meglio si alimenta perché un sistema di povertà assai diffuso materializza la necessità di trovarsi un protettore. Dove? Nella politica, ovviamente, dispensatrice dei grandi favoritismi e degli stipendi da 100 mila in su, non potendolo trovare nell’economia (regione arretrata), nella cultura (litterae non dant panem), nella religione (il cristianesimo predica il valore della povertà). Nelle società più ricche, il clientelismo non sembra risultare una pratica condivisa. Non lo è per i politici, perché essi non ottengono il consenso dalle pratiche clientelari ma dalla capacità di soluzione dei problemi generali. Le società più ricche guardano all’efficacia, all’efficienza, ai tempi della risposta, alle pratiche immediatamente evase, ai quartieri puliti e ordinati, alla disciplina del traffico. Le società più avanzate vanno alla ricerca del dipendente che pensa, che abbia una testa ben fatta e la capacità di riflettere sullo stato dei saperi e sulle sfide che caratterizzano la nostra epoca. E’ questione di capacità di riflettere e di rispondere alle sfide in tempi immediati. Lentezza e incapacità producono noia, abbandono, povertà, clientelismo. E il clientelismo è condizione per la conservazione del potere. Mantenere il cittadino meridionale e lucano in uno stato di sudditanza è l’unica risposta possibile alla debolezza dei partiti, alla crisi delle ideologie, alla povertà congenita. In Sicilia era sorta la mafia, in Calabria la ‘ndrangheta, in Puglia la sacra corona unita, in Campania la camorra. E la Basilicata, isola felice? Tranquilli, anche noi abbiamo qualcosa: il clientelismo.
Il clientelismo diventa dunque risposta, alternativa, una sorta di ammortizzatore sociale, di tampone, di male minore condiviso. Ma il clientelismo bisogna anche saperlo fare. Ci vuole tempo. Tempo per adottare provvedimenti blindati e spesso inattaccabili giuridicamente, ma sottratto allo studio del territorio e alle soluzioni da adottare.
Per fare clientelismo non occorre “una testa ben fatta” come scrive Edgar Morin nel suo omonimo saggio.
Continuare su questa strada si può. Ma i danni si conteranno nei prossimi dieci anni. Proprio come noi oggi contiamo i danni prodotti nel decennio 2000/2009: incapacità di impegnare forti somme di denaro proveniente dall’Europa. Non perché si è stupidi, ma solo perché si pensa ad altro. Al clientelismo.
LETTERA APERTA
Al Presidente della Giunta Regionale
prof. Vito De Filippo
di Pasquale Tucciariello
Pubblicato su La Nuova Basilicata - Il GIornale di Rionero| 08-07-2010
Caro Presidente, l’antica comune appartenenza alla Dc prima e al Ppi poi informano ora sul carattere amichevole e confidenziale della presente lettera e mi dispone verso una riflessione aperta, capace anche di memoria, di ricordo, di testimonianza ad un progetto impegnativo, centrale, sicuramente non secondario nei gradi dell’esistenza.
L’informazione del Ministro delle Finanze Giulio Tremonti secondo la quale le regioni del Sud spendono meno del dieci per cento delle somme rese disponibili dai fondi europei va letta nei termini più esatti: una informazione e una sollecitazione. E non si può certo rispondere che egli voglia usare questi argomenti quali diversivo dalle attività di governo nazionale. Quelle si vedranno in altra sede e in altri tempi. Ora si ragioni sulle sue informazioni. Risponde al vero o no che anche la Basilicata non ha realizzato progetti tali da poter impegnare consistenti somme di denaro pubblico per operazioni di crescita, di sviluppo, di occupazione seria, duratura, produttiva, non certamente quella – è solo un esempio – delle giornate di, chiamiamole così, “lavoro forestale” di braccianti buoni solo a scopo di salario e a scopo elettorale per i potenti della regione ma non certo braccianti per riforestazione o di manovalanza per opere di ingegneria applicata alla montagna lucana a salvaguardia dell’ambiente, delle sue indiscutibili ricchezze e dell’uomo che vi abita!
Le nostre informazioni dicono che in questa nostra regione pianificazioni e progettazioni vanno molto a rilento. Una classe politica seria si domanda sulle ragioni delle lentezze e dei ritardi e non certo rimandando al mittente accuse che tra l’altro si rivelano, purtroppo per noi, vere. E preciso ovviamente che Tremonti non ha bisogno di essere sostenuto dalla mia povera penna. Sono rimasto il democristiano dei movimenti più che degli apparati dei partiti. Già, caro amico, perché sono gli apparati, come tu sai, la risorsa determinante per la conservazione del potere. L’apparato è il tutto, fatto di uomini e di cose, di postazioni e di osservazioni. E’ la garanzia. In un tempo medievale si chiamavano “missi dominici”, in quello barocco “intendenti”, con Napoleone “prefetti”, oggi “soggetti di postazioni” (o vogliamo chiamarli burattini nelle mani di più alti burattinai quasi – ma solo quasi - al pari di come Hegel intendeva la Storia fatta dallo Spirito più che dai grandi condottieri che invece erano veggenti o profeti). Caro presidente, i tuoi studi simili ai miei ti informano correttamente sui significati dei termini qui in uso. Faccio ricorso ad essi per dire che missi o intendenti obbedivano e riferivano, erano la lunga mano, erano il potere centrale allungato nelle periferie. Null’altro. E mi domando quale significato attribuire a chi si dispone ad essere l’intendente rispetto a chi invece è chiamato, per responsabilità di ufficio, ad elaborare strategie in grado di rispondere a programmi e progetti atti a migliorare i settori della pubblica amministrazione! Ma come si possono impegnare produttivamente importanti risorse economiche europee in presenza di una burocrazia asfissiante fatta di lentezze, impossibilitata, perché ha ben altro da fare, ad osservare il territorio, documentarlo, ridurlo a numeri parlanti per significato e per interpretazione, proporre strategie, abbozzare progetti, voglio dire riflettere sulle ragioni di tanta incapacità di gestione e di sentirsi responsabili di fallimenti clamorosi in tema di lavoro, di occupazione, di cose fatte bene in una regione definita dai numeri scarsamente abitata, popolazione residente in caduta libera, docenti rimasti senza alunni perché i giovani non pensano né a me né a te, andavano via e continuano ad andar via perché come te e come me non vedono spiragli di luce in una regione che pure dovrebbe essere illuminata a giorno per le risorse enormi del nostro territorio quali ambiente, acqua e giacimenti di petrolio!
E’ esageratamente distante la visione del mondo e della società che si riconosce nello Stato, o nella Nazione, da una società che ha la pretesa di riconoscersi in società comunitaria. Pensiamo solo per un attimo ai valori della comunità di appartenenza, ai legami, all’identità non di individui ma di persone che si ri-conoscono, vivono e sostengono virtù etiche perché radicate nell’éthos, nel costume, tali da informare pratiche di comportamento fondate su valori comuni e tramandati e rinnovati e storicamente resi vitali per noi dal recente intervento del Santo Padre che tutti chiama alla memoria, al ricordo, alla responsabilità. Chi opta per la concezione di Stato e dei suoi individui non riesce a capire chi invece pensa all’altro come persona.
La società lucana soffre di mal di politica. Te lo dice uno che non la fa più da parecchio tempo. O meglio non fa la politica come la intendono quei lupi famelici avidi di potere che piombano – metti – anche negli ospedali come il Crob-Irccs di Rionero per dimostrare di esserci ancora attraverso magari una “posizione organizzativa” in più od inventarsi stravaganti esclusioni ai danni di chi quei ruoli li assolve da un decennio senza aver mai preteso riconoscimenti di natura economica. Anche a trascurabili cose minime si aggrappano, buone a soddisfare qualche appetito, ma indicative dello stato di degrado in cui versa l’amministrazione regionale. Ma i nostri studenti, tirate le somme, lasciano e vanno via. Quale squallore. E che disgusto. Cialtronerie passeggere, ovviamente, buone solo per un’occhiataccia come si fa quando si danno frattaglie ai cani. Niente di più. Perciò conviene fare spallucce, andare oltre, verso la strada indicata dalla storia che ciascuno di noi si cuce addosso. La tua, presidente, torni ad essere quella che un tempo lontano ti riconoscevo. Una storia di un cristiano, che decide di far politica come impegno primario, per l’affermazione della storia che ti sei cucito addosso. In questa storia c’è posto primariamente per l’osservazione del mondo, la sua interpretazione, l’ipotesi di lavoro e deduttivamente il lavoro da fare, anche per tentativi, per correzioni. Ma non c’è posto per gli sciacalli in questa storia. Quelli, al massimo ed in via assolutamente eccezionale, possono solo essere usati per un’astuzia del momento. E’ solo piccola storia spicciola spicciola. Ma la grande storia va avanti. E’ irreversibile. E’ il vestito che ciascuno di noi ha deciso di cucirsi addosso. Tu, nel tuo partito e nel ruolo primario che ricopri, interpreta e realizza i doveri imposti dalla tua condizione. Ciao, presidente. E buon lavoro.
