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Il Clientelismo
“Cliens et patronus”, cliente e protettore



di Pasquale Tucciariello - 15-07-2010

C’è un alunno -  mettiamo  –  di Liceo che agli esami di Stato arriva a 100 ma ha meriti culturali poco convincenti ad ottenere questo voto ottimale.  Ce n’è un altro, dalle riconosciute capacità, che invece deve combattere per arrivare al 90. Questi due casi, qualora si verificassero,  come definirli se non si trattasse di una errata valutazione orientata, diciamo così, semplicemente da buona fede? Il prodotto di una pratica truffaldina. Sei dipendente di una amministrazione che ti paga affinché tu faccia correttamente il tuo lavoro mentre invece utilizzi l’Ufficio per scopi personali e di comodo. E’ una truffa. Qui non si tratta di esercizi di logica applicata. Qui siamo ai fondamentali, alle strutture, ai primordi della costruzione dello stato moderno quando si teorizzava una carta – la Costituzione - che definisse i diritti e i doveri, ossia il passaggio, tra la fine del 1700 e i primi decenni del 1800, dell’uomo dallo stato di sudditanza a quello di cittadinanza.
Ma sì che la raccomandazione è una pratica in uso fin dalle civiltà greco-romane. Uno schiavo passava liberto, liberatus, anche se poi rimaneva soggetto ad obblighi di fedeltà, perché così aveva deciso il patronus, e il liberatus diventava cliens del patronus e il patronus proteggeva il cliens anche affrancandolo da oneri vari, come i lavori non graditi, per assegnargli compiti meglio  remunerati non dallo Stato ma esclusivamente dalle condizioni di capacità personali.
Nell’italietta della raccomandazione tu puoi entrare – mettiamo – ausiliario sociosanitario, un lavoro anche dignitoso perché ti consente di vivere onestamente e subito, anche senza averlo mai svolto un solo giorno che sia uno, passi dietro una scrivania dove si scrive e diventi qualcuno perché quel lavoro dignitoso tu non ci stai a farlo e ne preferisci uno forse di grado superiore al servizio del patronus ma finalmente diventi qualcuno perché hai accettato di vivere la condizione del cliens sub patronus che se ti annulla per dignità ne guadagni perché sei uno che i fatti propri se li sa vedere e ora finalmente puoi comandare anche tu e schiatti in corpo chi avesse invidia.
Ma da cliens? E che te frega! E’ il danaro ciò che conta.
La dignità? Roba d’altri tempi.
A parte il discorso sulla dignità, il decoro, l’onestà e altra mercanzia di questo genere che non sono le condizioni sulle quali si reggono la società meridionale e quella lucana, c’è da dire che il clientelismo, quale fattore per la conservazione del potere, poggia sulle società in ritardo culturale ed economico ove meglio si alimenta perché un sistema di povertà assai diffuso materializza la necessità di trovarsi un protettore. Dove? Nella politica, ovviamente, dispensatrice dei grandi favoritismi e degli stipendi da 100 mila in su, non potendolo trovare nell’economia (regione arretrata), nella cultura (litterae non dant panem), nella religione (il cristianesimo predica il valore della povertà). Nelle società più ricche, il clientelismo non sembra risultare una pratica condivisa. Non lo è per i politici, perché essi non ottengono il consenso dalle pratiche clientelari ma dalla capacità di soluzione dei problemi generali. Le società più ricche guardano all’efficacia, all’efficienza, ai tempi della risposta, alle pratiche immediatamente evase, ai quartieri puliti e ordinati, alla disciplina del traffico. Le società più avanzate vanno alla ricerca del dipendente che pensa, che abbia una testa ben fatta e la capacità di riflettere sullo stato dei saperi e sulle sfide che caratterizzano la nostra epoca. E’ questione di capacità di riflettere e di rispondere alle sfide in tempi immediati. Lentezza e incapacità producono noia, abbandono, povertà, clientelismo. E il clientelismo è condizione per la conservazione del potere. Mantenere il cittadino meridionale e lucano in uno stato di sudditanza è l’unica risposta possibile alla debolezza dei partiti, alla crisi delle ideologie, alla povertà congenita. In Sicilia era sorta la mafia, in Calabria la ‘ndrangheta, in Puglia la sacra corona unita, in Campania la camorra. E la Basilicata, isola felice? Tranquilli, anche noi abbiamo qualcosa: il clientelismo.
Il clientelismo diventa dunque risposta, alternativa, una sorta di ammortizzatore sociale, di tampone, di male minore condiviso. Ma il clientelismo bisogna anche saperlo fare. Ci vuole tempo. Tempo per adottare provvedimenti blindati e spesso inattaccabili giuridicamente, ma sottratto allo studio del territorio e alle soluzioni da adottare.
Per fare clientelismo non occorre  “una testa ben fatta”  come scrive Edgar Morin nel suo omonimo saggio.
Continuare su questa strada si può. Ma i danni si conteranno nei prossimi dieci anni. Proprio come noi oggi contiamo i danni prodotti nel decennio 2000/2009: incapacità di impegnare forti somme di denaro proveniente dall’Europa. Non perché si è stupidi, ma solo perché si pensa ad altro. Al clientelismo.

 

LETTERA APERTA
Al Presidente della Giunta Regionale
prof. Vito De Filippo


di Pasquale Tucciariello
Pubblicato su La Nuova Basilicata - Il GIornale di Rionero| 08-07-2010

Caro Presidente, l’antica comune appartenenza alla Dc prima e al Ppi poi informano ora sul carattere amichevole e confidenziale della presente lettera e mi dispone verso una riflessione aperta, capace anche di memoria, di ricordo, di testimonianza ad un progetto impegnativo, centrale, sicuramente non secondario nei gradi dell’esistenza.
L’informazione del Ministro delle Finanze Giulio Tremonti secondo la quale le regioni del Sud spendono meno del dieci per cento delle somme rese disponibili dai fondi europei va letta nei termini più esatti: una informazione e una sollecitazione. E non si può certo rispondere che egli voglia usare questi argomenti quali diversivo dalle attività di governo nazionale. Quelle si vedranno in altra sede e in altri tempi. Ora si ragioni sulle sue informazioni. Risponde al vero o no che anche la Basilicata non ha realizzato progetti tali da poter impegnare consistenti somme di denaro pubblico per operazioni di crescita, di sviluppo, di occupazione seria, duratura, produttiva, non certamente quella – è solo un esempio – delle giornate di, chiamiamole così, “lavoro forestale” di braccianti buoni solo a scopo di salario e a scopo elettorale per i potenti della regione ma non certo braccianti per riforestazione o di manovalanza per opere di ingegneria applicata alla montagna lucana a salvaguardia dell’ambiente, delle sue indiscutibili ricchezze e dell’uomo che vi abita!
Le nostre informazioni dicono che in questa nostra regione pianificazioni e progettazioni vanno molto a rilento. Una classe politica seria si domanda sulle ragioni delle lentezze e dei ritardi e non certo rimandando al mittente accuse che tra l’altro si rivelano, purtroppo per noi, vere. E preciso  ovviamente che Tremonti non ha bisogno di essere sostenuto dalla mia povera penna. Sono  rimasto il democristiano dei movimenti più che degli apparati dei partiti. Già, caro amico, perché sono gli apparati, come tu sai, la risorsa determinante per la conservazione del potere. L’apparato è il tutto, fatto di uomini e di cose, di postazioni e di osservazioni. E’ la garanzia. In un tempo medievale si chiamavano “missi dominici”, in quello barocco “intendenti”, con Napoleone “prefetti”, oggi “soggetti di postazioni” (o vogliamo chiamarli burattini nelle mani di più alti burattinai quasi – ma solo quasi - al pari di come Hegel intendeva la Storia fatta dallo Spirito più che dai grandi condottieri che invece erano veggenti o profeti). Caro presidente, i tuoi studi simili ai miei ti informano correttamente sui significati dei termini qui in uso. Faccio ricorso ad essi per dire che missi o intendenti obbedivano e riferivano, erano la lunga mano, erano il potere centrale allungato nelle periferie. Null’altro. E mi domando quale significato attribuire a chi si dispone ad essere l’intendente rispetto a chi invece è chiamato, per responsabilità di ufficio, ad elaborare strategie in grado di rispondere a programmi e progetti atti a migliorare i settori della pubblica amministrazione! Ma come si possono impegnare produttivamente importanti risorse economiche europee in presenza di una burocrazia asfissiante fatta di lentezze, impossibilitata, perché ha ben altro da fare, ad osservare il territorio, documentarlo, ridurlo a numeri parlanti per significato e per interpretazione, proporre strategie, abbozzare progetti, voglio dire riflettere sulle ragioni di tanta incapacità di gestione e di sentirsi responsabili di fallimenti clamorosi in tema di lavoro, di occupazione, di cose fatte bene in una regione definita dai numeri scarsamente abitata, popolazione residente in caduta libera, docenti rimasti senza alunni perché i giovani non pensano né a me né a te, andavano via e continuano ad andar via perché come te e come me non vedono spiragli di luce in una regione che pure dovrebbe essere illuminata a giorno per le risorse enormi del nostro territorio quali ambiente, acqua e giacimenti di petrolio!
E’ esageratamente distante la visione del mondo e della società che si riconosce nello Stato, o nella Nazione, da una società che ha la pretesa di riconoscersi in società comunitaria.  Pensiamo solo per un attimo ai valori della comunità di appartenenza, ai legami, all’identità non di individui ma di persone che si ri-conoscono, vivono e sostengono virtù etiche perché radicate nell’éthos, nel costume, tali da informare pratiche di comportamento fondate su valori comuni e tramandati e rinnovati e storicamente resi vitali per noi dal recente intervento del Santo Padre che tutti chiama alla memoria, al ricordo, alla responsabilità. Chi opta per la concezione di Stato e dei suoi individui non riesce a capire chi invece pensa all’altro come persona.

La società lucana soffre di mal di politica. Te lo dice uno che non la fa più da parecchio tempo. O meglio non fa la politica come la intendono quei lupi famelici avidi di potere che piombano – metti – anche negli ospedali come il Crob-Irccs di Rionero per dimostrare di esserci ancora attraverso magari una “posizione organizzativa” in più od inventarsi stravaganti esclusioni ai danni di chi quei ruoli li assolve da un decennio senza aver mai preteso riconoscimenti di natura economica. Anche a trascurabili cose minime si aggrappano, buone a soddisfare qualche appetito, ma indicative dello stato di degrado in cui versa l’amministrazione regionale. Ma i nostri studenti, tirate le somme, lasciano e vanno via. Quale squallore. E che disgusto. Cialtronerie passeggere, ovviamente, buone solo per un’occhiataccia come si fa quando si danno frattaglie ai cani. Niente di più. Perciò conviene fare spallucce, andare oltre, verso la strada indicata dalla storia che ciascuno di noi si cuce addosso. La tua, presidente, torni ad essere quella che un tempo lontano ti riconoscevo. Una storia di un cristiano, che decide di far politica come impegno primario, per l’affermazione della storia che ti sei cucito addosso. In questa storia c’è posto primariamente per l’osservazione del mondo, la sua interpretazione, l’ipotesi di lavoro e deduttivamente il lavoro da fare, anche per tentativi, per correzioni. Ma non c’è posto per gli sciacalli in questa storia. Quelli, al massimo ed in via assolutamente eccezionale, possono solo essere usati per un’astuzia del momento. E’ solo piccola storia spicciola spicciola. Ma la grande storia va avanti. E’ irreversibile. E’ il vestito che ciascuno di noi ha deciso di cucirsi addosso. Tu, nel tuo partito e nel ruolo primario che ricopri, interpreta e realizza i doveri imposti dalla tua condizione. Ciao, presidente. E buon lavoro.

 

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Una riflessione sull’Europa oggi. Giugno 2010

di Pasquale Tucciariello

 

L’ascesa di LEONE XIII al soglio pontificio nel 1878 segnò l’inizio di una svolta per il movimento cattolico con la enciclica RERUM NOVARUM.  In essa si affermava che la Chiesa non guardava con favore al conservatorismo ottuso dei liberali e non guardava con favore neanche al rivoluzionarismo socialista.
Con la Rerum Novarum si affermava invece la dottrina sociale della Chiesa, basata sul solidarismo tra capitale e lavoro.
Non si trattava solo di un iniziale superamento della Questione Romana avviata con la breccia di Porta Pia il 20 Settembre 1870. La Rerum Novarum voleva significare l’apertura della Chiesa verso quei cattolici che intendevano far sentire la loro voce nella politica italiana attraverso una guida ed un riferimento indicati dal magistero cristiano. Con la Rerum Novarum cominciò a sciogliersi il primo nodo della difficile coesistenza fra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica. Il cammino si faceva lungo e difficile per un cinquantennio compreso tra il 1870 (l’occupazione di Roma e del Lazio ad opera delle truppe piemontesi) e il 1922 (la marcia su Roma dei fascisti e la presa del potere da parte di Mussolini).
Quando i cattolici - a seguito della Rerum Novarum e del superamento della nozione del “Non expedit” pronunciato da  Pio IX – cominciarono ad aggregarsi attorno all’Opera dei Congressi, alle casse rurali, alle società operaie, alle banche cattoliche, alle società di assicurazione, accadde che il mondo laico cominciò a parlare di pericolo clericale. L’enciclica Rerum Novarum, per le tantissime sollecitazioni in essa contenute, presenta ancora una sua impressionante attualità.
Nel mese di Settembre 2004 è stato costituito a Rionero un centro studi intestato a Leone XIII con lo scopo di avviare una riflessione sulle encicliche papali, sul pensiero cristiano in generale, su argomenti di natura culturale in genere, su un impegno di servizio, sul tempo storico attuale e i suoi problemi.
Il tedesco Konrad Adenauer, l’italiano Alcide De Gasperi e il francese Robert Schuman sono considerati i padri fondatori dell’Europa che dalla loro viva fede in Cristo e nella religione cattolica, non solo affermata ma fortemente sostanziata di azioni e di opere, alimentavano impegno politico e forti certezze secondo cui solo attraverso il Cristianesimo si poteva costruire un’Europa dei popoli tra loro uniti nella pace, nella concordia, nella sussidiarietà. Già il grande papa Leone XIII, sul finire del 1800, aveva scritto che l’Europa o sarà cristiana e democratica o non sarà affatto. E Schuman, oltre mezzo secolo dopo, affermava: ”Tutti i paesi dell’Europa sono permeati della civiltà cristiana. Essa è l’anima dell’Europa, che occorre ridarle”
Il sogno dei padri dell’Europa che l’hanno fondata è divenuto altro in questi ultimi decenni. A Strasburgo e a Bruxelles si parla essenzialmente di mercato dove i referenti sono economisti, burocrati, tecnocratici, banchieri, programmatori e pianificatori che con i politici sono strapagati. Hanno pianificato mercato, ricchezza e felicità, hanno prodotto disoccupazione, povertà e tristezza. Hanno fallito, ma continuano a governare l’Europa degli stati e non dei popoli perché il popolo poco conta. E’ vero che i primi passi dell’Europa dopo la guerra si riferivano ai fattori economici quali il carbone e l’acciaio soprattutto. Ma era il tempo della costruzione del bene libertà-democrazia-progresso dopo le tragedie e le miserie della guerra. E comunque ogni azione positiva doveva mirare ad esaltare i fondamenti storici, politici, etici, in pratica l’uomo e il cittadino nei suoi doveri e nei suoi diritti, le sue garanzie, la sua sfera di libertà e di promozione della persona. L’Europa degli stati laici consapevoli delle loro radici cristiane si è frantumata nel nome del mercato. Chi si sente Europeo oggi al pari di chi si sente Americano? La responsabilità è solo dei politici, dei tecnocrati, dei burocrati, tutti strapagati che ancora succhiano sangue dalle vene dei popoli. Segno che lontani dal senso cristiano della vita si può generare oltre all’avidità di danaro, oltre alla  perversione, oltre al potere sulle persone, povertà, miseria, disprezzo per la sofferenza. Altro che sussidiarietà e carità.
Il patrimonio di idee di De Gasperi, di Adenauer, di Schuman è stato tradito.

 

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Rionero e dintorni (2)

Una speranza

a cura di Franco Loriso
24-02-2010

Avanza l’idea di un “dibattito per Rionero”,  un dibattito aperto che produca analisi e riflessioni, suggerimenti e proposte. Le considerazioni del prof. Pasquale Tucciariello che oramai conosciamo aprono un fronte,  non di polemica, ma di significato. E mi suggeriscono di aprire un dibattito. Torniamo a parlarne con lui, intanto. Sicuramente un lumicino in lontananza riusciremo a scorgerlo.

D – Pasquale, le riflessioni nel tuo “Rionero e dintorni” hanno sortito l’effetto che sicuramente speravi: arrivare al cuore del destinatario. Però c’è chi mi chiede: vere sono le denunce, ma le proposte quali sono?
R – Avresti dovuto rispondere che non è stato letto correttamente ciò che ho scritto. Io ho scritto che non si possono azzardare proposte quando mancano i dati da analizzare e i dati da sviluppare.
D – Difatti ho risposto che sicuramente manca un Osservatorio dei fatti.
R – Esattamente.  Una ricca documentazione fornita dagli uffici municipali non costa nulla. Ma serve a dirci un mucchio di cose che dobbiamo essere in grado di leggere. Senza quei dati tutte le proposte sono solamente un puro esercizio di retorica, sono invenzioni, sono  esercitazioni, sono prese in giro. E i Rioneresi sono stati presi in giro abbastanza e per lungo tempo.
D – Parli come uno che vuole lanciare una prossima candidatura alle comunali.
R – Lascia perdere. Io  sono uno che non si lascia volere bene. Credo invece – e so anche perché – che io attiri come una calamita immediate ed istintive antipatie, sicuramente anche gelosie, magari invidie, in alcuni casi maldicenze tipiche per gente calda di istinti e scarsa di ragione.
D – Torniamo al problema. C’è un problema prioritario per Rionero?
R – Franco, prima l’analisi. Siamo d’accordo che Rionero è un paese in cui gli accordi tra le persone sono difficili da attuare? E’ vero che siamo piuttosto litigiosi? Siamo molto spesso insofferenti? C’è astio, molte volte ingiustificato, nelle conversazioni che correntemente si risolvono in urla? Non alziamo spesso la voce da “Bar dello Sport” , segno evidente che non siamo in grado di dialogare? Gli incontri sono frequenti, od invece preferiamo isolarci sol perché non sappiamo dialogare? Abbiamo davanti a noi interlocutori, od invece avversari, nemici da combattere se non proprio abbattere? C’è fiducia o sfiducia nell’altro?
D – Allora a Rionero si litiga spesso e volentieri.
R – Sembra ci sia più gusto al litigio che all’accordo. Hai notato che gli avvocati a Rionero se la passano piuttosto bene? Sarebbe interessante conoscere il numero degli studi legali in rapporto al numero degli abitanti, delle imprese, delle attività e farne comparazione con altre cittadine più o meno simili.
D – Ma tu, Rionero, la ami o la disprezzi?
R – Rionero è stata disprezzata, oltraggiata, diffamata,  malmenata, derubata da quanti hanno realizzato funghi allucinanti, case su strade già disegnate nei piani, zone limitrofe abitate divenute dormitorio, aree produttive senza strade di accesso o di uscita. E per carità di Dio fermiamoci qui.
D – Per ora, magari. Ma ci sarà un’altra puntata, spero. Però lasciarci così non mi va. Tu sei un cristiano. C’è la speranza. Allora, ti chiedo coerenza.
R – Per un cristiano la speranza è una dei tre caratteri distintivi della sua esistenza, insieme alla fede e alla carità. Sono la sua identità. Certo che per ogni strada che si chiude un’altra si apre sempre. La speranza è – senza retorica  –  in una iniezione di fiducia e di ottimismo. In una ventata di ottimismo ognuno adotti e curi  un  suo metro quadrato. E se trova una cartaccia per terra la metta nel cassonetto. E non parcheggi  l’auto in  curve o posti incauti. E porti il cane a spasso con guinzaglio e busta per raccogliere escrementi, e non suoni il clacson solo per salutare, e lasci la precedenza ai pedoni sulle strisce, e non urli ma parli, e si incontri più spesso per dialogare, e stringa un patto di amicizia a vantaggio di Rionero, una volta finalmente uniti (non è utopia), straordinariamente uniti, tutti a vantaggio del bene comune, per fare della nostra vita una vita normale. Quanto costa? Nulla, in termini economici. Dai retta a me: è meglio sorridere che arrabbiarsi.
Arrivederci alla prossima puntata

 

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Rionero e dintorni (1)

Manca il coraggio di dire basta

di Pasquale Tucciariello
Pubblicato su La nuova Basilicata - Il Giornale di Rionero | 31-01-2010

Volere del bene a questa cittadina costa.  E non per chi ci vive, poiché comunque si tratta di persone umane alle quali volere del bene è un imperativo.  E’ però difficile affermare che Rionero così com’è vada bene. Anzi diciamo pure il contrario: così com’è non piace neanche al sindaco, che sicuramente qualche responsabilità in più rispetto a chi non ha mai amministrato certamente ce l’ha. Ma sì, diciamocela tutta: questa città è indigesta a tutti.
E vediamone le ragioni, se ci riusciamo.

Gli abitanti sono 13.500, unità più unità meno. Non vi sono segnali di crescita e non vi sono ragioni economiche, sociali, culturali in salita. Qualche segnale di caduta si fa piuttosto evidente. Gli abitanti generalmente si mostrano scontenti, scontrosi, in uno stato di apatìa se non proprio di insofferenza, spesso di scetticismo verso le forme che accompagnano gli eventi della cittadina. Lo sport non va proprio bene, con una settima posizione  per il C.S. Vultur, settima pure Fortitudo-san tarcisio; pallavolo, pallacanestro e tennis arrancano, l’atletica leggera sembra sparita da un pezzo, qualcosa si muove sul versante del calcetto a 5 e sul nuoto. Ma insomma, l’entusiasmo non pare proprio abiti qui. Ma il dato più preoccupante non è fatto dai risultati più o meno scarsi delle attività sportive (importante è partecipare, più ancora se si favoriscono le politiche giovanili e locali).
Ciò che preoccupa è l’assenza di dati sulla città. Manca una sorta di osservatorio della città, cioè un ufficio statistiche da cui attingere informazioni sulla base dei dati forniti dagli uffici municipali. Senza dati non si fa studio, senza studio non si ha conoscenza, senza conoscenza non si programma un bel nulla se non un palazzotto qua, un altro là senza strada (se c’è è rotta) e né marciapiedi né illuminazione né parcheggi ma il tutto entra nella selva del caos cittadino senza criterio e senza costrutto, senz’arte né parte, ognuno fa quel che vuole perché di controllo del territorio non se ne parla nemmeno. L’assenza di dati facilmente consultabili non consente di chiarire le oscillazioni sulle dinamiche cittadine. Il sito del Comune di Rionero presenta carenze spaventose. Quante sono le attività commerciali a posto fisso (forse 450)? E quelle artigianali (sembra 170)? E le aziende agricole e zootecniche? E gli studi commerciali, legali, tecnici, medici pubblici e privati quanti sono? E i circoli cosiddetti culturali? Cosa fanno i cittadini? E quanti sono gli alunni distribuiti sulle scuole di Rionero e altrove! E dopo il diploma di scuola media superiore, in quali università vanno a studiare i nostri ragazzi? E dopo la laurea quanti ritornano nella città d’origine? E quanti sono gli occupati, quanti i disoccupati, qual è la situazione del credito, come si comportano le banche rispetto alle necessità di investimento dei nostri operatori? Se in un Comune mancano taluni dati, sulla base di quali condizioni si crede di poter pianificare il territorio? Qual è la premessa che accompagna il regolamento urbanistico che tanto sonno fa perdere a persone e partiti evidentemente interessati, troppo interessati? Quella “piazza Italia”, quale filosofia di vita cittadina predilige? Rionero non piace così com’è.
Basta un’occhiata in lontananza per averne conferma. Basta mettersi dietro la lunga fila delle auto di via Roma, di via Galliano, del Piano Regolatore, di via Brindisi dove si parcheggia su due-tre file. Basta dare un’occhiata ai 250 parcheggi a pagamento definiti nello stretto di un paese abbarbicato addosso alla piazza centrale. Basta arrivare davanti ai licei all’inizio e al termine delle lezioni per capire quale confusione sia entrata nella testa di chi non se ne cura. Basta guardare i cartelli divelti, le insegne per terra, i segnali mancanti. Basta percorrere a piedi o in auto le strade in basalto (ma ci passano lungo la strada che dalla piazza porta verso via Mazzini, o dalla piazza a salire verso via Roma? Via Umberto I è tutta in basalto da rivedere). E quando piove, ci provi qualcuno  a percorrere via Fontana 61, o da via Brindisi inoltrarsi verso il Pip, o scendere lungo quella stradina che costeggia la ferrovia e poi porta verso le sorgenti. E’ anche troppo avere detto ciò che si è detto fin qui, anche se la lista è ancora esageratamente lunga e le cose ancora da dire maledettamente troppe. Mancano i fondi per migliorare Rionero? Non ci credo.
Penso invece che manchi la volontà di far funzionare meglio la macchina comunale  per desiderio di una manciata di voti, peraltro neanche determinanti. Manca il coraggio di pestare i calli di chi non fa il proprio dovere.